PUTIN ALLA GUERRA DELL’ENERGIA

by redazione | 2 Dicembre 2014 11:54

LE forniture di gas russo non potranno aggirare l’Ucraina passando dal Mar Nero per raggiungere l’Europa occidentale; Kiev resterà un passaggio obbligato. In visita in Turchia il presidente russo ha mostrato irritazione: «Gli europei non vogliono South Stream, e quindi non si farà». È un colpo duro per lui, tutta la strategia russa degli ultimi anni puntava ad accrescere la mono-dipendenza energetica dell’Europa occidentale. Più degli ostacoli antitrust frapposti dalla Commissione di Bruxelles, più ancora delle difficoltà di finanziamento provocate dalle sanzioni occidentali, South Stream non si farà perché appartiene a un’era che non c’è più. Quella della scarsità, del caro-energia, dei ricatti da parte dei produttori. Putin minimizza la sua disfatta valorizzando i legami con altri clienti: dalla Turchia alla Cina. Ma per vendere il suo gas ai turchi ha già dovuto fargli un ribasso del 6%. In quanto ai cinesi, in affari non prendono lezioni: il prezzo dell’energia russa lo decidono loro.

È il mondo intero che si sta rovesciando. I padroni dell’energia di una volta sono in ritirata, come ha dimostrato il summit dell’Opec la settimana scorsa. Niente tagli alla produzione, il petrolio continua la sua discesa. L’Opec sa di essere ormai un attore piccolo e non determinante: appena un terzo della produzione mondiale di greggio. Com’è lontana l’epoca dell’embargo, il terribile 1973, quando gli sceicchi scatenarono sull’Occidente l’arma della penuria di ben- zina: per castigare chi aveva appoggiato Israele nella guerra del Kippur. Fu il primo shock energetico, con ripercussioni a catena, interi settori industriali in crisi (dall’auto all’acciaio), tempeste monetarie, iperinflazione.
Oggi siamo in un’altra era geologica. Golfo Persico e Medio oriente contano sempre meno. L’America è vicina all’autosufficienza energetica, ha superato la Russia nella produzione di gas e sta per sorpassare l’Arabia in quella di petrolio. È una rivoluzione hi-tech: da una parte ha reso sempre più competitive le energie rinnovabili riducendone i costi; ma dall’altra ha rilanciato in grande l’energia fossile con l’estrazione di shale gas attraverso “fracking” e trivellazione orizzontale. La Silicon Valley applicata al North Dakota, insomma. Pochi riescono a capire l’immensa portata di questi cambiamenti; nessuno ne sarà immune.
C’è la dimensione geopolitica del controshock energetico: in questa fase vede indeboliti soprattutto gli avversari dell’America: dalla Russia all’Iran al Venezuela. Il dato strategico è quello che alimenta le teorie di un patto Usa-Arabia saudita, anche alla luce della loro alleanza contro lo Stato Islamico. Sta di fatto che le primavere arabe si sono chiuse “simbolicamente” con l’assoluzione di Mubarak, e insieme con esse si è chiusa la parentesi del grande dissidio fra Obama e la monarchia saudita. Back to business: si torna in affari insieme?
E tuttavia i sauditi hanno un loro disegno strategico che non combacia in tutto con gli interessi Usa. Nel settore energetico, la caduta dei prezzi può rallentare il boom nello sfruttamento dei “petroli più cari”, come sono alcuni giacimenti nordamericani da rocce e sabbie bituminose; la storia degli ultimi anni però insegna che l’evoluzione tecnologica in questo settore ha spesso superato i vincoli dei prezzi. Tra i possibili perdenti nel gioco al ribasso non bisogna dimenticare le rinnovabili: solare ed eolico sono un po’ meno competitivi se l’energia fossile diventa troppo a buon mercato.
Nella finanza, regge sempre la regola aurea: petrolio debole uguale dollaro forte.
Tra i settori economici: qui in America dove il prezzo del greggio si trasmette subito dal distributore, è una spinta ai consumi perché aumenta il potere d’acquisto delle famiglie. Ci guadagnano anche tutti quei settori che sono forti consumatori di energia, dalle compagnie aeree ai big della logistica (Fedex, Ups), dall’agrobusiness alla chimica.
Ma l’analisi del terremoto energetico non può ignorare quel che accade dal lato della domanda. L’eurozona in piena depressione; il Giappone ripiombato nella sua stagnazione secolare; ora la Cina che rallenta vistosamente. E’ la caduta dei consumi di tutte le materie prime, un effetto e un sintomo di questa glaciazione globale. L’America da sola teme di non riuscire a fare da locomotiva per il resto del mondo. Dalla Cina all’Europa tutti esportano deflazione: il petrolio è diventato vettore di questo contagio.
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