Cibo criminale la mafia e i nuovi servi della gleba

Don Luigi Ciotti e Stefano Rodotà dialogano su un’industria nascosta con un giro d’affari di 15 miliardi

MICHELE SMARGIASSI, la Repubblica redazione • 1/12/2014 • Copertina, Criminalità, controllo & sicurezza • 1297 Viste

REGGIO EMILIA. QUEL boss invisibile che siede alla nostra tavola. C’è un cibo difficile da digerire, un cibo illegale, è il cibo mafioso. Il cibo che le mafie coltivano, monopolizzano, trasportano, trasformano, vendono, spiega Attilio Bolzoni di Repubblica presentando i due ospiti, il giurista dei diritti Stefano Rodotà e don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, la rete contro le mafie. Le mafie ci apparecchiano la tavola. Possiamo cambiare ristorante?

Ciotti: Nella Genesi Dio pone l’uomo e la donna sulla Terra perché la coltivino e la custodiscano. Il creato è un dono per tutti. Abbiamo il dovere di liberare il cibo dalla presa mafiosa. Non amo parlare di numeri, ma quelli che ci dà la Coldiretti sono terribili. Un fatturato illegale sull’agroalimentare attorno ai 15 miliardi. Come scrivemmo nel primo manifesto di Libera, le mafie hanno le mani in pasta. Sono tornate forti, e sono tornate alla terra. Riciclano denaro acquistando intere filiere, monopolizzano la logistica, i mercati generali, con l’obiettivo di condizionare i prezzi. Matteo Messina Denaro aveva un pacchetto azionario di una grande catena europea di supermercati.
Rodotà: Dar da bere agli assetati, da mangiare agli affamati. Cibo e acqua dovrebbero essere sottratti al condizionamento del mercato. Sapendo però che mercato selvaggio e cattiva gestione pubblica congiurano spesso per negare quei bisogni primari.
Ciotti: Cibo, terra e legalità sono strettamente legati. Un dato semplice: i prezzi dell’ortofrutta si moltiplicano di tre volte dalla produzione al consumo. L’Antitrust rileva ricarichi del 77 per cento se la filiera è corta, del 103 con un intermediario, 290 con due intermediari, quasi 300 per cento per filiere più lunghe. Ma chi sono questi intermediari? Non gettiamo la croce sui mediatori onesti, ma è dimostrato che ci sono accordi di spartizione sui trasporti, le agromafie non si fanno la guerra. Chi ci rimette sono i coltivatori, ovviamente, quelli che amano la terra. Chi ci guadagna? Chi non ama né la terra né le persone.
Rodotà: Chi controlla il cibo, controlla gli uomini. Sono rimasto stupefatto dalla mancanza di reazione alla notizia delle lavoranti romene di Ragusa che di giorno colgono i pomodori e di notte sono obbligate a prestazioni sessuali dai loro padroni. Questa è schiavitù. Mi sarei atteso almeno una parola dal ministro Poletti.
Ciotti: La schiavitù è nei nostri campi e nessuno sembra volerla vedere. Quattrocentomila braccianti girano ogni anno da un posto all’altro. Di questi, 100mila sono in grave assoggettamento, le mafie li spostano, se li scambiano, ci sono ottanta centri di caporalato di cui 55 di grave sfruttamento e paghe da fame. Buona la legge sul caporalato, ma le leggi non bastano. Il problema siamo noi, com’è possibile che non pensiamo a questo quando sbucciamo un mandarino?
Rodotà: Sono andato a vedere cosa succede nelle piazze del caporalato. Prendono i più robusti, rigettano quelli più gracili a una giornata di fame. Come nelle transumanze si macellavano i capi più deboli prima di spostare le greggi. Mi domando: è giusto fare leggi sul lavoro, ma vogliamo chiederci cos’è il lavoro? E quanto lo rispettiamo? Le economie avanzate del nostro paese vivono solo grazie al lavoro dei migranti disprezzati ed emarginati, e chi li difende rischia perfino di essere imputato di delitto di solidarietà. In Italia rischiamo di avere una schiavitù radicata ma senza consapevolezza sociale. Ma attenti, la schiavitù è contagiosa. Al lavoratore italiano che non ha difeso i suoi colleghi stranieri prima o poi diranno: adesso lavora anche tu alle loro stesse condizioni.
Ciotti: C’è poi la fine della filiera. Si stima che cinquemila ristoranti, con sedicimila addetti, siano legati alle mafie. Vediamo locali sequestrati per infiltrazione mafiosa, a decine in una sola operazione. A Roma, anche il bar di fronte a Palazzo Chigi. Ma quale infiltrazione, li abbiamo sotto casa, fanno parte del nostro mondo. La Liberazione in Italia non è terminata.
Rodotà: Nel mondo quanti ristoranti si chiamano Cosa Nostra, Il Padrino…? Ho letto di una catena di locali spagnoli che si chiama Mafia. Senza che nessuno dall’Italia abbia ufficialmente protestato. Ma così stiamo dando l’impressione al mondo che la mafia non sia realmente oggetto di una repulsione da parte delle istituzioni.
Ciotti: Il governo italiano deve difendere l’onore di questo paese. Ma in alcuni ristoranti spagnoli, francesi, americani, si serve la nostra pasta, la pasta di Libera, prodotta nelle terre confiscate ai mafiosi. Ricordo la nostra prima pasta, scuoceva in fretta, e il vino… Chiedevo, com’è? Mi rispondevano, beh è fresco. Ora siamo diventati più bravi. Via via, il sapore della libertà è diventato più buono.

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