Stragi, le rumorose conferme di Napolitano

Il verbale. Le risposte del presidente alle domande dei pm palermitani saliti al Quirinale : nel ’93 le bombe di Cosa nostra furono percepite come un possibile aut-aut allo stato. Ma dal Colle nessun elemento in più sulle paure di D’Ambrosio e qualche risposta secca a magistrati e avvocati: rileggetevi gli atti parlamentari. Vogliamo fare un talk-show

Andrea Fabozzi, il m anifest redazione • 1/11/2014 • Copertina, Criminalità, controllo & sicurezza, Politica & Istituzioni • 722 Viste

Cosa aggiunge la let­tura del ver­bale della testi­mo­nianza di Gior­gio Napolitano nel pro­cesso per la pre­sunta trat­ta­tiva tra stato e mafia (86 pagine pub­bli­cate ieri sul sito del Qui­ri­nale) alle cono­scenze già acqui­site? Dal punto di vista della rico­stru­zione sto­rica degli eventi sui quali si con­cen­tra il pro­cesso, non molto. Dal punto di vista della messa a fuoco del fatto ori­gi­na­rio per il quale la pro­cura di Palermo ha voluto la cla­mo­rosa — per­ché mai vista — depo­si­zione del pre­si­dente della Repub­blica, pra­ti­ca­mente nulla.

Si tratta della famosa let­tera di dimis­sioni dell’ex con­si­gliere giu­ri­dico del pre­si­dente, Loris D’Ambrosio, let­tera del giu­gno 2012 resa pub­blica da Napolitano dopo la scom­parsa di D’Ambrosio (un mese dopo). Il pre­si­dente ha detto ai magi­strati di Palermo di non poterli aiu­tare a chia­rire quel «timore di essere stato con­si­de­rato solo un inge­nuo e utile scriba di cose utili a fun­gere da scudo per indi­ci­bili accordi» messo per iscritto da D’Ambrosio, invi­tan­doli piut­to­sto a rileg­gere quello che il con­si­gliere aveva rive­lato pochi mesi prima in un libro dedi­cato alla memo­ria di Fal­cone. Non molto. Ma di più, nel 2012, D’Ambrosio non aggiunse. Né Napo­li­tano chiese. Per­cepì sì «l’ansietà» e «l’indignazione» del suo con­si­gliere, ma non per gli «indi­ci­bili» fatti risa­lenti al periodo 1989–93, quanto per la «cam­pa­gna gior­na­li­stica che» nel 2012 «lo stava ferendo a morte». E se ci fosse stato qual­cosa da denun­ciare, è la nota­zione del pre­si­dente, «D’Ambrosio era un magi­strato di tale qua­lità» che «se avesse avuto in mano degli ele­menti che non fos­sero solo ipo­tesi, lui sapeva benis­simo quale era il suo dovere, andare all’autorità giu­di­zia­ria competente».

La depo­si­zione al Qui­ri­nale ha riguar­dato anche i fatti del 1993, l’estate delle bombe di Cosa nostra a Roma e delle stragi a Milano e Firenze: allora Napolitano era pre­si­dente della camera. È l’argomento sul quale i pm paler­mi­tani hanno con­cen­trato l’attenzione subito prima e subito dopo l’udienza al Qui­ri­nale. Eppure era già noto che gli atten­tati di Cosa nostra furono allora imme­dia­ta­mente letti come un ten­ta­tivo di ricatto della mafia allo stato — era scritto nelle note dei ser­vizi segreti, ne ha par­lato in libri e inter­vi­ste l’allora pre­si­dente del Con­si­glio Ciampi, arri­vando a rac­con­tare del timore di un golpe quando a palazzo Chigi sal­ta­rono i col­le­ga­menti tele­fo­nici nella notte delle auto­bombe. Ed era già noto che tanto Napolitano quando Spa­do­lini (pre­si­dente del senato) furono nel ’93 per un breve periodo rite­nuti a rischio atten­tato: l’aveva rico­struito il pm di Firenze Che­lazzi. Le con­ferme di Napo­li­tano fanno sen­sa­zione essen­zial­mente per­ché pro­ven­gono oggi diret­ta­mente dal ver­tice della Repub­blica. «La valu­ta­zione comune alle auto­rità isti­tu­zio­nali in gene­rale e di governo in par­ti­co­lare — ha rico­struito il pre­si­dente a pro­po­sito delle stragi di via Pale­stro e di via dei Geor­go­fili — fu che si trat­tava di nuovi sus­sulti di una stra­te­gia stra­gi­sta dell’ala più aggres­siva della mafia, si par­lava allora in modo par­ti­co­lare dei cor­leo­nesi». Una con­ferma. Solo in parte ridi­men­sio­nata dal pas­sag­gio suc­ces­sivo: «In realtà que­gli atten­tati per met­tere i pub­blici poteri di fronte a degli aut-aut, per­ché que­sti aut-aut potes­sero avere per sbocco una richie­sta di alleg­ge­ri­mento delle misure soprat­tutto di custo­dia in car­cere dei mafiosi o potes­sero avere per sbocco la desta­bi­liz­za­zione politico-istituzionale del paese e natu­ral­mente era ed è mate­ria opi­na­bile» (cor­sivo nostro).

La let­tura del ver­bale inte­grale è più inte­res­sante per chi voglia cogliere il clima di quella ine­dita depo­si­zione al Qui­ri­nale. Con Napolitano che liquida il pm Teresi che lo inter­roga sul dibat­tito par­la­men­tare del ’92 sug­ge­ren­do­gli di andarsi a leg­gere lo ste­no­gra­fico — e il pre­si­dente del Tri­bu­nale Mon­talto che si intro­mette chie­dendo alla pub­blica accusa «domande più spe­ci­fi­che». O il pm Teresi che di fronte a Napo­li­tano che difende la memo­ria del suo ex con­si­gliere vuol met­tere a ver­bale che «la pro­cura non ha mai pen­sato che il con­si­gliere D’Ambrosio fosse mini­ma­mente coin­volto». La ten­sione tra­spare evi­dente anche quando Napo­li­tano risponde al pm Di Mat­teo che vuole chie­der­gli della chiu­sura del super­car­cere di Pia­nosa: «Non ero pre­di­spo­sto a que­siti così spe­ci­fici, altri­menti mi sarei fatto carico di una rilet­tura degli atti del par­la­mento» — come dire: sono dispo­ni­bili per tutti. O infine quando il pre­si­dente stra­pazza l’avvocato Cian­fe­roni, difen­sore di Riina, che prima vuol sapere da lui chi erano i con­fi­denti di D’Ambrosio — «si legga il libro» di D’Ambrosio — e poi chiede chia­ri­menti anche sull’autobiografia di Napolitano: «Vogliamo fare un talk show sulla sto­ria della Repubblica?».

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