E Renzi commissaria il Pd romano

L’annuncio del premier: «Sconvolto». Cosentino lascia, il partito in città affidato a Matteo Orfini Il segretario dimissionario: «Non siamo tutti colpevoli. Sono tranquillo, il premier ha deciso così»

Monica Guerzoni, Corriere della Sera redazione • 4/12/2014 • Copertina, Criminalità, controllo & sicurezza, Politica & Istituzioni • 1018 Viste

ROMA Una giornata di autentico tormento tra Palazzo Chigi, Montecitorio e il Nazareno: azzerare il Pd romano o prendere tempo, perché il repulisti non sembri un mea culpa? A sera, quando arriva negli studi di La7, un Matteo Renzi «sconvolto» ha deciso e annuncia, in diretta tv, che Lionello Cosentino, «persona seria», ha accettato di lasciare la guida del Pd capitolino e che il partito all’ombra del Cupolone sarà affidato al presidente Matteo Orfini. «Il Pd romano va rifondato» annuncia la rivoluzione il neocommissario ex dalemiano, mentre getta la croce sulle primarie territoriali e sulle preferenze, care all’ala sinistra.
Intervistato da Mentana, Travaglio e Damilano, Renzi prende le distanze dai «politici romani», che invita a una «riflessione profonda»: «Mancano Jack lo squartatore e il mostro di Loch Ness… Non penso che alcuni del Pd possano tirarsene fuori allegramente». Però il governo non si tocca: «Non permetto che si tiri in ballo Poletti per una foto. Il ministro è un galantuomo».
Parla di rabbia e amarezza, Renzi. Ma quando gli chiedono se Salvatore Buzzi sia stato presente alla cena di autofinanziamento dell’Eur risponde seccato: «Non ne ho la più pallida idea». E se pure gli indagati Mirko Coratti ed Eugenio Patanè avessero portato qualche amico ai tavoli del Pd, il segretario resterebbe convinto che la linea della trasparenza è vincente. Il premier si affida alla magistratura e sottolinea che «il centro della vicenda riguarda l’amministrazione Alemanno» e non quella di Ignazio Marino. Il sindaco tanto bistrattato, esce paradossalmente rafforzato dall’inchiesta romana e della necessità di sostenerlo si è parlato nel chiuso del Nazareno, dove Lorenzo Guerini ha ricevuto Cosentino e lo ha convinto al passo indietro. Incontro doloroso per il segretario dimissionario: «Non siamo un partito corrotto. Io sono tranquillo, ma le persone cambiano e Renzi ha deciso così». Cosa la lega a «er cecato» Massimo Carminati e al suo braccio destro Buzzi? «Niente, sono completamente estraneo ai loro affari».
Il cellulare di Mirko Coratti, presidente dimissionario del consiglio comunale, suona a vuoto per ore: «Me lo so’ comprato», rivendica Buzzi nelle intercettazioni. «Sofferto e doloroso» l’addio dell’assessore Daniele Ozzimo indagato per corruzione aggravata. E Umberto Marroni, che non è indagato, è costretto a smentire le «affermazioni fantasiose» che lo consegnano alla cronaca come il «candidato sindaco» della holding del malaffare: «È bene che la magistratura faccia il suo corso». È una gara a tirarsi fuori dal fango o a evitarne gli schizzi. A Montecitorio i deputati pd scelgono la linea del garantismo. Mattia Stella, il capo segreteria di Marino? «Il biondino non è indagato. Era un uomo di Scalfaro… Impossibile che stia in mezzo a ‘sta roba». I democratici cadono dal pero. Eppure nel giugno del 2013 Marianna Madia aveva intravisto il pozzo nero che ha inghiottito il Pd romano. Il ministro, allora deputato, aveva denunciato «vere e proprie associazioni a delinquere» le cui diramazioni politiche affondano le mani nella melma della «terra di mezzo». Ma nessuno, giurano angosciati i «dem», aveva osato immaginare tanto. «Non si può fare di tutta l’erba un fascio», è il leit motiv nel giglio magico, dove l’esercizio è distinguere i renziani dagli ex ds. Questa storiaccia di amicizie pericolose, tangenti e voti scambiati a caro prezzo scava il solco con la minoranza. «Marroni è dalemiano e Cosentino non è certo nostro…» ti soffiano nell’orecchio i fedelissimi del leader, che ai cronisti suggeriscono anche il nome di Bersani, accusato sottovoce dalla nuova dirigenza di aver ignorato le vicende romane. Micaela Campana, deputata vicinissima all’ex segretario con un posto nella squadra di Renzi, quando era sposata con Ozzimo faceva il pieno di voti e tessere al Tiburtino. E Luca Odevaine? Per il vicecapo di gabinetto di Veltroni, capo della trasparenza con Marino, i renziani avrebbero messo la mano sul fuoco, ignorando che avesse cambiato cognome per cancellare un’antica condanna per droga. Walter Verini ricorda che l’ex sindaco gli aveva affidato la lotta al malaffare: «Leggo su di lui cose lunari, lontane mille miglia da come lo conosciamo».
Monica Guerzoni

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