La corsa a Char­lie, tutto esaurito

Edi­cole prese d’assalto fin dalla prima mat­tina, Char­lie Hebdo, che ha deciso di aumen­tare la tira­tura a 5 milioni di copie al ritmo di 500mila al giorno e sarà in edi­cola per due set­ti­mane, subito esau­rito in attesa di una nuova edi­zione. Un feno­meno mai suc­cesso prima. Anche Le Canard Enchainé, altro set­ti­ma­nale sati­rico, era esau­rito – il gior­nale è sotto pro­te­zione raf­for­zata della poli­zia, in seguito alle minacce rice­vute dopo l’attacco a Char­lie Hebdo. Anche Libé­ra­tion era esau­rita, pro­ba­bil­mente gra­zie al fatto di aver ospi­tato la reda­zione del set­ti­ma­nale sati­rico, con la prima con tanti Char­lie Hebdo e il titolo: “Io sono in edi­cola”. Le dona­zioni esplo­dono, più di un milione di euro sono stati desti­nati da più di 14mila per­sone a Char­lie Hebdo, che era in dif­fi­coltà finanziarie.

L’umorista Dieu­donné è stato messo in stato fermo alle 7 di ieri mat­tina, con l’accusa di “apo­lo­gia di ter­ro­ri­smo”. Un’inchiesta era stata aperta lunedi’ dalla Pro­cura di Parigi in seguito alla frase uscita su Face­book, una paro­dia di “Io sono Char­lie”. Dieu­donné ha pro­cla­mato, dome­nica: “sap­piate che, sta­sera, per quello che mi riguarda, io mi sento Char­lie Cou­li­baly”. C’era anche una presa in giro della grande mani­fe­sta­zione di dome­nica, defi­nita “istante magico pari al big-bang” o all’ “inco­ro­na­mento di Ver­cin­ge­to­rige”. Il suo ultimo spet­ta­colo, La Bestia umana, è depro­gram­mato dappertutto.

Che dif­fe­renza tra Char­lie Hebdo e Dieu­donné? All’estero, non molti media hanno accet­tato di pub­bli­care le cari­ca­ture di Char­lie. Cri­ti­che sono arri­vate dalle auto­rità reli­giose un po’ dap­per­tutto, soprat­tutto in Medio­riente, in Asia e in Africa. In Fran­cia, le auto­rità musul­mane hanno sug­ge­rito ai fedeli di igno­rare le cari­ca­ture. Men­tre Jean-Marie Le Pen e Tariq Rama­dan hanno espresso il loro rigetto verso la mar­cia repub­bli­cana affer­mando “Io non sono Char­lie”. Nel mondo musul­mano, ha sfi­dato la cen­sura il quo­ti­diano turco Cum­hu­riyet, che ha tra­dotto 4 pagine di Char­lie Hebdo. Il New York Times ha fatto auto-critica, la media­trice ha disap­pro­vato la scelta di non pub­bli­care le cari­ca­ture. Lo Jyl­landsPost danese, che nel 2006 aveva pub­bli­cato le cari­ca­ture poi riprese da Char­lie, si è “auto­cen­su­rato”, ha spie­gato il diret­tore, per “paura”. In Fran­cia la situa­zione è diversa, per la sto­ria del paese. La Dichia­ra­zione uni­ver­sale dei diritti dell’uomo del 1789 dichiara: “ogni cit­ta­dino puo’ par­lare, scri­vere, stam­pare libe­ra­mente”. Il reato di bla­sfe­mia non esi­ste dalla Rivo­lu­zione (salvo in Alsa­zia, retag­gio della legge tede­sca, ma c’è una peti­zione per sop­pri­merlo), con­fer­mato con una legge del 1881. Ma la legge pone dei limiti. Char­lie Hebdo non li ha infranti, men­tre Dieu­donné lo ha fatto. La legge puni­sce la dif­fa­ma­zione e l’incitamento all’odio, alla vio­lenza. Le vignette di Char­lieHebdo, che spesso è stato tra­sci­nato in tri­bu­nale – 48 pro­cessi dal ’92 a oggi, 9 con­danne – non pren­dono di mira per­sone spe­ci­fi­che, ma il set­ti­ma­nale ha messo in scena in prima pagina un Mao­metto tri­ste, con un car­tello “Io sono Char­lie” e il titolo: “Tutto è per­do­nato” (den­tro ci sono arti­coli e altre vignette, alcune sono le ultime rea­liz­zate dai dise­gna­tori dece­duti, come Cabu). Il filo­sofo Oli­vier Abel, che inse­gna alla facoltà di Teo­lo­gia pro­te­stante di Mont­pel­lier, vede nel titolo un richiamo al per­dono, iro­nico e spiaz­zante, un gesto poli­tico: chi per­dona a chi? E cosa? Il titolo fa riflet­tere. Al con­tra­rio, l’intervento di Dieu­donné è messo sotto accusa, per­ché inneg­giando a Cou­li­baly si tra­sforma in espres­sione di anti­se­mi­ti­smo e in apo­lo­gia di atten­tato, entrambi puniti dalla legge (fino a 7 anni di car­cere e 100mila euro di multa, se dif­fusi su Inter­net). Dagli atten­tati, sono in corso più di 50 pro­ce­di­menti giu­di­ziari per “apo­lo­gia di ter­ro­ri­smo” (15 a causa di tag, 10 per danni pro­cu­rati a luo­ghi di culto musul­mani, 11 per distri­bu­zione di volan­tini anti-islam, 19 per infra­zioni con­tro le forze dell’ordine, 14 per cyber-attacchi) e ci sono già le prime con­danne. Oggi, il Csa (Con­si­glio supe­riore dell’audiovisivo) ha con­vo­cato una tavola rotonda con i diret­tori dei prin­ci­pali media, per ana­liz­zare alcune derive nell’informazione di que­sti giorni, dovute soprat­tutto alla pre­ci­pi­ta­zione e all’emozione generale.

Al Quaeda dallo Yemen ha riven­di­cato l’attentato con un video di 11 minuiti, che con­ferma le affer­ma­zioni dei fra­telli Koua­chi. Parla di “coin­ci­denza” con gli atten­tati di Cou­li­baly (che aveva riven­di­cato di essere dell’Isis). C’è stato un arre­sto di un fran­cese in Bul­ga­ria due giorni fa. L’inchiesta dovrà met­tere in luce la rete di appoggi, interna e inter­na­zio­nale, che stava attorno ai due fra­telli Koua­chi e a Cou­li­baly. Poli­ti­ca­mente, l’unità nazio­nale è pro­se­guita ieri, dopo il discorso di Manuel Valls la vigi­lia, che è riu­scito nel dif­fi­cile eser­ci­zio di met­tere in dif­fi­coltà la destra, che è stata costretta ad applau­dirlo, senza troppo delu­dere la sini­stra, con l’impegno a rispet­tare lo stato di diritto anche nell’emergenza. L’Europa tutta qui è di fronte a una sfida enorme, per evi­tare di cadere nella scelta di un Patriot Act all’americana e le derive della Nsa. C’è in pro­spet­tiva l’adozione del Pnr (Pas­sen­ger name record) anche per la Ue, che del resto ha già con­cesso que­sta misura a favore degli Usa. C’è chi insi­ste sulla riforma di Schen­gen, chie­dendo mag­giori controlli.



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