Effetto Piketty e lotta alla povertà Ora anche la destra si converte

La consapevolezza delle distorsioni nella distribuzione del reddito sta crescendo da tempo negli Usa come in Europa

Massimo Gaggi, Corriere della Sera redazione • 19/1/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 772 Viste

NEW YORK Hillary Clinton, che si prepara a scendere in campo per le presidenziali 2016 ma tace da più di un mese, rompe il silenzio con un tweet nel quale invita il Congresso a concentrarsi sulla creazione di posti di lavoro e sull’aumento dei redditi delle famiglie del ceto medio. Ma anche la destra, benché critica rispetto alle politiche sociali di Obama, riscopre la centralità della lotta alla povertà e la necessità di sostenere la «middle class». Jeb Bush è già intervenuto più volte pubblicamente su questi temi e nei giorni scorsi è uscito allo scoperto anche Mitt Romney con un comizio nel quale ha sparato a zero su Obama: il presidente, accusato fino a ieri dalla destra di essere «socialista», ora viene messo sul banco degli imputati perché, dice l’ex governatore del Massachusetts, «negli anni della sua presidenza i ricchi sono diventati più ricchi. Le diseguaglianze nella distribuzione dei redditi sono peggiorate: in America non ci sono mai stati tanti poveri come oggi».
Romney non dice il falso: le statistiche dicono che il reddito del 10% di americani più ricchi dal 2010 al 2013 è ulteriormente cresciuto del 9%, mentre quello del 20% dei cittadini che si collocano a metà nella scala dei redditi è calato del 4,6%. Con una perdita di valore patrimoniale (soprattutto per la crisi del mercato della casa) ancora maggiore (meno 19%). La consapevolezza delle distorsioni nella distribuzione del reddito sta crescendo da tempo negli Usa come in Europa grazie alla moltiplicazione delle analisi economiche che mettono in luce il fenomeno e al successo di libri come l’ormai celebre saggio di Thomas Piketty, «Il capitale nel XXI secolo».
Certo, è curioso che oggi a provare ad alzare il vessillo della lotta alla povertà sia anche il partito che si è sempre opposto a ogni proposta obamiana di redistribuzione del reddito. Ma è anche politicamente comprensibile, visto che il lavoro e le diseguaglianze saranno comunque al centro della campagna elettorale: i repubblicani cercano quindi di aggiustare il tiro, sostenendo di aver osteggiato una politica di assistenza e tasse più alte che avrebbero penalizzato la crescita. Oggi, però, la Casa Bianca non è sotto accusa per il mancato sviluppo, visto che il Pil sale, ma proprio per non aver corretto con interventi sociali la crescente divergenza dei redditi imposta dalle forze del mercato (globalizzazione e tecnologia). In una logica elettorale ci sta anche il tentativo dei repubblicani di accusare Obama per non essere riuscito a ridurre il «gap» (oggi più della metà dei ragazzi che frequentano le scuole pubbliche hanno diritto al pasto gratis perché vengono da famiglie povere), cercando di far dimenticare i loro veti a ogni misura di redistribuzione del reddito. E’, però, sicuramente singolare che ad alzare i toni più di chiunque altro sulla questione della povertà sia quello stesso Romney protagonista, nella campagna del 2012, di un clamoroso autogol elettorale: trattò il 47% di americani più poveri da soggetti passivi (se non parassiti) sempre alla ricerca di sussidi, aggiungendo che «il mio compito non è quello di occuparmi di questa gente».

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