Il doppio gioco di Islamabad nella guerra più lunga degli Stati Uniti

La strage avviene proprio mentre l’America chiude la missione in Afghanistan costata mille miliardi di dollari

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica redazione • 17/12/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 1141 Viste

NEW YORK. “AFPAK ” è la sigla geostrategica che racchiude Afghanistan e Pakistan. È dentro quel vasto perimetro che l’Occidente fronteggia la minaccia di una riscossa dei Taliban. Sono gli stessi combattenti islamici che in Afghanistan hanno ripreso i loro attacchi puntando nel cuore della capitale, Kabul. I loro fratelli e alleati dall’altra parte della frontiera, in Pakistan, prima della carneficina nella scuola si erano distinti per l’attentato contro Malala Yousafzai nel 2012; prima ancora per il tentato attacco alla metropolitana di New York nel 2010. Per l’ennesima volta l’America e i suoi alleati vivono un incubo, la rinascita di un nemico che sembra avere cento teste e ben più di nove vite. Ma questa volta facendo strage in una scuola per i figli dei militari pachistani, i Taliban hanno colpito con ferocia proprio i loro protettori.
È dai tempi della caccia a Osama bin Laden, poi scoperto e ucciso mentre si “nascondeva” in Pakistan a pochi metri da una caserma dell’esercito locale, che quel doppio gioco ha mostrato la corda. Abbottabad, la città di confine dove risiedeva indisturbato da anni Bin Laden, si trova a 150 km a Nordest da Peshawar dov’è avvenuta la strage nella scuola. I legami occulti tra le forze armate di Islamabad e i Taliban da anni provocano crisi politiche a ripetizione tra Washington e Islamabad. Gli aiuti americani continuano ad affluire al governo e alle forze armate pachistane. Ma una parte di quegli aiuti indirettamente finiscono agli stessi Taliban: soldi, addestramento, armi, protezione e rifugi. Stavolta a bruciarsi le mani sono stati i militari pachistani: apprendisti stregoni che non riescono più a controllare la loro creatura.
La strage in Pakistan avviene proprio mentre l’America sta chiudendo ufficialmente la sua guerra di 13 anni in Afghanistan. O “quasi” chiudendo. Dal 2001 le truppe americane hanno combattuto in Afghanistan quegli stessi Taliban che attraverso i gruppi alleati firmano la strage di scolari a Peshawar. Una guerra costata 1.000 miliardi di dollari, e la più lunga in assoluto nella storia degli Stati Uniti. Un conflitto i cui risultati vengono continuamente sminuiti o messi in discussione proprio dai periodici “ritorni” dei Taliban. In effetti lo stesso Obama di recente ha annunciato che l’addio all’Afghanistan non sarà totale, un contingente di truppe Usa di 10.800 uomini è destinato a rimanere anche dopo il simbolico ammainabandiera del 31 dicembre. L’aviazione e i droni Usa continueranno ad avere missioni offensive e non solo di sorveglianza.
L’eccidio dei bambini pachistani, molti dei quali sono figli di militari, sembra una conferma che i Taliban restano più forti che mai. Contando gli attentati recenti e i bilanci delle vittime questo è un dato innegabile, da una parte e dall’altra del confine montagnoso ma “poroso” che unisce AfPak. Sul versante afgano solo nell’ultimo mese gli attacchi dei Taliban si sono fatti sempre più micidiali con l’uccisione di un funzionario della Corte costituzionale, un attentato alla bomba nella sede della polizia di Kabul, l’esecuzione di sei soldati nel pieno centro della città. Dalle loro tradizionali roccaforti di montagna, i militanti fondamentalisti moltiplicano le loro incursioni nella capitale e in tutti i centri urbani. Quasi a sottolineare per Obama la necessità di puntellare il fragile governo afgano, risultato di un compromesso instabile tra il presidente Ghani e il premier Abdullah. E tuttavia il quadro non è così negativo, almeno dal punto di vista dell’interesse strategico degli Stati Uniti. Militarmente i Taliban restano una forza micidiale. Politicamente, hanno subito una sconfitta pesante in Afghanistan con le ultime elezioni: la partecipazione è stata alta, quasi i due quinti dei votanti sono state donne, nonostante le violenze e le intimidazioni dei Taliban. A giudicare da quelle elezioni la loro capacità di presa sulla società civile afgana è in calo.
In quanto al Pakistan, si è “coltivato la serpe in seno”. Se i Taliban sono ancora una forza militare considerevole, è proprio grazie agli appoggi che l’esercito pachistano continua a fornirgli. Le forze armate e soprattutto i servizi segreti del Pakistan hanno continuato a praticare il doppio gioco: accreditandosi ufficialmente come gli alleati essenziali dell’Occidente nella lotta al terrorismo islamico; mentre sottobanco hanno foraggiato gli stessi terroristi perché colpissero sia in Afghanistan sia in India. Proprio in India Obama farà il suo prossimo viaggio all’estero, a fine gennaio: nel Paese che da tempo accusa il Pakistan di essere non un alleato nella lotta al terrorismo, ma una centrale del terrorismo stesso.

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