Xi e il Sogno di un’Asia meno americana

Il leader cinese propone un’area di libero scambio «rivale» rispetto al Tpp sponsorizzato dagli Usa

Guido Santevecchi, Corriere della Sera redazione • 12/11/2014 • Copertina, Internazionale, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 1010 Viste

PECHINO Secondo il presidente cinese Xi Jinping l’accordo è storico: i 21 Paesi dell’Apec, «Asia Pacific Economic Cooperation», si sono impegnati ad incamminarsi verso il traguardo di un’area di libero scambio tra le due sponde dell’oceano. Un progetto gigantesco per i volumi di ricchezza coinvolti: l’Apec raccoglie il 57% del Prodotto interno lordo del mondo e muove il 44% dei commerci. Sono anni che la Ftaap, «Free Trade Area of the Asia Pacific», è in agenda, ma finora l’iniziativa è stata frenata nel timore che la Cina ne tragga un ulteriore vantaggio nella sua corsa alla supremazia.
Al termine del vertice Apec di Pechino, davanti a Obama, Putin, Abe e agli altri leader di Asia e Pacifico, Xi Jinping ha detto che ora «è stato tracciato un percorso verso l’integrazione» e in questi giorni ha parlato spesso di un suo Sogno per l’Asia Pacifico. Sicuramente la proposta tanto cara al leader cinese ha trovato consensi tra i 21 associati dell’Apec. Ma Pechino puntava a fissare l’inizio dei negoziati e una data per la conclusione, mentre la formula scritta nel documento finale è meno entusiastica. L’area di libero scambio Asia-Pacifico non sta per nascere, l’accordo è sulla costituzione di un gruppo che studierà la fattibilità del progetto e dopo due anni produrrà raccomandazioni «con il fine di istituire la Ftaap il prima possibile». I cinesi sono comunque soddisfatti: il ministro del Commercio Gao Hucheng ieri sera ha assicurato che finalmente il ruolo dell’Apec cambia «da incubatore di idee a motore d’azione concreta».
Gli americani cercano di rallentare, se non di fermare del tutto la Ftaap perché stanno chiudendo un accordo ristretto, che si chiama Tpp, «Trans Pacific Partnership» e racchiude 12 Paesi, senza Cina e Russia. Dietro la selva di sigle degna di un cruciverba, c’è il nuovo Grande Gioco Usa-Cina per il primato. In palio ci sono almeno 100 miliardi di dollari, tanti quanti ne perderebbe Pechino in mancate esportazioni, perché se prevalesse la partnership Tpp voluta da Washington, i suoi 12 membri commercerebbero più tra di loro e meno con i cinesi. Pechino osserva che un’intesa a 21 Paesi sarebbe migliore di una a 12 e il ragionamento sembrerebbe ovvio, se non si scontrasse con il dettaglio che nei fatti poi, per far entrare i loro prodotti nella Repubblica popolare, gli imprenditori occidentali debbono spesso scavalcare un muro di protezionismo e burocrazia varia. Xi Jinping nel suo discorso naturalmente ha sorvolato sulla battaglia commerciale e ha assicurato che i due giorni di vertice di Pechino entreranno nella storia. In effetti è riuscito a stringere accordi commerciali importanti con la Corea del Sud, con l’Australia, con la Malesia, ha firmato un altro mega contratto per il gas russo, ha anche concesso finalmente udienza al giapponese Shinzo Abe. E proprio Tokyo sta facendo soffrire i negoziatori di Washington per la conclusione del Tpp: l’ultimo ostacolo è l’apertura dei mercati agricolo e automobilistico, sui quali i giapponesi sono duri a fare concessioni. Si tratterà per ora di un gruppo di studio, ma l’Area di libero commercio Asia-Pacifico Ftaap è in agenda. E anche Obama ieri, almeno a parole, ha negato di voler «contenere la Cina».
I cinesi non ne sono proprio sicuri. «Noi siamo consapevoli che la presenza americana nell’Asia dell’Est è scritta nella storia e sarà anche la tendenza futura. Ma a volte gli americani interpretano le nostre necessità come un tentativo di escluderli», ci spiega Song Guoyou, vicedirettore dell’Istituto di ricerca sugli Stati Uniti all’Università Fudan di Shanghai.
Guido Santevecchi

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