Battaglia pd, senza lo strappo

Assemblea tesa, ma non si va al voto. Le assenze di Bersani e D’Alema Renzi: no ai diktat. L’Ulivo? Vent’anni persi. Fassina: se vuoi le urne dillo

redazione • 15/12/2014 • Copertina, Politica & Istituzioni • 559 Viste

ROMA «Tanto tuonò che non piovve». Il commento di Gianni Cuperlo, all’uscita dall’assemblea del Pd, fotografa la mancata resa dei conti. Il duello tra il segretario e la minoranza c’è stato, ma contenuto e non è sfociato in un voto finale. Il segretario non ha attaccato a testa bassa ma ha chiarito con forza: «Basta con i diktat, non si può restare fermi nella palude a guardarsi l’ombelico. Pretendo lealtà». A rispondergli a tono è stato Stefano Fassina: «Renzi non si permetta di ridurre a caricatura chi non la pensa come lui».
Il segretario nella relazione introduttiva sceglie il passo felpato, ma non rinuncia alla sua linea: «Sono rimasto male», confessa, per l’«incidente» in Commissione affari costituzionali, quando il governo è andato sotto: «Se si vogliono lanciare segnali, si fa il semaforo, non il parlamentare». A chi evoca con toni nostalgici l’esperienza dell’Ulivo, Renzi spiega: «Vedo un certo richiamo all’Ulivo molto suggestivo e nostalgico. Si sono persi vent’anni di tempo senza aver realizzato le promesse della campagna elettorale. L’Ulivo non è un santino. Quella stagione fallì per le nostre divisioni e i nostri errori».
Parole che provocano una veemente reazione di Fassina: «Se vuoi andare ad elezioni dillo, smettila di scaricare la responsabilità sulle spalle degli altri. La minoranza non vuole andare al voto prima del 2018. Non ti permetto di fare caricature, è inaccettabile». Renzi, nella replica serale, risponde «con il sorriso»: «Stefano ha un po’ urlato, con la passione che gli riconosciamo. Io non credo che sia una caricatura quando mi viene detto che io sono la Thatcher de ‘noantri, che il Jobs act è una legge fascista o siamo come la troika. Credo che si debba rispettare un dato fondamentale: che a un certo punto si decide».
Renzi parla anche di Mafia Capitale: «Sono schifato». Ma bacchetta i giudici: «Quando leggo numerose interviste di magistrati che commentano le leggi che stiamo facendo, li ringrazio, ma credo che debbano parlare con le sentenze e non con le interviste». In molti rimproverano Renzi di non aver parlato dello sciopero di venerdì. Nella replica rimedia: «Siamo stati eletti per rappresentare il Pd, non la Cgil. Perché non hanno fatto sciopero con Monti e Fornero e con noi sì? È finito il tempo in cui avevano diritto di veto con una manifestazione». E ancora, sul segretario Uil Barbagallo: «Parla di Resistenza, ma è inaccettabile, la Resistenza è una cosa seria». Quanto a lui: «Non sono il Mago Zurlì, ma da piccolo volevo cambiare il mondo, non andare alla moviola».
Tra i big ostili a Renzi mancano Massimo D’Alema, assente in polemica, e Pier Luigi Bersani, a casa per un’indisposizione. Alfredo D’Attorre protesta: «Basta nemici immaginari, Renzi ci deve ringraziare». Intervistata da Maria Latella su Sky Tg24, Rosy Bindi avverte: «Renzi stia attento, a sinistra si apre uno spazio». L’unico che sembra intenzionato a coprirlo, per ora, pare Pippo Civati, ieri presente ma silente: «Ho visto Renzi sulla difensiva». Al suo fianco Vincenzo Vita: «Qui ormai mi sento un estraneo. Stiamo ragionando di uscire, ma il rischio è di fare un’altra lista ultraminoritaria, come quella di Ingroia». Chi sembra lontano dall’idea è Cuperlo che, anzi, considera la giornata di ieri «utile»: «A parte qualche intervento sgradevole, è così che discute un partito. L’anomalia sono stati i tre giorni prima». Anche se non è tempo di entusiasmo, come si evince dalla citazione di Groucho Marx: «Ho trascorso una bellissima domenica. Ma non era questa».
Alessandro Trocino

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