I simulacri dell’Occidente

Charlie Hebdo e non solo. Satira, jihad, guerra. E infine la liberazione di Greta e Vanessa. Perché tutto ci riguarda direttamente

Tommaso di Francesco, il manifesto redazione • 17/1/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1068 Viste

Quel che accade in Fran­cia, in Siria e ora, in Ita­lia, con la libe­ra­zione di Greta Ramelli e Vanessa Mar­zullo, le due ragazze ita­liane rapite sei mesi fa, ci chiama diret­ta­mente in causa. Per­ché porta in super­fi­cie le vene appena sot­to­pelle della nostra sto­ria. Noi siamo osti­na­ta­mente, radi­cal­mente con­trari all’uso della guerra come mezzo d’offesa, d’imperio e di riso­lu­zione delle crisi inter­na­zio­nali, e restiamo con­vinti che chi fa la guerra inne­sca comun­que e dovun­que un effetto boo­me­rang, almeno di ritorno. Che Hol­lande non vede.

Diviso tra fune­rali e invio di por­tae­rei, pro­clami ai milioni di fran­cesi musul­mani su «liberté, ega­lité e fra­ter­nité» e per­pe­tua­zione degli inter­venti colo­niali. Siamo altresì il gior­nale che per primo in Ita­lia ha subìto, nel 2000, in aper­tura del nuovo mil­len­nio, un atten­tato inte­gra­li­sta (l’attentatore era cat­to­lico di destra – lo soc­cor­remmo ferito). E nel 2005 in Iraq venne rapita Giu­liana Sgrena, la nostra inviata non «di guerra» ma «con­tro la guerra».

Dun­que riven­di­chiamo non a spro­po­sito lo spi­rito che ci anima — forse «ripren­dia­moci il mani­fe­sto» vuol dire anche que­sto — di fronte allo sca­te­narsi di una ver­go­gnosa cam­pa­gna con­tro il paga­mento del riscatto che sarebbe stato ver­sato ai car­ce­rieri jiha­di­sti delle due ragazze ita­liane alla fine libere pro­ba­bil­mente anche per­ché sta­volta, sul campo, non c’era un marine come Lozano «dimen­ti­cato» ad un posto di blocco mici­diale che alla fine uccise il sal­va­tore Nicola Cali­pari. Una cam­pa­gna stampa ver­go­gnosa che sem­bra fare il paio con il fatto che Greta e Vanessa sono subito diven­tate il fiore all’occhiello del governo Renzi che, al con­tra­rio, dovrebbe spie­gare per­ché è coin­volto in quella guerra.

Riba­dia­molo invece. Se si tratta di difen­dere la vita umana e la pace, allora biso­gna sem­pre trat­tare e sem­pre con­trat­tare. Se è vero che, secondo i dati uffi­ciali della Nato la spesa mili­tare ita­liana ammonta in media a 52milioni di euro al giorno e per il Sipri equi­vale invece a oltre 70milioni di euro al giorno, meglio impe­gnare soldi per libe­rare vite umane che negli armamenti.

Ma dicono i fogliacci di destra al ser­vi­zio dello scon­tro di civiltà, così «si danno soldi ai jiha­di­sti». Il fatto è che pro­prio que­sto chiama in causa, con i media, il ruolo dei governi euro­pei e dell’Italia — Renzi in que­sti giorni sta pen­sando ad un nuovo inter­vento mili­tare «uma­ni­ta­rio» in Libia – e rende evi­dente la natura delle inter­fe­renze occi­den­tali nella deriva delle «pri­ma­vere arabe». Diciamo que­sto per­ché, non con­tenti del disa­stro pro­vo­cato il Libia diven­tata ormai il san­tua­rio dello jiha­di­smo medio­rien­tale, nella scel­le­rata coa­li­zione degli «Amici della Siria», l’Europa e gli Stati uniti insieme alle «demo­cra­ti­che» quanto inte­gra­li­ste petro­mo­nar­chie sun­nite ha atti­vato ingenti finan­zia­menti finiti sia all’opposizione mode­rata ear­mata siriana, ma anche al gruppo qae­di­sta Al Nusra. Un’ambiguità moti­vata per abbat­tere il regime di Assad, e per la quale ora «rime­diamo», con pochi fatti, soste­nendo l’opposizione armata dei «ter­ro­ri­sti» kurdi il cui lea­der Oca­lan abbiamo con­se­gnato alle galere dell’atlantica e isla­mi­sta Turchia.

Bene abbiamo fatto a pagare per libe­rare le due ragazze che, è giu­sto ricor­darlo, sono andate in Siria — un po’ irre­spon­sa­bil­mente — ma a soc­cor­rere con aiuti uma­ni­tari l’opposizione mode­rata siriana, anch’essa in armi e ormai azze­rata dal pro­ta­go­ni­smo della nume­ro­sis­sima galas­sia jiha­di­sta che, con il Calif­fato, è dila­gata dal fronte siriano in Iraq e ora in Libano. Loro sono corse in Siria come tanto gior­na­li­smo «di guerra» che baciava la ban­diera dei com­bat­tenti anti-Assad per poi sco­prire, dopo avere subito anghe­rie e ricatti, fino al seque­stro vio­lento, che si trat­tava invece di «demoni dell’inferno».

È lo stesso gior­na­li­smo che vanta la supe­rio­rità del mondo occi­den­tale ma dimen­tica che appare ancora ai musul­mani delle peri­fe­rie medio­rien­tali ed occi­den­tali come quello di Abu Ghraib, della strage di Bagram, dei raid Nato sui civili afghani, di Guan­ta­namo, dei mas­sa­cri a catena del governo israe­liano a Gaza. L’unico simu­la­cro resi­duo sem­bra rap­pre­sen­tato da quel che resta della Chiesa e della reli­gione cat­to­lica, che con le altre mono­tei­ste ha non poche respon­sa­bi­lità «cro­ciate». Con un nuovo papa dal pas­sato non chia­ris­simo, ma che unico si è oppo­sto alla guerra a tutti i costi che voleva sca­te­nare l’Occidente a guida Usa in Siria. E che comun­que rin­corre le impro­ba­bili ragioni delle reli­gioni — ieri Ber­go­glio ha attac­cato le «ideo­lo­gie che distrug­gono la fami­glia» — difen­den­dole tutte dalle «offese» di vignette sati­ri­che che gior­nali lai­cis­simi come quelli sta­tu­ni­tensi si sono rifiu­tati di pub­bli­care. Fino all’affermazione poco cri­stiana, che «se insul­tano mia madre io gli dò un pugno». Altro che «por­gere l’altra guancia».

Difen­dere la libertà di quelle vignette e la memo­ria dei 10 redat­tori uccisi e delle altre vit­time di Parigi, deve voler dire essere oltre le reli­gioni per rispon­dere alle domande di senso che emer­gono dalla crisi dell’Occidente; e fino in fondo con­tro la guerra e con­tro il ter­ro­ri­smo asim­me­trico che ne deriva. Que­sto è il vero inse­gna­mento. Non quello auto­re­fe­ren­ziale che «la satira non ha limiti». Siamo al fon­da­men­ta­li­smo sati­rico? Per­ché il limite c’è: è la forma, cioè il con­te­nuto dello spa­zio umile della vignetta. L’ultima edi­zione insan­guinta di Char­lie Hebdo, tirata e ven­duta in 5 milioni di copie, aveva vignette non pro­prio bel­lis­sime. A noi Plantu piace di più. E poi non dimen­ti­chiamo che sono state copiate ed impor­tate dal gior­nale danese Posten, di destra e xeno­fobo. Non basta appli­care lo sti­lema del dise­gno anti­se­mita all’Islam e alla reli­gione cri­stiana per avere un punto di vista laico o ateo che sia.

Il limite è lo stile. E fa la differenza.

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