I fantasmi del Quirinale

Democrack. Tensione alle stelle nel Pd. Fassina accusa Renzi: «È il capo dei 101, lo sanno tutti». Rissa nel partito. Guerini: sciocchezze. Ma l’ex portavoce di Prodi: c’erano alcuni renziani

Daniela Preziosi, il manifesto redazione • 23/1/2015 • Copertina, Politica & Istituzioni • 686 Viste

Un boato silen­zioso, un ossi­moro peri­co­loso per i fra­gili nervi del Pd alla vigi­lia del voto per il nuovo capo dello stato. Ieri a Mon­te­ci­to­rio Ste­fano Fas­sina, ex vice­mi­ni­stro del governo Letta e oggi diri­gente in dire­zione osti­nata e con­tra­ria a quella di Renzi, a chi gli chie­deva del voto sul Colle insi­nuando il dub­bio che i pros­simi fran­chi tira­tori saranno quelli della mino­ranza Pd, risponde sec­ca­mente: «A dif­fe­renza di quelli che oggi chie­dono disci­plina e due anni fa hanno capeg­giato i 101, noi siamo per­sone serie. Nes­suno deve temere da noi i fran­chi tira­tori». Intende dire che Renzi ha gui­dato i 101 che boc­cia­rono Prodi al Colle? «Non è un segreto», è la risposta.

Nel Pd cala il gelo. Il vice segre­ta­rio Lorenzo Gue­rini sen­ten­zia: «Una scioc­chezza incre­di­bile». Sui social net­work si sca­te­nano gli insulti. «Aspetto le scuse di Fas­sina», twitta Angelo Rughetti, «accuse gravi e inop­por­tune», il popo­lare Simone Valiante, «Ha perso luci­dità, si riposi» attacca Edoardo Patriarca. Por­ta­borse e ultrà ren­ziani usano espres­sioni forti. Anche fra i ber­sa­niani doc, all’epoca un gruppo com­patto oggi sfi­lac­ciati in almeno tre cor­renti, come ha cer­ti­fi­cato la riu­nione di mer­co­ledì sera alla camera, l’uscita non è apprezzata.

Fas­sina è un diri­gente appas­sio­nato e impul­sivo, ma è dif­fi­cile che una bat­tuta così gli sia sfug­gita. Quel 19 aprile 2013 i ren­ziani appena eletti erano meno di 50, quindi arit­me­ti­ca­mente non pos­sono por­tare da soli la respon­sa­bi­lità di quell’episodio. Che infatti fu messo in capo, sem­pre rigo­ro­sa­mente a micro­foni spenti, ai popo­lari infu­riati per il pre­ce­dente affos­sa­mento di Marini (a cui Renzi con­tri­buì aper­ta­mente) e ai dale­miani mal­tol­le­ranti verso il pro­fes­sore sin dal ’98.

È vero però che nel pome­rig­gio di quel 19 aprile, appena con­su­mata la vota­zione, men­tre la camera era nel caos e il Pd nel panico, fu pro­prio Renzi, da Firenze, a dichia­rare: «La can­di­da­tura di Prodi non c’è più». Una con­clu­sione curio­sa­mente fret­to­losa: giu­di­cata una firma sul delitto.

Sta­volta nean­che Ber­sani difende il suo ex brac­cio destro: «È la sua opi­nione», dice, del resto «allora c’era chi non voleva Prodi, chi non voleva Ber­sani. L’importante è che quella cosa non la fac­ciamo più».

In que­sti giorni fra Palazzo Chigi e la camera cir­co­lano liste di ’inaf­fi­da­bili’ sull’elezione del Colle, la prova del nove della lea­der­ship (e della pre­mier­ship) di Renzi. E per chi non è in linea con il capo, il rischio di essere bol­lato del mar­chio d’infamia dei nuovi 101 c’è: «Io che una slealtà l’ho subita, pra­tico lealtà», con­clude l’ex segre­ta­rio. «L’unica cosa che tanti di noi chie­dono è che non si pensi mai di pre­pa­rare la mine­stra con la destra e farla bere con forza a un pezzo del Pd».

L’ex por­ta­voce di Prodi San­dra Zampa, oggi molto vicina a Renzi, non smen­ti­sce del tutto Fas­sina: «Imma­gino che inten­desse dire che anche la com­po­nente ren­ziana, o meglio alcuni ren­ziani, hanno par­te­ci­pato all’ affos­sa­mento». Un solo capo «non c’è stato», rico­strui­sce, «non dico che Renzi non c’entrasse, però non credo che lui avesse dato indi­ca­zioni ai suoi per non votare Prodi. Di alcuni ren­ziani sicu­ra­mente c’è stata la regia, ma anche Ber­sani è stato tra­dito dai suoi. Poi hanno par­te­ci­pato quelli che erano arrab­biati per la vicenda Marini».

All’epoca — altri tempi — i ren­ziani erano una cin­quan­tina. Per arri­vare ai 101, o forse ai reali 121 (con­tando i voti che sul Pro­fes­sore arri­va­rono dai 5 stelle) ne man­cano altret­tanti. Quel voto fu insomma una spe­cie di «Assas­si­nio sull’Orient Express», quello che si con­suma nel giallo di Aga­tha Chri­stie in cui tutti i pas­seg­geri di un treno par­te­ci­pano ad un omi­ci­dio con la loro per­so­na­lis­sima coltellata.

Un delitto da cui «ha tratto van­tag­gio chi voleva far fuori Ber­sani e il suo no alle lar­ghe intese. Non c’è stata una regia unica, ma certo ci fu un obiet­tivo comune», ricorda Chiara Geloni, all’epoca stretta col­la­bo­ra­trice di Ber­sani che poi, con Ste­fano di Tra­glia ha rac­con­tato quella vicenda nel libro Giorni Bugiardi.

Per que­sto sull’episodio il Pd non volle mai affron­tare una discus­sione aperta. Invece la let­te­ra­tura su quel delitto è ster­mi­nata. «Fu il col­lasso della classe diri­gente di cen­tro­si­ni­stra», ha scritto Wal­ter Tocci in Sulle orme del gam­bero. Il gior­na­li­sta dell’Espresso Marco Dami­lano, in Chi ha sba­gliato più forte, tra­scrisse un’intervista a uno dei 101, una con­fes­sione ano­nima di un diri­gente dalemiano.

Ma è l’anno zero della sto­ria recente del par­tito e rischia di restare il fan­ta­sma, il buco nero delle ori­gini dell’era Renzi.

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