Delitto & Potere, l’ombra della Magliana nel romanzo criminale della città eterna

Delitto & Potere, l’ombra della Magliana nel romanzo criminale della città eterna

RAFFICHE di arresti, nomi eccellenti e bi-partisan, molteplici ipotesi di gravi delitti contro il patrimonio. Lo spettro della Banda della Magliana, mai compiutamente esorcizzato, ora apertamente evocato. Malavitosi e insospettabili asseritamente legati dalla comune propensione al saccheggio della «cosa pubblica ». L’inchiesta della Procura ha l’apparenza di un terremoto devastante. Certo, la vicenda è solo alle prime battute, l’indagato, e anche l’arrestato, non è, per ciò solo, automaticamente colpevole. La prudenza, dunque, è d’obbligo.
Ma se i fatti ipotizzati dagli investigatori saranno confermati, se questa è stata, negli ultimi anni, Roma, c’è da mettersi le mani nei capelli. D’altronde, che a Roma ci fosse del marcio era, da tempo, sotto gli occhi di tutti. Dalle periferie violente agli omicidi di strada, dai negozi che passano rapidamente e misteriosamente di mano allo sfaldarsi del tessuto di solidarietà fra i cittadini la presenza di un’agguerrita “mala” si percepiva, eccome.
L’inchiesta ipotizza una “cupola” imprenditorial/politico/mafiosa che stringe come in un cappio la capitale, soffocandone slancio e vitalità. Da oggi sarà difficile continuare a illudersi che violenza e corruzione siano il frutto avvelenato della fiction che esalta eroi negativi. O che l’attuale crisi di Roma dipenda esclusivamente dall’inadeguatezza del sindaco Marino. L’hanno chiamata «Mondo di Mezzo», questa retata di vecchi volti noti della Strada e new entries del Palazzo.
Carabinieri e poliziotti, si sa, amano battezzare con titoli evocativi le operazioni più delicate. «Mondo di Mezzo» sembra una scelta terribilmente appropriata. Descrive quella zona grigia che sta all’incrocio fra le vocazioni criminali conclamate, “lombrosianamente” riconoscibili, e quelle che nascono e si alimentano nelle varie “stanze dei bottoni”. Connota il terreno vago della convergenza di interessi che autorizza il patto scellerato fra la persona soi-disant per bene e il malandrino, la confusione del patrimonio lecito con il frutto dell’estorsione, la spartizione delle risorse di tutti in nome della convenienza di pochi. E chiama direttamente in causa la politica, a cominciare dall’ex sindaco Alemanno.
In una parola, scritta negli atti: mafia. Una mafia sofisticata, una mafia remix, una mafia 2.0 adeguata alla mutevole realtà del gioco economico, ma pur sempre mafia: con il suo carico di intimidazione e di ferocia. Non è una novità. Non per chi abbia un po’ di memoria storica. Non è una novità l’alleanza organica fra malavita e, se vogliamo usare un eufemismo caro al gergo giornalistico, «settori deviati dell’imprenditoria e della politica». Non lo è da anni. Gli esempi dei Corleonesi e dei Casalesi sono lì a dimostrarlo. «Abili e spregiudicati» banditi tanto quanto imprenditori delle varie Mafia e Camorra Spa. E l’intercambiabilità degli aggettivi la dice lunga su cosa intendiamo, oggi, quando parliamo di criminalità organizzata.
Quanto a Roma, qui storicamente delitto e potere vanno a braccetto. Il Potere è cosa ben nota, ai romani. Ci convivono dai tempi di Romolo e Remo, sono nati e cresciuti all’ombra di San Pietro. E Potere è sinonimo di Palazzo. Dal delitto Sonzogno del 1875, passando per lo scandalo della Banca Romana e l’affare Montesi, non c’è città al mondo dove strada e palazzo siano così pericolosamente e costantemente contigui.
La stessa contestazione di associazione per delinquere di stampo mafioso era già stata spesa per la Banda della Magliana. La Cassazione fu di contrario avviso. Ma forse non tutti sanno che, per le strane regole che governano il nostro processo, qualche associato di quel gruppo criminale fu comunque condannato in via definitiva per 416-bis. E dunque anche sul piano strettamente giudiziario un’affermazione del tipo «la mafia a Roma non esiste» suona quanto meno azzardata. Non foss’altro perché “mafia” è un modello, sì, storicamente dato, ma, come la storia stessa dimostra, agevolmente esportabile e più volte esportato in realtà territoriali che, all’origine, non avevano niente di mafioso.
Oggi si torna a parlarne. E si torna a parlare dell’eredità della Magliana. E leggerle insieme, quelle due parole, mafia e capitale, fa davvero effetto. I ragazzi della Magliana strinsero legami con pezzi deviati (ecco che torna il termine!) dello Stato, terroristi neri (alcuni di buona famiglia), logge massoniche spurie. Abilissimi interpreti di un mutamento epocale negli assetti della criminalità, grazie agli ingenti capitali rastrellati esercitando il monopolio del traffico di droga, entrarono di prepotenza nel “gioco grosso”, diventando signori assoluti della Strada ma con solide radici nel Palazzo. Imposero un modello di accumulazione selvaggia del capitale destinato a fare scuola. Si lacerarono in una serie di lotte intestine: chi rimase troppo legato alla Strada fu cancellato, chi dimostrò di possedere un’adeguata mentalità “imprenditoriale” — e le amicizie giuste — sopravvisse più a lungo e meglio.
Fu, quella della Magliana, una stagione terribile, breve e intensa. Si concluse con la repressione dell’ala militare e l’inabissamento del comparto finanziario. Alcuni di quelli che non facevano parte della banda, ma che con la banda facevano ottimi affari, sono oggi investiti dall’inchiesta. La parola definitiva su questa storia la scriveranno i giudici. Per noi cittadini, romani e non solo, è il tempo della riflessione. E dell’amarezza.


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