La sinistra in trincea sul lavoro E Landini «sfiducia» il premier

Il leader Fiom Landini: il governo non ha la maggioranza nel Paese. Damiano: servono correzioni

Enrico Marro, Corriere della Sera redazione • 3/11/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni, Sindacato • 738 Viste

 ROMA Matteo Renzi stoppa sul nascere l’ipotesi di qualsiasi cedimento sul Jobs act, il disegno di legge delega che, tra l’altro, semplifica i licenziamenti. Un messaggio mandato innanzitutto agli investitori e ai mercati finanziari, ma che sembra pregiudicare le possibilità di compromesso con la minoranza del Pd e acuire lo scontro con la Cgil e la Fiom. L’unica cosa che resta da verificare, nelle prossime settimane, è se la chiusura registrata ieri rispetto a possibili cambiamenti non sia soprattutto tattica, senza impedire alla fine qualche aggiustamento del testo.

La sinistra pd intanto si prepara a presentare i suoi emendamenti in commissione Lavoro della Camera, che tra una settimana riprenderà l’esame del provvedimento che ha già ricevuto l’ok del Senato con il voto di fiducia. Lo stop del premier («il Jobs act non cambierà») ha suscitato non solo le proteste della sinistra pd, ma anche di un lettiano come Francesco Boccia, che minaccia di non votare il provvedimento se non verrà modificato. L’ultima mossa di Renzi ha poi allargato anche il fosso con la Cgil, che tira dritto verso lo sciopero generale a dicembre.
Camusso ha deciso ieri di non replicare direttamente alle critiche del premier («non è una questione di feeling, ma un’idea del Paese, della sua modernizzazione», a dividerci). Del resto, i suoi collaboratori confermano che è così: niente di personale, ma sono divisi su tutto. «Renzi — sostengono — non fa che continuare le politiche di destra dei suoi predecessori». Insomma, nessuna possibilità di accordo e via verso lo sciopero generale. Si comincia con tre giornate di mobilitazione insieme con Cisl e Uil: mercoledì le manifestazioni dei pensionati a Milano, Roma e Palermo; sabato tocca ai dipendenti pubblici, in piazza nella capitale e il 29 novembre sarà la volta degli alimentaristi. Nel frattempo i metalmeccanici Cgil da soli faranno due scioperi di categoria: venerdì 14 e venerdì 21, accompagnati da manifestazioni rispettivamente a Milano e a Napoli. Ieri il segretario della Fiom, Maurizio Landini, intervistato su Rai 3 a In mezz’ora , è stato durissimo con Renzi. Prima ha confessato di aver cambiato idea sul premier «quando ho capito che scelse di seguire le politiche di rigore europee che lo porteranno a sbattere». Poi ha detto che se Renzi si mette contro il lavoro, «non va da nessuna parte». Infine ha sostenuto che «la fiducia che il governo ha in Parlamento, nel Paese non ce l’ha». Landini ha però assicurato: «Oggi non voglio impegnarmi in politica, ma rappresentare i lavoratori».
A metà novembre si riunirà quindi il direttivo Cgil per proclamare lo sciopero generale, per la prima metà di dicembre. Non è escluso che la data possa essere concordata con la Uil, se questa dovesse essere d’accordo con la mobilitazione generale. Sembra invece da escludersi un’intesa con la Cisl.
Nonostante le proteste, Renzi ostenta sicurezza. Oggi, a Brescia, interverrà all’assemblea degli industriali nella fabbrica Palazzoli. La Cgil ha annunciato un’assemblea fuori dai cancelli e nello stesso posto si concluderà un corteo di un centro sociale. La Fiom, intanto, attacca la Palazzoli perché ha sospeso la produzione e messo in ferie forzate i lavoratori in occasione della visita del premier. Pippo Civati, uno dei leader della Sinistra pd, ieri proprio da Brescia, ha replicato a Renzi: «O la delega cambia alla Camera o quei trenta che al Senato hanno fatto un passo indietro per responsabilità maturano una posizione diversa». Infine, il presidente della commissione Lavoro, Cesare Damiano, ripete: il Jobs act va cambiato, no al voto di fiducia.
Enrico Marro

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