Uruguay, Tabaré Vazquez è il nuovo presidente

Ballottaggio. Eletto al secondo turno il successore di Pepe Mujica

Geraldina Colotti, il manifesto redazione • 2/12/2014 • Copertina, Internazionale • 785 Viste

Tabaré Vazquez, can­di­dato della coa­li­zione di cen­tro­si­ni­stra Frente Amplio, ha vinto il bal­lot­tag­gio di dome­nica. E’ stato eletto pre­si­dente dell’Uruguay con il 53,6% con­tro il 41,1% di Luis Lacalle Pou, rap­pre­sen­tante del Par­tido Nacio­nal. Tra il vin­ci­tore e il suo avver­sa­rio con­ser­va­tore, uno scarto del 13%. E’ la for­bice più ampia otte­nuta dal vin­ci­tore di un bal­lot­tag­gio da quando, nel 1996, la riforma costi­tu­zio­nale ha isti­tuito il secondo turno. Da allora, le urne hanno visto tre bal­lot­taggi, il primo nel 1999, perso da Vaz­quez con­tro il can­di­dato del Par­tido Colo­rado, Jorge Batle (44,5% con­tro 52,2%, l’8% in meno); il secondo nel 2009, quando l’attuale pre­si­dente José Mujica ha vinto su Luis Alberto Lacalle con il 52,3% con­tro il 43,4% (8,8% in più). Tra l’uno e l’altro, Vaz­quez è diven­tato pre­si­dente al primo turno supe­rando la soglia del 50%. Ora, il can­di­dato del Frente Amplio (la coa­li­zione di centro-sinistra che ha otte­nuto la mag­gio­ranza nei due rami del par­la­mento) assu­merà l’incarico a marzo e gover­nerà fino al 2020.

Il set­tan­ta­quat­trenne onco­logo ha voluto ricor­dare il 30 novem­bre di 34 anni fa. Allora, la popo­la­zione ha espresso «un chiaro no» alla riforma costi­tu­zio­nale pro­po­sta dalla dit­ta­tura, con il 56% dei voti, e «un deciso sì alla demo­cra­zia, ricon­qui­stata nel 1985. Oggi – ha dichia­rato dome­nica sera Vazquez – abbiamo detto nuo­va­mente sì a più libertà, diritti, a una miglior demo­cra­zia e a una miglior cit­ta­di­nanza, a più svi­luppo eco­no­mico, sociale e cul­tu­rale». La popo­la­zione ha detto sì «anche a più lavoro e più valore aggiunto alla pro­du­zione e alla soste­ni­bi­lità ambien­tale – ha aggiunto Vaz­quez – ma anche a una mag­giore infra­strut­tura per l’attività eco­no­mica del paese e per la vita quo­ti­diana delle per­sone. E un sì al miglio­ra­mento della qua­lità dei ser­vizi pub­blici: salute, edu­ca­zione, sicu­rezza, atten­zione a tutti gli uru­gua­yani e spe­cial­mente a chi ne ha più biso­gno; un sì a una mag­gior inte­gra­zione interna e esterna con la regione e il mondo». Il neo eletto ha poi invi­tato «tutti i set­tori della società a un ampio dia­logo sui temi fon­da­men­tali» e ha esor­tato ad ascol­tare «il cuore del paese». Quindi, ha così con­cluso: «Non biso­gna tanto pen­sare alle pros­sime ele­zioni, quanto alle pros­sime generazioni».

Alla vice­pre­si­denza, ci sarà Raul Sen­dic, figlio dello scom­parso lea­der dei Tupa­ma­ros, che ha ricor­dato alcune let­tere invia­te­gli dal padre quand’era in car­cere durante la dit­ta­tura: «Siamo cava­lieri della sto­ria — ha detto – dopo aver con­qui­stato un oriz­zonte, se ne pre­sen­tano dei nuovi. Il Frente Amplio è così».
Lacalle Pou ha subito rico­no­sciuto la scon­fitta: «E’ la demo­cra­zia», ha detto. Tutti i pre­si­denti dell’America latina si sono con­gra­tu­lati con Vaz­quez via twit­ter, e nelle piazze sono comin­ciati i festeg­gia­menti.
L’Uruguay ha dun­que deciso di non tor­nare indie­tro, almeno sul piano for­male. Quanto ai pro­grammi e alle que­stioni in campo, è noto che il neo pre­si­dente è più mode­rato del suo cari­sma­tico pre­de­ces­sore José “Pepe” Mujica: sia sul piano dei diritti (aborto, mari­juana, matri­moni gay), che su quello eco­no­mico e dell’integrazione lati­noa­me­ri­cana. «Può darsi che Vazquez abbia ragione a voler modi­fi­care la Costi­tu­zione per eli­mi­nare il secondo turno, ma a me pre­oc­cupa soprat­tutto che abbiamo una Costi­tu­zione a tutela del lati­fondo», ha affer­mato Mujica di recente. E ha spie­gato che la Carta magna impe­di­sce di tas­sare i lati­fon­di­sti, «men­tre con­sente di aumen­tare ogni giorno l’Iva su quel che si man­gia. E allora – ha chie­sto – a favore di chi è que­sta Costi­tu­zione?». L’ex tupa­maro Mujica, per legge non ha potuto più rican­di­darsi. In com­penso, è stato eletto sena­tore e così pure la sua com­pa­gna, Lucia Topo­lan­sky, anche lei ex guer­ri­gliera, pro­ba­bile mini­stra per l’Agricoltura.

Un’altra que­stione spi­nosa è quella che riguarda la pas­sata dit­ta­tura. In un docu­mento di un cen­ti­naio di pagine, inti­to­lato “Diritto alla verità nelle Ame­ri­che”, la Com­mis­sione inte­ra­me­ri­cana per i diritti umani ha sol­le­ci­tato alcuni paesi che hanno subito regimi dit­ta­to­riali (Bra­sile, Cile e Uru­guay) o san­gui­nose guerre civili (Gua­te­mala e Sal­va­dor) a «declas­si­fi­care gli archivi». La Com­mis­sione ha lamen­tato anche l’esistenza di leggi che impe­di­scono i pro­cessi per vio­la­zione dei diritti umani in tutta la loro esten­sione: «Il diritto alla verità non può essere coar­tato attra­verso misure legi­sla­tive come le amni­stie», dice il docu­mento e ricorda che 16 paesi hanno isti­tuito com­mis­sioni per la verità per far luce su tor­ture, assas­si­nii e scom­parse durante i regimi mili­tari negli anni ’70-’80. La prima è stata creata dall’Argentina dopo il ritorno alla demo­cra­zia, nel 1983. L’ultima è in corso in Bra­sile, si è costi­tuita nel 2012 per inda­gare i cri­mini dei diversi governi mili­tari che si sono suc­ce­duti tra il 1964 e il 1985.

Su que­sto, però, nean­che l’ex pri­gio­niero Mujica è d’accordo a ria­prire vec­chie ferite: «Acco­glierò i pri­gio­nieri di Guan­ta­namo – ha dichia­rato di recente – ma a con­di­zione che pos­sano girare liberi e non deb­bano tor­nare in car­cere qui da noi. So cosa signi­fica pas­sare anni die­tro le sbarre».

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