LA PROVA DI FORZA DEGLI IRROTTAMABILI

Sciopero politico? Ideologico? Sprovvisto di una piattaforma alternativa? Fatto sta che non sembrano rottamabili questi lavoratori

GAD LERNER, la Repubblica redazione • 13/12/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Sindacato • 692 Viste

E ADESSO rottamateci tutti, se ne siete capaci!», prorompe con sollievo il vecchio sindacalista.

SI è appena reso conto finalmente che il corteo dei lavoratori milanesi disposti a rinunciare a un giorno di paga è davvero lungo chilometri e riempirà piazza Duomo, mangiandosi da solo il raduno leghista di Salvini. Senza contare che ieri ce ne sono state altre cinquanta, imponenti come questa, di manifestazioni in giro per l’Italia.
Sciopero politico? Ideologico? Sprovvisto di una piattaforma alternativa? Fatto sta che non sembrano rottamabili questi lavoratori fra i quali, nel frattempo, alle bandiere rosse della Cgil si sono aggiunte anche le bandiere azzurre della Uil. Per quanto i sindacati confederali rappresentino ormai solo una minoranza sociale, non pare in grado di rottamarli neanche l’Uomo Nuovo che siede a Palazzo Chigi, quel Matteo Renzi che pure da ottobre ce la sta mettendo tutta per presentare il sindacato come ostacolo burocratico al cambiamento, sfiorando talvolta la denigrazione. Le piazze della Cgil e della Uil lo ricambiano additando Renzi come un corpo estraneo alla sinistra, un seguace fuori tempo massimo della deregulation, o più semplicemente — come ha detto ieri Susanna Camusso — un dilettante allo sbaraglio.
Alla vigilia dello sciopero c’è voluta la moral suasion del Quirinale per disinnescare un provvedimento governativo simbolico come la precettazione dei ferrovieri che, buttata lì in extremis, aveva tutto l’aspetto di una provocazione tipicamente renziana: micidiale come sempre nel sottolineare un profilo impopolare dell’avversario che vuol mettere in difficoltà, portando dalla sua parte l’opinione pubblica. Solo che la precettazione dei ferrovieri Cgil sarebbe apparsa come l’ennesima sfida, resa pericolosa dai rapporti di forza che si stavano delineando. Coi diritti sindacali non si scherza, né tanto meno si interviene con un blitz alla vigilia di uno sciopero generale proclamato da organizzazioni che contano milioni di iscritti veri, non come quelli dei partiti.
Napolitano è corso ai ripari col suo fiuto politico, oltre che con la sua cultura laburista, raccomandando a sciopero in corso che governo e sindacati ricomincino a parlarsi — si badi bene — non solo sulle future scelte di politica industriale e di bilancio, ma anche in merito «alle decisioni già prese », ovvero la riforma del mercato del lavoro approvata senza concertazione.
Si tratta di un implicito rimprovero al metodo Renzi, che sul Jobs Act ha usato l’abolizione dell’articolo 18 come un vessillo, per poi puntare dritto nel rifiuto di ogni trattativa preliminare con i sindacati, liquidata come noiosa perdita di tempo. Basterebbe ricordare come Renzi si è comportato al momento della presentazione del Jobs Act. Dapprima ha convocato i sindacati per discuterne. Poi, alla vigilia dell’incontro, gli ha fatto sapere che sarebbe stato brevissimo (e la Camusso si è messa a cantare “Un’ora sola ti vorrei”); subito dopo Renzi ha posto la fiducia sulla legge delega, divenuta così immodificabile; e la sera è andato in tv a Retequattro da Del Debbio per confidargli che considerava “noioso” l’appuntamento della mattina dopo. Praticamente uno schiaffo pubblico, seguito dalla celebrazione della Leopolda in contemporanea con la manifestazione Cgil di piazza San Giovanni.
Questa plateale presa di distanze da organizzazioni certamente afflitte da burocrazia e crisi di rappresentanza, ma pur sempre unico riferimento possibile della protesta sociale democratica, mirava a enfatizzare una spaccatura del mondo del lavoro. Candidando se stesso e il Pd a portavoce dei giovani e dei precari contro un sindacato accusato di tutelare soltanto i “suoi” garantiti.
Invece a dividersi è stato il Pd, da cui si pretendeva che recidesse legami storici e culturali che stanno alla base della sua formazione. Col risultato che ieri in piazza l’intero Pd veniva percepito come un partito che rinnega la sua base, e gli stessi esponenti della minoranza che hanno votato in Parlamento a favore del Jobs Act sono stati accusati di tradimento.
In questo senso lo sciopero generale è stato sciopero politico: la Cgil supplisce al ruolo di una sinistra che non ha avuto la forza di modificare sostanzialmente la natura del Jobs Act. La Camusso e Landini riempiono — per quanto tempo ancora? — uno spazio vuoto che nessun partitino di estrema sinistra sarà mai in grado di riempire.
Mentre la rabbia sociale lacera le periferie e si manifesta sempre di più come antipolitica e populismo etnico, il sindacato cerca di incanalarla. Ma è un equilibrio sdrucciolevole che non può durare a lungo.
Ieri nelle piazze d’Italia si è ritrovata una minoranza civile di lavoratori che faticavano a scandire parole d’ordine credibili, sempre più lontana dalla politica, orfana di soluzioni alternative. Già domenica sapremo se Renzi, all’assemblea nazionale del Partito Democratico, intraprenderà una revisione della strategia che lo sta portando in rotta di collisione col popolo della sinistra; o se invece sceglierà l’azzardo, non so quanto calcolato, di una frattura definitiva. In altri paesi dell’Europa mediterranea questa dinamica ha provocato un ridimensionamento drastico dei partiti riformisti. Il Pd che va contro la Cgil rischia di fare la stessa fine dei suoi partiti fratelli in Grecia e in Spagna.

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