Conferenza sul clima India e Cina non cedono Si va ai supplementari

Washington, fin qui considerata un freno agli accordi (gli Usa, come noto, sono fuori dal protocollo di Kyoto), è improvvisamente diventata la locomotiva che traina il negoziato

Massimo Gaggi, Corriere della Sera redazione • 13/12/2014 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina • 585 Viste

NEW YORK Va ai tempi supplementari il negoziato sulla lotta contro il riscaldamento globale dell’atmosfera: ieri, all’ora fissata per la conclusione dei lavori della conferenza sull’ambiente riunita da dieci giorni a Lima, in Perù, l’accordo tra i 196 Paesi dell’Onu era ancora in alto mare. Nonostante l’ottimismo espresso a più riprese da diversi protagonisti della trattativa, restavano ancora aperte questioni grosse: dalla ripartizione dei tagli delle emissioni di CO2 alla gestione del Green Climate Fund, il fondo da 100 miliardi di dollari per aiutare i Paesi più poveri a ridurre le loro emissioni di gas-serra.Fin qui sono stati raccolti impegni per 10 miliardi. C’è ancora molto tempo, è vero, visto che l’accordo che si sta cercando di delineare dovrebbe essere formalizzato a Parigi tra un anno ed entrare pienamente in vigore nel 2020, alla scadenza del protocollo di Kyoto. Ma lo squarcio di sereno apertosi un mese fa con l’intesa Cina-Usa sull’ambiente annunciata da Barack Obama e da Xi Jinping a Pechino, è ora offuscato da nuove nubi: si sperava che dopo la Cina – il primo Paese in via di sviluppo che ha accettato l’idea di limitare le sue emissioni, sia pure più tardi e a ritmo più lento rispetto agli Usa – anche le altre nazioni emergenti si mettessero su questa strada. A cominciare dall’India, il terzo inquinatore mondiale. Ma a Lima il ministro dell’Ambiente di Delhi ha cercato in tutti i modi di tirarsi indietro, sostenendo che il suo Paese non può frenare la crescita. La replica dell’Occidente è che i Paesi industrializzati hanno già ha fatto molto e continuano a impegnarsi, ma ora tocca anche agli emergenti, visto che ormai più della metà delle emissioni mondiali di CO2 viene da loro.
Comunque, anche se tengono duro sulle loro posizioni, i negoziatori non vogliono far fallire la conferenza. Si continua a trattare nella speranza di arrivare a un accordo nella giornata di oggi, sabato. Un accordo vero, che fissi già i paletti per il summit di Parigi, non un documento-ponte che rinvia tutti i problemi alla conferenza del prossimo anno. A sbloccare la situazione non è bastato nemmeno l’appello di papa Francesco secondo il quale il deterioramento del clima impone ai governi un imperativo ad agire. Il Pontefice, che sta elaborando una enciclica sull’ecologia attesa per la prossima primavera, ha invitato i potenti della Terra a smettere di ignorare e rinviare un problema che colpisce soprattutto i poveri e che costerà caro alle generazioni future.
Ma l’atteggiamento dei governanti è stato fin qui quello di trasferire la questione ai loro successori. Il clima politico è cambiato con l’accordo Usa-Cina, anche se Pechino ha preso impegni limitati e rifiuta ispezioni esterne per controllare il raggiungimento degli obiettivi. Ma Obama, che non ha mai digerito il fallimento della conferenza ambientale del 2009 a Copenaghen, la prima battuta d’arresto della sua presidenza, è deciso a concludere il mandato alla Casa Bianca con un accordo mondiale sull’ambiente. A conferma del forte impegno politico Usa, a Lima è arrivato anche il Segretario di Stato John Kerry il cui discorso alla conferenza – un appello a fare presto perché l’emergenza è ormai grave e il tempo sta scadendo – è stato molto apprezzato dagli ambientalisti. Washington, fin qui considerata un freno agli accordi (gli Usa, come noto, sono fuori dal protocollo di Kyoto), è improvvisamente diventata la locomotiva che traina il negoziato.
Massimo Gaggi

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