Il fantasma di Fidel nelle ore decisive “Ma il fratello non fa niente da solo…”

Dalle liti agli editoriali di fuoco contro le aperture alla Casa Bianca Il “comandante” ha una visione politica completamente diversa da quella dell’attuale presidente. La gente dell’Avana si chiede se il leader rivoluzionario sia stato tenuto all’oscuro delle trattative Eppure i più anziani non hanno dubbi: “Il vecchio avrà dato l’ok”

OMERO CIAI, la Repubblica redazione • 19/12/2014 • Copertina, Internazionale • 722 Viste

L’AVANA . All’inizio di questa storia, dalle colonne del Granma, Fidel bacchettò Raul con un paio delle sue periodiche riflessioni rallentando i primi passi del dialogo con la Casa Bianca. Poi gli interventi dell’anziano leader, 88 anni compiuti il 13 agosto scorso, sono andati diradandosi e oggi per le vie dell’Avana nessuno può dire cosa pensi esattamente del disgelo con Washington. Ma neppure se pensi qualcosa. Anche se nei bar dell’Avana i più anziani non hanno dubbi: «Raúl non può avere fatto tutto da solo…».
Fidel trascorre le sue giornate a “Punto Cero”, una vasta residenza con villa, grande giardino, piscine all’aperto, orto, alberi da frutta e persino qualche mucca. A meno di mezz’ora dal centro della capitale, vive con la moglie Dalia e alcuni dei cinque figli che ha avuto con questa bellissima maestra d’asilo che conobbe durante l’invasione della Baia dei Porci (1961). Dalia Soto del Valle è rimasta con lui tutta la vita nonostante numerosi tradimenti e almeno un paio di figli avuti con altre donne. Ogni tanto a “Punto Cero” arriva qualche ospite straniero, l’ultima è stata l’argentina Cristina Kirchner. Ma dopo la visita, e qualche foto con Fidel seduto sul divanetto, le dichiarazioni sono sempre di prammatica. «Sta benissimo». «È forte come un toro». «Prodigo in consigli». «L’ho trovato in splendida forma». E nulla più. Così anche se Raúl ci tiene a conservare le formalità del potere, e ogni volta che annuncia qualcosa giura di averla discussa e concordata con fratello, per i cubani non è facilissimo credergli. Anche se farlo sembra convenire a tutti.
Semmai l’incertezza della gente non riguarda tanto l’approvazione di Fidel che, alla sua età può anche contare relativamente, quanto piuttosto possibili increspature all’interno del partito. Magari qualche inatteso scossone o improbabili rese dei conti. Assumendo la presidenza, nel 2008, Raúl ha in pochi mesi allontanato molti degli uomini che erano cresciti all’ombra del fratello sostituendoli con persone di sua fiducia. Tre su tutti: l’ex ministro Perez Roque, l’eterno delfino Carlos Lage, e l’uomo dei soldi, Soberon, presidente della Banca centrale. A pioggia, dopo questi tre, hanno perso potere e privilegi molti altri funzionari intermedi e molti di quelli che avevano partecipato alle ultime battaglie ideologiche fortemente volute dal leader.
Il pragmatismo ruvido dei generali delle Forze armate ha preso il sopravvento e Raúl, prima di qualsiasi altra cosa, ha consegnato all’esercito la gestione di tutte le risorse produttive dell’isola, dal turismo all’import-export, in un processo che ricorda, molto da vicino, la nascita degli oligarchi durante il crollo del sistema socialista dell’Urss. Con Raúl, che è stato dal 1960 il capo delle Forze armate cubane, i militari condividono l’idea che si possa marciare verso una soluzione vietnamita: molto mercato e relativa libertà d’impresa conservando il regime politico sigillato intorno al partito unico. È una strada che Raúl propose già a Fidel negli anni Novanta, quando con la fine dei sostanziosi sussidi di Mosca, l’isola piombò in una carestia che molte famiglie cubane ricordano ancora oggi con orrore. «Qualcuno faceva il brodo con i pezzi di legno», rievocano tanti. Fidel la scartò subito, preoccupato, come con la perestrojka di Gorbaciov, che bastasse socchiudere l’uscio per perdere il controllo su tutto.
È la relazione con l’idea di sacrificio una delle grandi differenze fra Fidel e Raúl. Il primo, pur di raggiungere la “società degli eguali”, avrebbe (e ha) sottoposto a qualsiasi privazione la popolazione mentre il secondo cerca una formula di convivenza economica fra la conservazione in pochissime mani del potere e un po’ di benessere per la gente. Un pendolo che ha accompagnato per decenni monumentali risse fra i due fratelli, risolte sempre con la vittoria di Fidel — più alto, più carismatico, più furbo, più cinico — e l’umiliazione di Raul. Questa volta però, ottenendo da Obama quasi tutto senza cedere nulla, potrebbe anche averlo fatto contento il suo inflessibile fratello. O forse no. Perché avvicinandosi agli Stati Uniti senza timore di bruciarsi Raúl sta abbattendo i simboli. Fidel non ha mai rinunciato al confronto con il grande nemico al di là dello Stretto e, forse, anche grazie a questo è sopravvissuto mezzo secolo. Ora Raúl prova a fare esattamente il contrario.

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