La donna che scoprì Bin Laden ora è « la regina della tortura »

La donna che scoprì Bin Laden ora è « la regina della tortura »

Testarda, dura, ambiziosa. Una donna tanto in gamba da aver creduto in piste ritenute inutili da vecchi marpioni dello spionaggio. Tracce che alla fine hanno portato all’individuazione del nascondiglio di Bin Laden ad Abbottabad, in Pakistan. Una donna capace anche di mentire al Congresso Usa per proteggere se stessa e la sua ditta, la Cia, quando usava sistemi brutali sui terroristi. Per questo, e altro, l’hanno ribattezzata la regina della tortura. Soprannome che nascondeva un’identità vera, svelata ieri dal sito di Greenwald, The Intercept , e da qualche media.
Il suo profilo non è lontano da Maya, l’analista protagonista del film Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow dove si racconta la caccia a Osama. Adesso è uscito il lato oscuro: una donna con una carriera segnata da episodi poco positivi che comunque non le hanno impedito di guadagnarsi promozioni. Non conta come, conta solo il fine. E se si sbaglia non importa, perché — come diceva un ufficiale non americano — i terroristi hanno meno diritti dei cittadini normali.
Oggi, a 49 anni, l’agente A è sulla difensiva, impallinata dalle indiscrezioni spiacevoli di chi ha condiviso con lei missioni, report e scrivania. Ieri la celebravano, ora la scorticano. Il primo inciampo — dicono — è nei mesi che precedono l’attacco alle Torri Gemelle. Un funzionario alle sue dipendenze non passa alla Fbi informazioni importanti su Khalid al Mihdar e Nawaf al Hazmi, due dirottatori che parteciperanno al massacro. Un errore che si rivelerà, insieme ad altri, fatale. Forse li avrebbero potuti fermare, ma la storica rivalità con il Bureau unito a un passo falso imperdonabile lo impediscono. L’incidente, pur grave, non tocca il «ruolino» di marcia dell’agente A che continua a dedicarsi alla missione della sua vita: scovare il capo di Al Qaeda. E lo fa da una posizione di rilievo: è la numero due della Alec Station, l’unità speciale che non deve pensare ad altro.
La donna-agente si trova coinvolta nelle attività clandestine che devono far piazza pulita della gerarchia qaedista e dei suoi emissari. E quando alcuni dirigenti jihadisti sono catturati ne segue il trattamento speciale. Dal waterboarding, la tecnica che simula l’annegamento, alla privazione del sonno. Raccontano che è direttamente al centro di due eventi spesso citati: quelli di Khaled Sheikh Mohammed e Abu Zubeyda. Probabilmente è li a guardare mentre cercano di farli parlare. A ogni costo. E quelli parlano, ammettendo anche ciò che non sanno.
A è accusata di aver scatenato un’indagine su una presunta cellula islamista in Montana. Tutto basato su notizie estratte con la tortura e per nulla veritiere. Poi finisce nel pasticcio di Khalid al Masri, vittima innocente del programma delle rendition , i sequestri condotti dalla Cia. Un team lo rapisce in Macedonia pensando che si tratti di una figura importante dell’estremismo, ma è costretta a rilasciarlo. Un abbaglio.
Il vero problema sono però le bugie, quello scudo creato a tutela delle operazioni. La Maya cattiva, accusano, ha mentito al Congresso sostenendo che i metodi di interrogatorio violenti «hanno salvato centinaia di vite» e si sono rivelati una tattica efficace nella lotta ad Al Qaeda.
Verità capovolta dall’indagine dei parlamentari. Nelle 600 pagine del dossier si dice che la Cia ha ingannato senatori e deputati giustificando pratiche inaccettabili e enfatizzandone i risultati ottenuti. Per questo la regina, insistono alcuni, dovrebbe essere processata. Tutti d’accordo? Per nulla. Molti americani pensano che quel «lato oscuro» sia stato necessario in uno scontro che non si è ancora concluso .



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