Cuba cerca un’altra utopia senza Fidel

Messa in soffitta da tempo la rivoluzione comunista, un popolo impoverito e stanco si interroga sul futuro: riuscirà Raúl a guidare la svolta senza far perdere l’anima al suo paese? Cosa resta dell’utopia di Fidel?

BERNARDO VALLI, la Repubblica redazione • 22/12/2014 • Copertina, Internazionale • 632 Viste

L’AVANA. NESSUNO ti fa la domanda, anche se è negli sguardi. Nessuno ti chiede se sei venuto per il funerale della rivoluzione, o per la festa della pace. Per tutte due, è evidente, avresti voglia di rispondere. Senti subito l’interrogativo silenzioso, insistente, colmo d’ansia, anche negli incontri casuali. Chi ha vinto e chi ha perso? Vorrebbero saperlo persino a Miramar, quartiere dell’Avana privilegiata, dove abita gente benestante di solito convinta di sapere anche quel che non sa. Ha vinto la ragione, è altrettanto evidente. Questa è l’altra mia risposta.
Barack Obama ha la sua parte di quella ragione: cerca di liberarsi di una sinistra persecuzione durata troppo a lungo, che non fa onore al suo paese. Raúl Castro amministra invece il fallimento del suo comunismo tropicale. Di solito chi fallisce subisce un’altra sorte. Armato pure lui di una parte di ragione, per ora l’ha scampata. Ma siamo soltanto all’inizio.
Nel ‘61 capitai a Cuba in primavera. Poco dopo fu proclamata la Repubblica socialista. Il manto comunista che avrebbe senza preavviso di lì a poco avvolto l’isola, le sue piantagioni di canna da zucchero, la sue spiagge splendide, le belle chiese barocche e i più eleganti quartieri del continente latino americano all’Avana, prima che quella scelta politica fino allora nascosta diventasse ufficiale, visitai il paese pensando ai generosi progetti di Fidel Castro, guerrigliero sulla Sierra Maestra. Nel mezzo secolo che seguì la storia dell’isola ha imboccato un’altra strada. Un ritorno a quelle origini è impossibile. Ma è comprensibile che in queste ore prevalga la fretta di conoscere il futuro immediato, che potrebbe essere, col tempo, non tanto dissimile da quello progettato mezzo secolo fa e poi tradito. Un’altra utopia?
Dopo l’annuncio che ha tolto il fiato a mezzo mondo pur essendo atteso da tempo, si aspettano i fatti e le incognite sono tante. E’ già buio e la città è ancora in preda a un’agitazione nevrotica. C’è folla anche sui viali residenziali di solito deserti a quest’ora. E’ tuttavia meno fitta di ieri.
Gli attempati vicini spiegano a me straniero come il cerchio che strangolava l’isola si sia spaccato. La conversazione è sempre più accesa sul marciapiede nell’attesa di un taxi, tra un’orda di turisti europei di Natale. Non credo si parlasse fino a pochi giorni fa di politica ad alta voce in pubblico. Ma l’opinione dei presenti, associatisi di slancio alla conversazione, è favorevole all’“abbraccio” tra Barack e Raúl, tra l’America e Cuba, e quindi non spiacerebbe certo al potere che l’ha voluto. Quando affiora tuttavia la questione dei 250mila e più esuli cubani di Miami qualcuno esita. Tace. Torneranno? E se torneranno cercheranno di recuperare i loro beni? E accetteranno il potere che si dice ancora comunista? E come sarà la concorrenza americana negli affari? Nessuno chiede se i fratelli Castro reggeranno alla svolta. Non è il caso nonostante la tolleranza poliziesca di questo particolare momento. Certi argomenti guastano l’entusiasmo.
Adesso riassumendo i pareri raccolti in vari posti e occasioni nella città emerge il dubbio, creato dai tanti punti che restano oscuri. Un dubbio che non annulla, scalfisce soltanto, la gioia iniziale del 17 dicembre quando Barack e Raúl hanno detto, uno a Washington e l’altro all’Avana, che era giunto il momento di farla finita con il conflitto di cinquant’anni. Molti cubani adesso dicono “Barack e Raúl”, come se fossero loro vecchi amici. E Fidel? L’impressione è che se ne parli poco, come se fosse stato inghiottito dal passato. Dalla storia.
La pace, quando scoppia, la si festeggia comunque. Poi, dopo il primo grande senso di sollievo, sorgono sentimenti più sfumati. Anche su chi sono i vinti e chi sono i vincitori. Degli uni e degli altri ce ne sono sempre in un conflitto che sta per finire. I colpi di scena, fino a pace fatta sul serio (in questo caso la fine delle sanzioni economiche) sono sempre possibili. La fragilità economica relega il regime cubano nel campo dei vinti. E tuttavia la svolta è stata gestita, almeno per il momento, da quel regime. La sopravvivenza politica è già un successo. Una vittoria, ma effimera. Il processo è appena iniziato e le scosse politiche al vertice non sono da escludere.
Fatte le debite proporzioni uno pensa alla Cina che pur dichiarandosi comunista applica l’economia di mercato, e che ha stretto rapporti con gli Stati Uniti mentre armava il Nord Vietnam in guerra con gli Stati Uniti. Paragonare il piccolo, sgangherato comunismo tropicale con la grande Cina può far sorridere. Il fatto che il comunismo, o quel che si ritiene tale, non costituisca più un avversario, o non rappresenti più un’alternativa, dà alla odierna vicenda di Cuba un valore soprattutto simbolico. Un coriandolo rispetto alla super potenza asiatica. Ma qualche similitudine c’è. Non sono simboliche le sofferenze di uomini e donne per la simultanea responsabilità del regime locale e delle sanzioni imposte dal vicino e ricco colosso americano. Così come non è simbolica, ma grottesca, l’insistenza dei repubblicani che al Congresso di Washington esitano o rifiutano di togliere l’embargo obsoleto e vendicativo contro Cuba.
La rivoluzione è agonizzante da tempo. L’alchimia politica ha mischiato la sua agonia con la pace. Esausta, scarnita, con sempre meno soccorritori, la rivoluzione cubana non suscita più l’intenso odio di un tempo, e ancor meno costituisce una minaccia. La rivoluzione disinnescata consente la pace. Barack Obama l’ha capi- to e cerca di chiudere il capitolo.
Nella primavera di 53 anni fa, nell’aprile del 1961, percorrevo le stesse strade buie di adesso venendo dall’aeroporto. Sul taxi ascoltavo alla radio la forte voce di Fidel che processava in pubblico i controrivoluzionari sbarcati e catturati sulla Playa Giròn e la Playa Larga, nella Baia dei Porci. Li aveva armati e mandati la CIA, e Fidel chiedeva cosa se ne dovesse fare. La gente scandiva «al muro». I “cusanos” (i «vermi» come li chiamava Fidel), i prigionieri, furono poi scambiati contro 53 milioni di dollari, dei prodotti alimentari e sanitari. In gennaio gli Stati Uniti avevano rotto i rapporti diplomatici con Cuba. L’America di Kennedy fece una figuraccia. Fidel sbandierò la sua vittoria. Il pigmeo cubano umiliò allora il gigante americano.
La rivoluzione cubana ebbe un inizio romantico. Fidel, il Che, Camillo Cienfuegos affiancati hanno acceso le fantasie non soltanto rivoluzionarie. Avevano profili da divi di Hollywood ed erano dei guerriglieri audaci e colti. Camillo morì presto in modo non chiaro, il Che fu ucciso in Bolivia, Fidel fu un dittatore longevo e non certo rispettoso dei diritti dell’uomo che aveva predicato sulla Sierra Maestra. Ma nonostante le sue prigioni fossero popolate di oppositori politici, usufruì sempre di una certa indulgenza. La sfida alla superpotenza, invasiva, arrogante, assolse spesso le sue alleanze con i dittatori comunisti sparsi nel mondo. Le giustificò come inevitabili, anche se non lo erano. In particolare l’intesa interessata con l’Unione sovietica che comperava lo zucchero invenduto. Il comunismo tropicale conservò anche nei suoi momenti peggiori (ad esempio la persecuzione dei gay nel mezzo dei Sessanta) molte simpatie.
Barack ha capito che malgrado le colpe di Fidel l’isolamento diplomatico e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti erano puro sadismo. Erano una punizione indegna. L’isola immiserita (e pur sempre invasa da turisti benestanti e non, affascinati dai suoi abitanti e le sue bellezze naturali) era il teatro di un’utopia fallita, alimentata anche dall’orgoglio. Visto da vicino era lo spettacolo triste di un orgoglio stanco e tarato da mille furbizie indispensabili per sopravvivere. Ma quell’orgoglio, al contrario dell’economia sempre più debole, dava energia. Di quel sentimento ha approfittato, con l’ausilio della polizia, il gruppo dirigente, attorno ai fratelli Castro. Fratelli sempre uniti ma di recente costretti a una diversità dei ruoli imposta dall’emergenza.
Raùl, 83 anni, il fratello minore di Fidel, che di anni ne ha 88, è approdato a un pragmatismo che lo allontana dagli ideali e lo spinge a guardare al concreto. Vale a dire al dollaro. Non è una svolta volgare, un tradimento, è la saggezza. Il paese soffre. Non può più essere il teatro di una rivoluzione con la sola prospettiva della bancarotta. Con la fine degli aiuti dell’Unione Sovietica l’economia cubana è crollata del 40 per cento. Ed ora, con la crisi che attanaglia il Venezuela, dove non c’è più il generoso amico Chavez e il prezzo del petrolio precipita, anche gli aiuti latino americani vitali sono praticamente finiti. Cuba era sempre più sola. L’abbraccio alla super potenza è la via di scampo. Per ora avviene con dignità. Raúl non rinnega formalmente il comunismo, cui si richiama tuttora con retorica clericale. Salva così l’orgoglio e soddisfa il fratello Fidel, indebolito dalla malattia e ritiratosi nella Storia. Forse lo risentiremo. Non è escluso che parli ancora dalle rovine della rivoluzione. Ma la sua voce arriverà dal passato.

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