Autodeterminazioni, chi le fa le aspetti

Est/Ovest. La questione della Crimea e ora le attese per il conflitto armato nel Donbass. Dimenticando il Kosovo

Fabrizio Poggi, il manifesto redazione • 24/12/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 628 Viste

«Fra­telli, figli della stessa madre?», chiede Ifi­ge­nia, sacer­do­tessa in Tau­ride, a Pilade e Ore­ste, nella tra­ge­dia di Euri­pide. Quasi negli stessi ter­mini pare aver voluto trat­tare Vla­di­mir Putin il tema della riu­ni­fi­ca­zione della Cri­mea, l’antico Cher­so­neso Tau­rico, alla Rus­sia, nel suo mes­sag­gio all’Assemblea della Fede­ra­zione, lo scorso 4 dicem­bre. Putin ha ricor­dato la cro­naca dell’ultimo anno: la deci­sione del Par­la­mento della Cri­mea (78 voti su 81) che la repub­blica potesse entrare a far parte della Fede­ra­zione russa; quindi la dichia­ra­zione di indi­pen­denza dall’Ucraina e, il 16 marzo, il refe­ren­dum, con il 96,6% dei votanti (3 su 4 del milione e mezzo di aventi diritto) espres­sisi per la riunificazione.

«Per il nostro paese, per il nostro popolo» ha detto Putin, «quest’avvenimento rive­ste un carat­tere spe­ciale. Per­ché in Cri­mea vivono le nostre genti e il ter­ri­to­rio stesso è impor­tante stra­te­gi­ca­mente». Per­ché fu pro­prio a par­tire dalla Cri­mea che «insieme alla vici­nanza etnica, la lin­gua e gli ele­menti comuni della cul­tura mate­riale, i nostri ante­nati per la prima volta e per sem­pre pre­sero coscienza di essere un solo popolo. E que­sto ci dà tutti i fon­da­menti per dire che, per la Rus­sia, la Cri­mea, l’antica Kor­sun, il Cher­so­neso, Seba­sto­poli hanno un grande signi­fi­cato sacro e di civiltà. È così che guar­diamo a tutto ciò da ora e per sem­pre». Un «per sem­pre» riba­dito ora dalla mag­gio­ranza dei russi.

Anche in un’intervista alla tede­sca ARD, Putin aveva accen­nato alla sepa­ra­zione della Cri­mea dall’Ucraina. Con quella scelta, aveva sot­to­li­neato, gli abi­tanti ave­vano rea­liz­zato «la cosa più impor­tante e cioè che al momento di deci­dere dell’autodeterminazione, il popolo che vive in un ter­ri­to­rio non deve chie­dere il parere delle auto­rità cen­trali dello Stato in cui si trova nel dato momento»; aggiun­gendo: «Nulla di diverso da ciò che è stato fatto in Kosovo». Ma ben altre forze, atlan­ti­che, erano inte­res­sate al Kosovo.

In «La società inter­na­zio­nale e il diritto» (Giuf­fré, 1983) gli autori Giu­liano, Sco­vazzi e Tre­ves scri­vono che «la Corte inter­na­zio­nale di giu­sti­zia ha defi­nito il “prin­ci­pio di auto­de­ter­mi­na­zione” quale prin­ci­pio “che risponde alla neces­sità di rispet­tare (da parte degli Stati, evi­den­te­mente) la volontà libe­ra­mente espressa dai popoli”. L’esistenza di tali obbli­ghi tra gli Stati favo­ri­sce in fatto l’autodeterminazione e cioè la costi­tu­zione di nuovi sog­getti».
Quando cioè si arriva a una situa­zione di fatto, che rea­lizza la volontà di una data popo­la­zione, la comu­nità inter­na­zio­nale non può che con­sta­tare la scelta ope­rata dalle per­sone che si sono messe sulla strada dell’autonomia o della sepa­ra­zione da una data strut­tura sta­tale. E Anto­nio Cas­sese, nel «Il diritto inter­na­zio­nale nel mondo con­tem­po­ra­neo» (il Mulino) nel 1984 scri­veva che «il diritto inter­na­zio­nale è un ordi­na­mento giu­ri­dico rea­li­sta, che tiene conto dei rap­porti di potere esi­stenti e si sforza di tra­durli in norme giu­ri­di­che. Esso è lar­ga­mente basato sul prin­ci­pio di effet­ti­vità, sta­bi­li­sce cioè che solo quelle pre­tese e situa­zioni che sono effet­tive acqui­stano rile­vanza giu­ri­dica». Oggi, a pro­po­sito del Don­bass, Tamara Guzen­kova, dell’Istituto russo di studi stra­te­gici, dichiara: «Gli abi­tanti delle Repub­bli­che di Done­tsk e Lugansk non vogliono più dipen­dere dal potere ucraino dal quale, negli ultimi tempi, non hanno visto nulla di buono, ma sono pronti a dia­lo­gare con esso da pari a pari». Aspi­rano cioè al rico­no­sci­mento di un’autonoma sog­get­ti­vità inter­na­zio­nale, che la comu­nità mon­diale con­sa­cra sulla base della loro scelta.

Ciò che Putin ha messo in evi­denza — «il popolo che vive in un ter­ri­to­rio non deve chie­dere il parere delle auto­rità cen­trali dello Stato» — ripro­pone, a distanza di cento e più anni, le famose defi­ni­zioni di Lenin: «Il diritto delle nazioni all’autodecisione non signi­fica altro che il diritto all’indipendenza in senso poli­tico, alla libera sepa­ra­zione poli­tica dalla nazione domi­nante». E «Il diritto all’autodeterminazione … signi­fica la solu­zione della que­stione pre­ci­sa­mente non da parte del par­la­mento cen­trale, bensì da parte del par­la­mento, della dieta, di un refe­ren­dum della mino­ranza che si separa. Quando la Nor­ve­gia si separò (nel 1905) dalla Sve­zia, la cosa fu decisa dalla sola Norvegia».

Putin aveva accen­nato anche al pre­ce­dente del Kosovo, la cui indi­pen­denza dalla Ser­bia fu, dopo la guerra «uma­ni­ta­ria della Nato, pron­ta­mente rico­no­sciuta da tutto l’Occidente, che oggi stre­pita a pro­po­sito di Cri­mea e Don­bass. La neo-ministra degli esteri dell’Unione euro­pea — ma sic­come non c’è una poli­tica estera comune si dice Mister Pesc — Fede­rica Moghe­rini, si è pre­oc­cu­pata di spe­ci­fi­care che, da quando ha assunto la carica, non ha mai detto di atten­dere da Kiev la con­ces­sione dell’autonomia alle regioni orien­tali dell’Ucraina. E in un’intervista all’austriaco Kurier, alla domanda su cosa l’Unione euro­pea si attenda da Kiev, aveva rispo­sto: «Il rispetto per la cul­tura, la lin­gua delle per­sone, lo sta­tus auto­nomo per l’est e riforme isti­tu­zio­nali».
Ancora il capo dei bol­sce­vi­chi, sem­pre attento alle situa­zioni con­crete, a pro­po­sito della sepa­ra­zione dell’Alsazia dalla Ger­ma­nia e unione alla Fran­cia, scri­veva: «L’autodeterminazione pre­sup­pone la libertà di sepa­ra­zione dallo Stato oppres­sore. Del fatto che l’unione a un dato Stato pre­sup­ponga il suo assenso, in poli­tica «non è uso» par­lare. Se si vuole essere un poli­tico mar­xi­sta, allora par­lando dell’Alsazia biso­gna attac­care i fur­fanti del socia­li­smo tede­sco, per il fatto che essi non lot­tano per la libertà di sepa­ra­zione dell’Alsazia e biso­gna attac­care i fur­fanti del socia­li­smo fran­cese per il fatto che essi si rap­pa­ci­fi­cano con la bor­ghe­sia fran­cese, che desi­dera l’unione for­zata di tutta l’Alsazia; biso­gna com­bat­tere con­tro gli uni e gli altri per il fatto che ser­vono l’imperialismo del “pro­prio” paese e temono la sepa­ra­zione di uno Stato, sia anche piccolo».

Ma è dif­fi­cile par­lare di socia­li­smo a pro­po­sito delle con­trap­po­ste e molto inte­res­sate scelte euroa­me­ri­cane su Kosovo e Crimea.

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