Fmi: Italia fanalino di coda nel G7

Fmi: Italia fanalino di coda nel G7

DAVOS . Sul vertice di Davos, già sconvolto dall’incubo terrorismo, piombano alcuni dati che spiegano meglio di tante parole quanto è urgente che la Bce faccia qualcosa per l’economia europea in panne. Mentre i leader del mondo giungono sulle nevi svizzere — tra loro anche il premier Matteo Renzi — protetti da eccezionali misure di sicurezza affidate a 5000 uomini, il Fondo monetario internazionale certifica la crisi del vecchio Continente e dell’Italia in particolare. Al tempo stesso l’Ilo fotografa il dramma del non lavoro: 212 milioni a spasso entro il 2019, 11 milioni in più rispetto al 2014.
Secondo le stime del Fmi l’Europa soffre di stagnazione e bassa inflazione e l’Italia va al rallentatore: con una crescita dello 0,4 appena quest’anno, mezzo punto in meno rispetto alle previsioni di ottobre, il paese è fanalino di coda del G7. Frenano anche Germania e Francia, si salva la Spagna. Sul piano globale, va più piano la Cina (cresce del 7,4%, il più basso rialzo dal 90), rallenta la Russia. Al dunque l’economia Usa è l’unica che avanza con decisione: più 3,6% quest’anno. Nell’analisi di questi esperti la stagnazione del vecchio Continente, nonostante il calo del prezzo del petrolio, è vista come un pericolo per l’intera economia mondiale, le cui stime di crescita sono state riviste al ribasso. Christine Lagarde, attesa a Davos nelle prossime ore, lo ripeterà ai big.
Recessione e deflazione, un mix micidiale; la disoccupazione un pericoloso detonatore. Non a caso, Olivier Blanchard, il capo economista del Fmi di origine francese, esorta la Bce a fare «quanto già anticipato dagli investitori». Spiega che i mercati hanno “preceduto” il tanto atteso e discusso quantitative easing che il presidente Mario Draghi sta preparando per domani, che poi significa la possibilità per la Bce di acquistare titoli di Stato per almeno 500 miliardi. Avverte: «Vorremmo assicurarci che quando ci sarà un annuncio, sarà dell’entità che il mercato si attende ». Le Borse Ue, in effetti, credono che la svolta sia vicina. Così, in vista dell’appuntamento del board dell’Eurotower e nonostante un nuovo calo del prezzo del greggio, mantengono un tono positivo come se — appunto — dessero già per fatto il risultato: Milano da sola guadagna lo 0,91%.
Ma, si sa, il varo del quantitative easing, non è proprio semplice. Il board è diviso tra falchi e colombe. Il fronte dei duri, capeggiato dalla Germania, sembra intenzionato a dare battaglia. Ancora ieri, dall’India dove si trova in missione, il ministro Schaeuble, pur dicendo di voler rispettare l’indipendenza dell’Eurotower, ribadisce che non c’è traccia di deflazione in Europa e dunque, forse, il quantitative easing non serve. Draghi naturalmente tace e anzi quest’anno, per la prima volta, non sarà a Davos.
Riuscirà a trattare? Il premier Renzi, giunto a Davos in tarda serata, assicura che c’è un totale rispetto per l’indipendenza della banca: «Io non metto bocca nelle vicende del board. Commenterò con la Merkel dopodomani, quando saremo insieme a Firenze. Non so se commenteremo allo stesso modo». Gli esperti di politica monetaria non si sbilanciano, preferiscono immaginare diversi scenari. Per esempio che il rischio dei bond ricada sulle banche centrali. O che i pericoli siano suddivisi, metà sulle spalle delle autorità nazionali, metà sul bilancio della Bce. O anche che Draghi avvii un quantitative easing più classico, sfidando la Germania. Di sicuro non aiuta il caso Grecia, alle prese con un delicato appuntamento elettorale.


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