Isis, il corpo femminile bot­tino di guerra

Donne bot­tino di guerra. Donne schiave del sesso, ven­dute per 10 dol­lari agli schia­vi­sti dell’Isil (Stato isla­mico in Iraq e nel Levante). E quelle che osano ribel­larsi ven­gono uccise

Giuliana Sgrena, il manifesto redazione • 20/12/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 2362 Viste

Donne bot­tino di guerra. Donne schiave del sesso, ven­dute per 10 dol­lari agli schia­vi­sti dell’Isil (Stato isla­mico in Iraq e nel Levante). E quelle che osano ribel­larsi ven­gono uccise. L’ultimo mas­sa­cro, denun­ciato dal mini­stro dei diritti umani ira­cheno, è avve­nuto a Fal­luja, la cit­ta­dina alle porte di Bagh­dad, sim­bolo di mar­ti­rio e di resistenza.

Gio­vedì scorso un jiha­di­sta, iden­ti­fi­cato con il nome di Abu Anas al-Libi, ha ucciso più di 150 donne e ragazze, alcune delle quali incinta, per­ché si rifiu­ta­vano di con­trarre il matri­mo­nio jiha­di­sta (Jihad al Nikah, ovvero jihad del sesso), un matri­mo­nio tem­po­ra­neo per sod­di­sfare gli appe­titi ses­suali dei com­bat­tenti. Le donne mas­sa­crate sono poi state sepolte in fosse comuni nella peri­fe­ria della città. Sem­pre a Fal­luja, la moschea di al Hadra al Moham­ma­diyyah è stata tra­sfor­mata in una grande pri­gione dove sono stati richiusi cen­ti­naia di donne e di uomini. E le pri­gioni potreb­bero pro­li­fe­rare visto che Fal­luja è chia­mata la città delle cento moschee, ma certo non sono state costruite per diven­tare luo­ghi di deten­zione. L’Isil sem­bra per­sino andare oltre la più fer­rea appli­ca­zione della sharia.

Con­si­de­rare le donne bot­tino di guerra non è una novità, una fatwa che aval­lava que­sto trat­ta­mento era stata emessa dal lea­der alge­rino del Gia (Gruppi isla­mici armati) Ali Belhadj all’inizio degli anni ’90. Con la guerra civile in Siria lo sfrut­ta­mento delle donne a scopo ses­suale è stata san­cita da una fatwa dell’imam sau­dita Muham­mad al Arifi. La fatwa aveva indotto ragazze, con­sen­zienti o meno, a par­tire dalla Tuni­sia verso la Siria per con­trarre il matri­mo­nio jiha­di­sta e dare così il loro con­tri­buto alla guerra santa. Ma è con la pro­cla­ma­zione del calif­fato di al Bagh­dadi che la vio­lenza ha subito una nuova esca­la­tion. Le vit­time sono soprat­tutto donne e bam­bini. All’inizio di dicem­bre l’Isil ha dif­fuso un pam­phlet in cui ven­gono indi­cati 27 con­si­gli su come cat­tu­rare e ren­dere schiave le donne per poi abu­sarne ses­sual­mente. Un docu­mento aber­rante ma non sor­pren­dente viste le testi­mo­nianze già rac­colte dalle Nazioni unite. Tra le indi­ca­zioni: «Stu­prare le donne fatte pri­gio­niere imme­dia­ta­mente» e l’autorizzazione a rap­porti anche con gio­vani che non abbiano rag­giunto la pubertà. Sono ammessi matri­moni jiha­di­sti mul­ti­pli anche con mem­bri della stessa famiglia.

Almeno 2.500 donne e bam­bini sono stati impri­gio­nati e abu­sati ses­sual­mente e poi but­tati sul mer­cato degli schiavi. Que­sti mer­cati, che si tro­vano nell’area di al Quds a Mosul in Iraq e a Raqqa in Siria, sono diven­tati un modo per reclu­tare nuovi adepti del Calif­fato. Que­sti «schiavi» appar­ten­gono soprat­tutto alla mino­ranza yazida e ven­gono trat­tati come ani­mali. Si tratta di una puli­zia etnica. Nei momenti di mag­giore vio­lenza tra le diverse com­po­nenti etnico-confessionali nell’Iraq ancora sotto occu­pa­zione ame­ri­cana vi era stata una divi­sione etnica per quar­tieri, soprat­tutto a Bagh­dad, così come la mino­ranza cri­stiana è stata cac­ciata dal sud del paese, a mag­gio­ranza sciita, ma non si era mai arri­vati a lan­ciare una cam­pa­gna di puli­zia etnica con­tro i non-arabi e i non-musulmani sunniti.

«La lista di vio­la­zioni e abusi per­pe­trati dall’Isil e dai gruppi armati a esso asso­ciati è scon­vol­gente, molti di que­sti atti costi­tui­scono cri­mini di guerra o cri­mini con­tro l’umanità», sostiene l’Alto com­mis­sa­rio Onu per i diritti umani Zeid Raad al Hussein.

Tut­ta­via, seb­bene dal 2008 l’Onu con­si­deri lo stu­pro cri­mine con­tro l’umanità e si sia impe­gnata a met­tere fine all’impunità dei loro autori, rara­mente gli stu­pra­tori sono stati condannati.

Nei con­flitti in corso è molto più peri­co­loso essere donna che essere un combattente.

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