Indennizzi ai licenziati e Aspi per due anni Sacconi: “Via l’art.18 o addio al governo”

Con il panettone che aspetta il governo deve varare entro oggi il decreto attuativo del Jobs act e il provvedimento delega che amplia l’Aspi

ROBERTO PETRINI, la Repubblica redazione • 24/12/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 1080 Viste

ROMA . Corsa contro il tempo per il consiglio dei ministri della vigilia di Natale. Con il panettone che aspetta il governo deve varare entro oggi il decreto attuativo del Jobs act e il provvedimento delega che amplia l’Aspi, l’ammortizzatore sociale a favore dei disoccupati. La novità è che quest’ultimo durerà due anni. Slitta invece al prossimo consiglio dei ministri l’abolizione dei contratti per i cocopro. Il premier Renzi ieri ha suonato la carica: «Con il Jobs act non è che sarà più facile licenziare, sarà più facile assumere », ha osservato. Il premier si è detto convinto che «i primi effetti ci saranno già nel 2015» e ha riferito l’opinione di molti investitori internazionali: «Voi approvate il Jobs act, mi dicono, e noi investiremo». Drastico l’ultimatum giunto ieri dall’ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi: «É il D-day della politica italiana. O via articolo 18 o via governo per crollo credibilità». «Facciano come gli pare – ha commentato Renzi con i suoi rispondendo anche alla minoranza Pd- io sto levando l’articolo 18, non mi minaccino perché la peggio poi tocca a loro. Alcuni del Pd vogliono fare storie in commissione? Tanto il parere non è vincolante. La verità è che stiamo cambiando il diritto del lavoro in nove mesi».
I nodi da sciogliere, tuttavia, sono ancora molti. Si discute in modo particolare sull’entità dell’indennizzo per chi, tra i nuovi assunti, viene licenziato in modo ingiustificato: l’ipotesi è di calibrarlo in base alle dimensioni aziendali. C’è poi il tetto massimo delle mensilità: si parla di 24 mensilità. Ma questo tetto sembra troppo alto per le piccole imprese: dunque ieri è emersa una soluzione che divide le aziende per fasce tre dimensionali. L’indennizzo per il licenziamento nelle imprese sotto i 15 dipendenti, dove oggi già non c’è l’articolo 18, sarà di 2,5 mensilità per ogni anno fino a un tetto di sei; sopra i 15 sarà di 4 il minimo e di 24 il tetto massimo. C’è anche l’ipotesi di soglie più alte sopra i 200 dipendenti.
La battaglia non finisce qui perché il decreto dovrà stabilire le fattispecie precise nelle quali rimane in vita il reintegro nel caso di licenziamento illegittimo. Fatti salvi i casi di licenziamento nullo o discriminatorio, gli occhi sono puntati sul licenziamento disciplinare: in questo caso il reintegro potrà essere imposto dal giudice solo in caso di «insussistenza del fatto materiale» contestato.
Ma la mina che si aggira nelle ultime ore è quella che pongono alcuni esponenti della maggioranza che insistono per introdurre la clausola dell’”opting out”, ossia la possibilità per il datore di lavoro di convertire l’eventuale condanna al reintegro con un super-indennizzo monetario. Praticamente si tornerebbe al punto di partenza e tutti i casi dove esisterà il diritto al reintegro potrebbero essere vanificati. Agita le acque anche la questione delle partite Iva sulla quale ieri è intervenuto lo stesso premier assicurando un «provvedimento ad hoc» anche per bloccare gli aumenti contributivi introdotti dal governo Monti. Così a poche ore dall’approvazione della legge di Stabilità già si cambia e si guarda al «milleproroghe» di fine anno. Di fatto la Stabilità ha modificato i regimi forfettari per i professionisti o autonomi con reddito basso: l’Irpef è aumentata dal 5 al 15 per cento e la soglia di accesso è passata da 30 mila per tutti a soglie variabili per professione. Inoltre si è stabilito che chi ha già un lavoro dipendente per accedere al forfettario per una collaborazione deve dimostrare che questo impegno dia più reddito del lavoro dipendente e che la somma dei due non superi i 20 mila euro.

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