Il Papa apre i conventi a 15mila profughi

Francesco aveva detto: quelli vuoti non diventino luoghi per fare soldi. Frati e monache gli hanno dato retta E i rifugiati trovano asilo negli istituti religiosi e nelle parrocchie

PAOLO RODARI, la Repubblica redazione • 22/12/2014 • Buone pratiche e Buone notizie, Copertina, Immigrati & Rifugiati • 945 Viste

ROMA . Quando il 10 settembre 2013, in visita al Centro Astalli, Francesco ha detto che i conventi vuoti non devono diventare alberghi per guadagnare soldi perché sono «per la carne di Cristo che sono i rifugiati», suor Emerenziana Bolledi è saltata sulla sedia. Novantenne, ha ricordato quando era novizia alla fine del ‘43. Roma era nelle mani delle forze d’occupazione tedesche che eseguivano rastrellamenti ai danni degli ebrei. Pio XII chiese alle comunità religiose di aprire le porte «ai fratelli perseguitati».
Suor Emerenziana, assieme a suor Ferdinanda Corsetti direttrice della scuola di San Giuseppe di Chambéry al Casaletto, rispose affermativamente tanto che, successivamente, venne riconosciuta dallo Yad Vashem (con lei anche suor Ferdinanda) “Giusta tra le Nazioni”. A distanza di anni, ciò che è accaduto non è stato dimenticato. Anzi, ha contribuito a far sì che la comunità non restasse indifferente. L’anziana suora, sentite le parole del Papa, ha incoraggiato la superiora dell’Istituto di via del Casaletto di cui ancora fa parte a «non avere paura» e ad aprire la porte ai perseguitati: un tempo erano gli ebrei oggi sono i rifugiati.
Tanto che da qualche mese tre rifugiati, due dal Gambia e uno dal Niger, stanno vivendo un’accoglienza di secondo livello: una sorta di passaggio intermedio che li porterà entro un tempo stabilito alla completa in- nella società italiana. Abitano in un locale accanto al convento dove, oltre a gestire in autonomia la casa messa a loro disposizione, tornati dai rispettivi lavori hanno anche la possibilità di coltivare (per loro e per le suore) un piccolo orto.
Non è che un esempio di un movimento che, in seguito all’invito del Papa, sta coinvolgendo sempre più conventi in tutta Italia. Solo a Roma presso il Centro Astalli — l’associazione dei gesuiti che da oltre trent’anni è impegnata ad accogliere e difendere i diritti di chi arriva nel nostro Paese in fuga da guerre, violenze e torture — si sono rivolti nel 2014 una dozzina di conventi che hanno accolto una ventina di rifugiati. Non poca cosa, anche se tutti i giorni (Natale e Pasqua compresi) sono circa 400 i rifugiati che consumano un pasto caldo alla mensa del Centro dietro la Chiesa del Gesù. Ma anche in tutta Italia i numeri sono significativi. Li mostra a Repubblica monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale Fondazione Migrantes: «Nell’ultima ondata di arrivi del 2014 — ormai giunti a 170mila — dopo la tragedia di Lampedusa del 2013 e l’appello di Francesco, gli istituti religiosi (insieme a loro anche parrocchie e famiglie) sono arrivati a mettere a disposizione in via straordinaria oltre 15mila posti ». Certo, l’accoglienza non è dell’ultima ora: «L’impegno della Chiesa italiana a favore dei ritegrazione chiedenti asilo e rifugiati — spiega — si è intensificato negli anni. L’accoglienza dal 2000 a oggi ha visto come protagoniste le 23mila parrocchie, gli istituti religiosi, le cooperative sociali e le associazioni di volontariato d’ispirazione cristiana, attraverso Caritas e Migrantes».
Dice padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli: «Il numero dei rifugiati accolti nei conventi e istituti religiosi è significativo se si pensa che ogni volta che uno di questi istituti apre le porte occorre un lavoro previo prima dell’accoglienza. Ogni istituto ha il suo carisma che l’accoglienza non può stravolgere. Si tratta di trovare il giusto modo tramite il quale aprire le proprie porte».
Le suore di via del Casaletto hanno pensato di riaprire la vecchia casa agricola che permette a loro e ai rifugiati di avere un “campo in comune” in cui lavorare e conoscersi. «La mia casa di gesuiti a Sant’Andrea al Quirinale — nota Ripamonti —ha pensato di accogliere al proprio interno, come se fosse uno di noi, un rifugiato col quale facciamo vita in comune. Oppure ci sono i religiosi della parrocchia a Ripa Grande a Trastevere. Qui, negli anni ‘70, si ospitavano studiosi di teologia. Oggi si ospitano rifugiati e bisognosi».
Nel centro di Roma c’è la casa delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Touret. In risposta all’invito di Francesco le 65 suore hanno messo ai voti la possibilità di ristrutturare la foresteria per accogliere rifugiate. La decisione di aprire è passata senza voti contrari. Racconta padre Ripamonti: «Aprirsi richiede coraggio, l’invito del Papa ha toccato il cuore di molti soprattutto nella sua città». Ed è anche grazie a coloro che al posto di chiudere aprono che la vita di tanti rifugiati si realizza. Un esempio è la storia di Adam, rifugiato sudanese dal Darfur: un giorno dei militari diedero fuco al suo villaggio. Adam venne costretto ad arruolarsi con i ribelli, suo fratello con l’esercito governativo. Quando dopo due mesi Adam si trovò faccia a faccia col fratello come fossero due nemici, lanciò a terra il fucile e scappò. Dopo mesi di peripezie arrivò in Italia dove venne accolto. E dove ha potuto smettere di scappare.

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