Nazionalizzare l’Ilva, la salute finisce nella « bad company »

Acciaio. Salta il decreto previsto nel Consiglio dei ministri. Camusso (Cgil): «Renzi ci ha ascoltato»

Gianmario Leone, il manifesto redazione • 2/12/2014 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Lavoro, economia & finanza • 1110 Viste

Ha gene­rato entu­sia­smo la presa di posi­zione di Mat­teo Renzi sull’Ilva di Taranto: «Stiamo valu­tando se inter­ve­nire sull’Ilva con un sog­getto pub­blico: rimet­terla in sesto per 2–3 anni, difen­dere l’occupazione, tute­lare l’ambiente e rilan­ciarla sul mer­cato», ha detto il pre­mier nell’intervista pub­bli­cata sabato su Repub­blica. «Una strada utile — ha com­men­tato la lea­der Cgil Susanna Camusso — ma biso­gna vederla con­cre­ta­mente per­ché Ilva è un com­plesso pro­getto di recu­pero ambien­tale oltre che di rilan­cio indu­striale. Almeno su que­sto Renzi ci ha ascoltato».

Quella del pre­mier è tutt’altro che un’accelerata improv­visa. Visto che l’azienda, dopo aver otte­nuto la seconda tran­che di 125 milioni di euro del pre­stito con­cor­dato lo scorso set­tem­bre con gli isti­tuti di cre­dito (Uni­cre­dit, Intesa San Paolo e Banco Popo­lare), gra­zie al quale saranno pagati gli sti­pendi di novem­bre, il pre­mio di pro­du­zione e le tre­di­ce­sime, da gen­naio rischia di andare in default. L’Ilva ogni mese perde infatti una cifra vicina ai 25 milioni di euro e ha accu­mu­lato debiti nei con­fronti dei for­ni­tori per 350 milioni. Altri 50 quelli con­tratti con le aziende dell’indotto e dell’appalto. E deve far fronte a un piano di risa­na­mento ambien­tale che ammonta a non meno di due miliardi di euro. Una vora­gine den­tro la quale rischia di spro­fon­dare la più impo­nente azienda ita­liana, non­ché il side­rur­gico più grande d’Europa. In attesa che si con­cluda il pro­cesso per disa­stro ambien­tale por­tato avanti dalla Pro­cura di Taranto, all’interno del quale sono state pre­sen­tate richie­ste di risar­ci­mento per oltre 30 miliardi di euro.

L’accelerata del pre­mier è dovuta anche al fatto che l’offerta non vin­co­lante pre­sen­tata dal gruppo franco-indiano Arce­lor­Mit­tal la scorsa set­ti­mana, ha con­fer­mato i paletti che da tempo hanno posto tutti i pos­si­bili acqui­renti: ovvero la non dispo­ni­bi­lità ad accol­larsi i debiti pre­gressi e gli oneri deri­vanti dai vari inter­venti pre­vi­sti dal piano ambien­tale. Per que­sto il com­mis­sa­rio Piero Gnudi e il governo hanno chie­sto ed otte­nuto dalla pro­cura di Milano lo sblocco, secondo quanto pre­vi­sto dalla legge Terra dei Fuo­chi, di parte del «tesoro» off­shore dei Riva: 1,2 miliardi di euro. Sblocco sul quale però pesa sia il ricorso in Cas­sa­zione pre­sen­tato dai legali di Adriano Riva, sia l’oggettiva dif­fi­coltà di recu­pe­rare dei fondi inte­stati a otto trust nell’isola di Jer­sey e depo­si­tati nelle casse delle ban­che sviz­zere Ubs e Aletti del gruppo Banco Popolare.

Un gine­praio, quello dell’Ilva, quasi ine­stri­ca­bile. Per que­sto, la strada indi­vi­duata dal governo, pre­vede l’amministrazione straor­di­na­ria delle grandi imprese in crisi, pre­vi­sta dalla legge Mar­zano. Ma il decreto pre­vi­sto ieri in Con­si­glio dei mini­stri non è stato annunciato.

La legge Mar­zano però è appli­ca­bile in pre­senza di aziende in stato d’insolvenza: non è il caso dell’Ilva. Almeno per il momento. Visto che secondo fonti ben infor­mate, lo scorso 26 luglio alcune ditte dell’indotto e alcune società for­ni­trici del side­rur­gico, hanno depo­si­tato ricorsi per ingiun­zione per man­cato paga­mento di sva­riate fat­ture. Una strada che por­te­rebbe l’azienda diret­ta­mente al fal­li­mento qua­lora il con­ten­zioso giu­di­zia­rio non venisse risolto.

A que­sto punto, l’idea da tempo in can­tiere, sarebbe quella di seguire la via scelta per sal­vare Ali­ta­lia. Ren­dere l’attuale Ilva spa una bad company nella quale con­fi­nare le cause ambien­tali e giu­di­zia­rie. E l’eventuale risar­ci­mento danni in tema di boni­fi­che e nei con­fronti di enti e terzi coin­volti. Nella new company dovreb­bero con­fluire invece le aziende del gruppo (oltre a Taranto, Genova e Novi Ligure), i 16.200 dipen­denti diretti e i debiti riguar­danti la sola atti­vità produttiva.

Nella new?.co, secondo l’idea del governo, dovrebbe entrare anche la Cassa Depo­siti e Pre­stiti (custode dei risparmi postali di milioni di ita­liani) attra­verso il Fondo Stra­te­gico, hol­ding di par­te­ci­pa­zioni con­trol­lata all’80% dalla stessa Cdp e al 20% dalla Banca d’Italia. Che acqui­si­sce quote di mino­ranza di imprese di rile­vante inte­resse nazio­nale in situa­zione di equi­li­brio eco­no­mico, finan­zia­rio e patri­mo­niale e che abbiano ade­guate pro­spet­tive di red­di­ti­vità e di sviluppo.

In tutto ciò, in pochi paiono fare i conti con i due fat­tori più impor­tanti. Il primo: l’Ilva è ancora di pro­prietà del gruppo Riva che detiene l’87% delle azioni. Il secondo: la vita e la salute dei taran­tini. Che rischiano di non avere giu­sti­zia e risar­ci­menti. Oltre al con­creto rischio di con­ti­nuare ad amma­larsi e a morire.

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