Orfini l’artificiere e l’ordigno che Renzi teme

Democrack. Il commissario Orfini per prima cosa assicura sostegno a Marino. Ma il suo compito è delicato. Perché Palazzo Chigi e il Nazareno aspettano con il fiato sospeso che l’inchiesta vada avanti

Daniela Preziosi, il manifesto redazione • 5/12/2014 • Copertina, Politica & Istituzioni • 890 Viste

Un lungo col­lo­quio con il sin­daco Marino, quasi due ore, poi un mani­fe­sto di col­la­bo­ra­zione: «È stato un incon­tro utile, abbiamo discusso a lungo. Stiamo lavo­rando nella stessa dire­zione, che è quella di pro­teg­gere la città dai poteri cri­mi­nali e rico­struire un par­tito che sia all’altezza di quello che un par­tito come il nostro deve essere, un argine imper­mea­bile ai poteri cri­mi­nali». Nel suo primo giorno da com­mis­sa­rio del Pd romano Mat­teo Orfini azzera subito il primo pro­blema: quello fra il par­tito e il suo sin­daco «marziano».

Que­stione chiusa: il ciclone abbat­tu­tosi sul Pd con­si­glia viva­mente alle riot­tose cor­renti dem di strin­gersi intorno al primo cit­ta­dino, quello che dimen­tica il per­messo di cir­co­la­zione della Panda ma ha ancora, lui sì, l’immagine di uomo one­sto. Oggi Orfini incon­trerà il gruppo capi­to­lino per sep­pel­lire defi­ni­ti­va­mente  la que­relle. Ci sarà un rim­pa­sto (l’assessore Ozzimo ha lasciato in seguito all’inchiesta «Mondo di mezzo»,  Luca Pan­calli si era dimesso dieci giorni fa in seguito ad una delle tante fibril­la­zioni della giunta).  Ma il rim­pa­sto, spiega Orfini, «è una vicenda che riguarda il sin­daco di Roma e non il Pd. Credo che anche in pas­sato ci sia stata troppa sovrap­po­si­zione da que­sto punto di vista. Il sin­daco farà le sue scelte e avrà il pieno soste­gno del Pd». Andrà così, almeno per ora.

Poi ci sarà da ‘flui­di­fi­care’ il rap­porto fra com­mis­sa­rio e com­mis­sa­riati. Tema deli­cato, da cui dipende il suc­cesso della «rifon­da­zione» del pd romano. Per prima cosa Orfini ha tra­sfor­mato l’iniziativa già con­vo­cata dal segre­ta­rio uscente Cosen­tino ai Fren­tani, sede sto­rica della Cgil,  in un’assemblea il 10 dicem­bre al Lau­ren­tino 38, una delle peri­fe­rie più degra­date della città, «ripor­tando il Pd dove deve essere, ovvero non nel ‘mondo di mezzo’ ma in quello reale delle peri­fe­rie e lì discu­te­remo con i nostri cir­coli, iscritti, elet­tori di quello che è suc­cesso e di come ripar­tire». Mes­sag­gio chiaro. Cosen­tino capi­sce e con una let­tera agli iscritti annun­cia la pen­sione e i giar­di­netti: «Non ho niente a che fare con la cor­ru­zione e i reati di cui si parla. Chi mi vuol bene, lo sa già. Agli altri dico: ‘state tran­quilli’. Sono una per­sona one­sta, e lascio la poli­tica povero come ci sono entrato», «in que­sta situa­zione, non avrei avuto la forza, da solo, di resti­tuire fidu­cia al par­tito». «Da solo»  sarebbe stato Cosen­tino. E invece «da solo» non è Orfini, che gode della fidu­cia piena di Renzi.

Anche per­ché il segre­ta­rio nazio­nale sa che il pre­si­dente del par­tito è l’unico che può maneg­giare con cura l’ordigno inne­scato a Roma. Se l’ordigno esplo­desse, l’onda d’urto arri­ve­rebbe a Palazzo Chigi e al Naza­reno. Orfini, a dif­fe­renza dei tanti com­mis­sari ‘stra­nieri’, è romano, e anche parec­chio. Da par­la­men­tare non ha mai smesso di occu­parsi della sua città. Schie­rando per esem­pio la sua area alle pri­ma­rie a fianco di Davide Sas­soli, e in quelle per la segre­te­ria di Tom­maso Giun­tella. In fede­ra­zione non sono in pochi a chie­dersi «se farà il super par­tes o il capo­cor­rente». La verità è che dovrà cer­care di fare molto di più: una  cosa molto simile all’artificiere.

L’inchiesta, che la stampa e i media ten­dono a rac­con­tare come pro­dotto gran­dioso sì, ma del mar­ciume locale, ha una spic­cata ten­denza a diven­tare caso nazio­nale. Sia sul fronte del governo che su quello del par­tito. Sul governo: la foto che ritrae il mini­stro Poletti alla cena con Ale­manno, Pan­zi­roni, Ozzimo, Sal­va­tore Buzzi e un espo­nente del clan Casa­mo­nica («mi fa star male», ha detto ieri il mini­stro) potrebbe pre­lu­dere ad un affondo degli inqui­renti sul mondo delle coo­pe­ra­tive,  che sono la ragione sociale per la quale Poletti è diven­tato mini­stro. E ancora: Luca Ode­vaine, l’ex vice capo di gabi­netto di Wal­ter Vel­troni che per gli inqui­renti era al libro paga dell’organizzazione mafiosa, ora era al Coor­di­na­mento nazio­nale sull’accoglienza per i richie­denti asilo del mini­stero dell’Interno di Ange­lino Alfano: avrà appli­cato il suo stile disin­volto anche ai nuovi incarichi?

Sul fronte del par­tito,  gli espo­nenti fin qui toc­cati dalle inchie­ste sono per­so­naggi di lungo corso. Che però all’ultima curva sono sal­tati sul carro ren­zian, por­tando in dote interi pac­chetti di pre­fe­renze. Il con­si­gliere regio­nale Euge­nio Patané è vicino al mini­stro Gen­ti­loni; Mirko Coratti, ex for­zi­sta, è vicino all’ex segre­ta­rio regio­nale Gasbarra; Daniele Ozzimo è vicino a Umberto Mar­roni,  che è un dale­miano sto­rico ma fon­da­tore dell’area ‘Noi­dem’ (con Gasbarra e Lorenza Bonac­corsi), che riu­ni­sce ren­ziani della capi­tale, di nuovo e vec­chio conio. Infine l’ex con­si­gliere regio­nale Marco Di Ste­fano, per ora impe­gnato a fare scena muta davanti ai magi­strati per l’accusa di cor­ru­zione in tutt’altra inda­gine: è stato coor­di­na­tore di un tavolo della Leopolda.

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