Poletti esclude il Jobs act per il pubblico impiego

Insorgono i sindacati (anche la Cisl). Il ministro contestato dal sottosegretario Zanetti: sconcertanti precisazioni

Giovanna Cavalli, Corriere della Sera redazione • 28/12/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 958 Viste

ROMA Di crescente c’è più che altro lo scontento dei sindacati. Ricompattati — la più «morbida» Cisl accanto ai duri di Cgil e Uil — sulla questione se le norme sui licenziamenti del Jobs act possano valere anche per i dipendenti pubblici, come ha sostenuto ieri sul Corriere della Sera il professor Pietro Ichino, uno dei padri del contratto a tutele crescenti. No, no e no, è stata la risposta.
Poi ognuno ha le proprie argomentazioni. «Premesso che l’unica novità di questa normativa è che il datore di lavoro ti può mandare a casa quando e come gli pare, ci si dimentica che i licenziamenti disciplinari per gli statali già esistono: se rubi, vai a casa», si arrabbia Rossana Dettori, segretario generale Funzione pubblica della Cgil. «Per quelli economici poi la vedo complicata: un ministero in crisi, chiude. E che fa, lo Stato, dichiara bancarotta? Infine ricordo che si entra per concorso, a tempo indeterminato. Andrebbero riscritte le regole. Se passa la riforma, faremo tante cause».
O tutto o niente, sostiene Guglielmo Loy, segretario confederale Uil. «Il governo non può bloccare contrattazione e salari e privatizzare il rapporto di lavoro pubblico solo per avere accesso ai licenziamenti. Il pacchetto si prende completo, non solo la parte negativa: allora si riapra la contrattazione». Ma non ritiene che Renzi voglia davvero arrivare a questo: «La mia impressione è che Ichino ci abbia messo del suo, ma che non fosse questa l’intenzione del governo».
Del resto, dopo il no del ministro per la Pubblica amministrazione Marianna Madia, anche quello del Welfare, Giuliano Poletti, ha ribadito che «il Jobs act non vale per i lavoratori del pubblico impiego». Precisazioni che hanno irritato il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti (di Scelta civica, come il senatore Ichino): «Sconcertante questo affannarsi di alcuni ministri nel negare l’applicabilità del Jobs act al pubblico impiego».
Quanto ai licenziamenti collettivi, Poletti assicura che le procedure per risolvere le crisi aziendali, come nel caso Electrolux, resteranno immutate. Ma è il dibattito sugli statali a tenere banco. Giù le mani dal dipendente pubblico, ammonisce Francesco Scrima, segretario generale Scuola della Cisl (settore in cui è la sigla più forte), finora il sindacato più propenso al confronto. Non su questo punto. «Nel pubblico impiego ci sono lavoratori precari da decenni che vanno risarciti. Nessun privato avrebbe trattato così male i propri dipendenti, da sei anni senza contratto. Lo statale non è un privilegiato». Se la Cisl si è dimostrata possibilista sul Jobs act nel privato, con la formula delle tutele crescenti per i nuovi assunti, «è solo per eliminare il precariato».
Un dibattito intenso, come testimonia anche un fitto scambio su Twitter di Tommaso Nannicini, tra gli estensori dei decreti attuativi per Palazzo Chigi, con economisti e giuslavoristi (lungo botta e risposta con Michele Tiraboschi). «Qualsiasi riforma finisce nel tritacarne di chiacchiere da bar, ideologismi e personalismi» scriveva ieri.
Giovanna Cavalli

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