«Disgelo», al via i col­lo­qui tra prudenza e piccoli passi

Cuba/Usa. La vice segretaria di Stato americana è all’Avana per iniziare i colloqui con la controparte cubana

Roberto Livi, il manifesto redazione • 22/1/2015 • Copertina, Internazionale • 674 Viste

«Il Con­gresso dovrebbe ini­ziare i lavori per met­tere fine all’embargo con­tro Cuba». La voce di Barak Obama sem­brava risuo­nare ieri mat­tina al Palazzo delle Con­ven­zioni dell’Avana, men­tre entrava la dele­ga­zione sta­tu­ni­tense gui­data dalla vice­se­gre­ta­ria di Stato Roberta Jacob­son, coa­diu­vata da Edward Alex Lee, sot­to­se­gre­ta­rio assi­stente dell’Ufficio per gli affari dell’Emisfero occi­den­tale del Dipar­ti­mento di Stato. La pro­po­sta avan­zata mar­tedì notte dal pre­si­dente Usa nel suo discorso sullo stato dell’Unione con­tri­buiva a dare una patina di sto­ria agli scatti dei foto­grafi e all’immagini dei cameramen.

I col­lo­qui ini­ziati ieri tra la più alta dele­ga­zione sta­tu­ni­tense mai arri­vata nell’isola da cinquant’anni e la con­tro­parte cubana gui­data da Jose­fina Vidal, diret­tore gene­rale del Dipar­ti­mento Stati uniti del mini­stero degli Esteri, hanno nei fatti un pro­filo tutto som­mato basso: gli accordi migra­tori (ieri) e (oggi) i pro­ce­di­menti per giun­gere all’apertura di un’ambasciata sta­tu­ni­tense all’Avana e una sede diplo­ma­tica cubana a Washing­ton.
Il senso poli­tico è ben più con­si­stente — «sto­rico», appunto — in quanto si tratta di com­piere i primi, con­creti passi dopo l’annuncio dato lo scorso dicem­bre da Obama e Raúl Castro della ripresa dei rap­porti dipo­lo­ma­tici inter­rotti uni­la­te­ral­mente dagli Usa nel 1961. Come ha detto papa Fran­ce­sco –citato da Obama– «la diplo­ma­zia è fatta di pic­coli passi», i quali, som­man­dosi, pos­sono por­tare a cam­bia­menti sto­rici per dare – sem­pre secondo Obama– «una nuova spe­ranza al futuro di Cuba».

Da parte cubana, si fa pro­fes­sione di meno enfasi e mag­giore pru­denza. Una «fonte» cubana citata ieri dal quo­ti­diano del Pc Granma, sostiene infatti che «non dob­biamo pre­ten­dere che tutti i pro­blemi siano risolti in una sola riu­nione. La nor­ma­liz­za­zione dei rap­porti è un pro­cesso molto più lungo e com­plesso, nel quale biso­gna affron­tare temi che inte­res­sano entrambe le parti». E comun­que Granma mette in chiaro che «in tema di rela­zioni finan­zia­rie ed eco­no­mi­che» la distanza è «ancora grande», rife­ren­dosi al pro­blema del blo­queo, l’embargo sta­tu­ni­tense che resta in vigore per­ché, essendo una legge fede­rale, può essere eli­mi­nato solo dal Con­gresso Usa, dove però i repub­bli­cani hanno la maggioranza.

Il tema dell’embargo non entra nell’agenda della prima gior­nata di con­ver­sa­zioni bila­te­rali, che riguarda i pro­blemi migra­tori e que­stioni col­le­gate come il traf­fico di droga. Que­stioni all’ordine del giorno per­ché da dicem­bre — dopo l’annuncio del rista­bi­li­mento delle rela­zioni diplo­ma­ti­che — è rad­dop­piato il flusso di bal­se­ros, di cubani che attra­ver­sano lo stretto di Flo­rida in imbar­ca­zioni di for­tuna o affi­dan­dosi a lance veloci gestite da orga­niz­za­zioni mafiose col­le­gate con gli anti­ca­stri­sti di Miami. La parte cubana farà pre­sente la sua pre­oc­cu­pa­zione per il man­te­ni­mento della legge ame­ri­cana che garan­ti­sce di fatto la resi­denza ai cubani che giun­gano in suolo sta­tu­ni­tense, «favo­rendo così i ten­ta­tivi di emi­gra­zione ille­gale da Cuba».

Nel pome­rig­gio, però era pre­vi­sto che le due dele­ga­zioni affron­tas­sero «temi bila­te­rali» più gene­rali, come appunto una «mappa» del per­corso da com­piere per ridurre o eli­mi­nare l’embargo e la que­stione della chiu­sura della pri­gione nella base ame­ri­cana di Guan­ta­namo, oltre al tema, assai deli­cato, dei diritti umani a Cuba (che sarà ripreso anche nei col­lo­qui di oggi). L’atmosfera nel Palazzo delle con­ven­zioni era comun­que orien­tata verso un cauto otti­mi­smo, soprat­tutto per quanto riguarda il nuovo «clima» poli­tico. È impor­tante che a capo delle dele­ga­zioni vi siano due donne, entrambe con grande espe­rienza nella diplo­ma­zia e che si cono­scono e sti­mano. Che pos­sono dun­que tro­vare un lin­guag­gio comune, meno buro­cra­tico, sostiene un mem­bro della dele­ga­zione cubana, che non vuole essere citato.

Jacob­son, come capo del Dipar­ti­mento Emi­sfero Occi­den­tale, super­vi­siona il lavoro di 10.000 dipen­denti che lavo­rano in 20 paesi, è la prima donna a rag­giun­gere tale posto al ver­tice della poli­tica estera Usa e viene defi­nita una «super­pro­fes­sio­nale», ma capace di un lin­guag­gio franco e alle­gro. Anche Vidal, lau­reta all’Istituto di rela­zioni inter­na­zio­nali di Mosca e dal 2012 respon­sa­bile dei rap­porti con gli Usa, è rite­nuta, come afferma l’ex diplo­ma­tico cubano Car­los Alzu­ga­ray, «una eccel­lente nego­zia­trice che cono­sce bene gli Usa.

Riu­scirà a capire gli argo­menti della con­tro­parte e al con­tempo difen­dere gli inte­ressi di Cuba». «Non vi è dub­bio che la diplo­ma­zia è un campo di bat­ta­glia», sostiene l’accademico Este­ban Mora­les che ha scritto due libri sui rap­porti Cuba-Usa. «Non ci fac­ciamo illu­sioni – afferma– che gli Usa rinun­cino a con­trol­lare Cuba, ma que­sta aper­tura voluta da Obama apre grandi pos­si­bi­lità per l’isola». Inol­tre, «quando si sta­bi­li­scono rela­zioni diplo­ma­ti­che fini­scono i metodi di guerra. Nes­suno impone nulla, ma si tratta». Mora­les afferma che una delle que­stioni più deli­cate è quella dei diritti umani e della demo­cra­zia in Cuba che– secondo una fonte della dele­ga­zione sta­tu­ni­tense– avrà un forte peso nei col­lo­qui in corso.

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