La parola contraria al Tav

Erri De Luca. In tanti a sostenere lo scrittore accusato di “reato di opinione”

Mauro Ravarino, il manifesto redazione • 29/1/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Carcere & Giustizia, Copertina, Movimenti • 954 Viste

E così, in una mat­tina di sole inver­nale, ini­zia il pro­cesso alle parole dello scrit­tore. Avrebbe, secondo la Pro­cura di Torino, isti­gato a delin­quere. Col­pe­vole di aver detto, in un’intervista all’Huffington Post, che il Tav, una grande opera con­te­stata fin dalle ori­gini dalla popo­la­zione val­su­sina, «va sabotata».

Corre l’anno 2015, anche se non sem­bre­rebbe dal carat­tere dell’accusa che rispol­vera il «reato di opi­nione». E lo scrit­tore è, ovvia­mente, Erri De Luca, che ieri si è pre­sen­tato in anti­cipo nell’aula del Tri­bu­nale di Torino, per la prima udienza del suo pro­cesso. A porte aperte, aper­tis­sime; il rito abbre­viato, che aveva rifiu­tato durante l’udienza pre­li­mi­nare, le avrebbe, invece, avute chiuse. Un pro­cesso alla parola deve essere pub­blico, di que­sto n’è sem­pre stato convinto.

E fuori e den­tro il Pala­giu­sti­zia sono venuti in tanti – atti­vi­sti No Tav, let­tori, cit­ta­dini comuni – a espri­mere vici­nanza al grande autore napo­le­tano. Hanno distri­buito gra­tui­ta­mente le copie di La parola con­tra­ria, il libro appena pub­bli­cato da Fel­tri­nelli e uscito in con­tem­po­ra­nea in Fran­cia, Ger­ma­nia, Spa­gna, Paesi dove il pro­cesso a De Luca sta susci­tando scal­pore. Il pam­phlet, letto col­let­ti­va­mente fuori dal Tri­bu­nale, riven­dica «il diritto a espri­mere la pro­pria opi­nione anche quando è con­tra­ria, non solo quando è osse­quiosa e gra­dita». In aula, il folto pub­blico ha espo­sto car­telli con la scritta «Je suis Errí» (para­fra­sando lo slo­gan coniato dopo la strage a Char­lie Hebdo) che il giu­dice Imma­co­lata Iade­luca ha fatto abbas­sare prima dell’avvio dell’udienza. De Luca ha, comun­que, subito escluso ogni pos­si­bile equi­pa­ra­zione fra il suo pro­cesso e «il mas­sa­cro» alla reda­zione del perio­dico sati­rico parigino.

«Sento la respon­sa­bi­lità delle cose che dico e scrivo. Sono uno scrit­tore, non penso di poter isti­gare nes­suno se non alla let­tura e alla scrit­tura», ha detto Erri De Luca prima dell’inizio del dibat­ti­mento. «Sono qui anche per cono­scere le per­sone, nomi e cognomi, che avrei isti­gato, come sostiene l’accusa, e che cosa hanno fatto spinti dalle mie parole». Ha riven­di­cato la sua opi­nione sul Tav e le parole usate per espri­merla: «Sabo­tare per me è un verbo nobile, uti­liz­zato anche da Gan­dhi, che va oltre allo scas­sare attrez­za­ture. Il suo signi­fi­cato è molto più vasto e non intendo far­melo sot­trarre. Nell’autunno del 1980 ho par­te­ci­pato alla lotta ope­raia e sono stato per 37 giorni davanti alla Fiat par­te­ci­pando a quel grande sabo­tag­gio. Non è certo neces­sa­rio fare un reato per sabotare».

La Pro­cura difende il pro­prio ope­rato. «Abbiamo il dovere di veri­fi­care se certi casi deb­bano essere sot­to­po­sti al vaglio di un giu­dice. E in que­sto caso rite­niamo di sì», ha spie­gato il pm Andrea Beconi nel suo inter­vento. «Il reato di isti­ga­zione a delin­quere è discu­ti­bile e si pre­sta a stru­men­ta­liz­za­zioni, ma nell’ordinamento esi­ste e dob­biamo farci i conti. Qui – chia­ri­sce Beconi – non si sta cer­cando di com­pri­mere un diritto fon­da­men­tale come la libertà di mani­fe­stare il pro­prio pen­siero. E nem­meno di entrare nella dia­triba sul Tav».

La giu­dice Iade­luca ha respinto la richie­sta della Pro­cura di fare testi­mo­niare l’architetto Mario Virano, pre­si­dente dell’Osservatorio sulla Torino-Lione, una deci­sione accolta con favore dalla difesa dello scrit­tore. «Diver­sa­mente – ha detto l’avvocato Gian­luca Vitale – que­sto sarebbe diven­tato un pro­cesso con­tro l’intero movi­mento No Tav e con un’apologia del Tav». Da ora in poi sarà un pro­cesso sulle frasi pro­nun­ciate dallo scrit­tore. «Con­ti­nuo a pen­sare – ha aggiunto De Luca – che il Tav vada sabo­tato, ma sono con­vinto che si sabo­terà da solo per­ché non ci sono i soldi per costruirlo. Il buco del Tav sarà un “buco inter­rotto”, un “bucus interruptus”».

Il pro­cesso, che vede sul banco degli impu­tati per isti­ga­zione a delin­quere solo Erri De Luca, è stato rin­viato al 16 marzo. «Se sarò con­dan­nato non farò ricorso. Quello che ho da dire è quello che ho già detto». Poi, ha aggiunto: «Uno scrit­tore – ha aggiunto – deve difen­dere le sue opi­nioni, che in que­sto caso per me sono poi diven­tate con­vin­zioni. Cosa altro deve fare se non difen­derle?». L’autore si è allon­ta­nato dall’aula del Pala­giu­sti­zia cir­con­dato da foto­grafi e gior­na­li­sti, ita­liani e stra­nieri, e fra gli applausi del pub­blico. Rispon­dendo ai cro­ni­sti sul peso delle parole dette da uno scrit­tore, De Luca ha, inol­tre, sot­to­li­neato: «Quello che rico­no­scono a me per­ché non lo rico­no­scono a Bossi o Ber­lu­sconi? Io sono uno e valgo uno, non ho un partito».

A mar­gine del pro­cesso si è ancora espresso sulla bat­ta­glia No Tav. «Cosa c’è di più demo­cra­tico e civile di oltre di 20 anni di lotta alla Tav? Lotta che con­ti­nua civil­mente». E sulle 47 con­danne inflitte, mar­tedì, ad altret­tanti mili­tanti, ha affer­mato: «Non hanno voluto appli­care le atte­nuanti, è una cosa grave che mi col­pi­sce molto».

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