La trattativa attorno a tre nomi E le tensioni con Berlusconi

Nel gioco dei veti incrociati la trattativa sul Quirinale si arena. Il premier dovrà cercare di uscire oggi dalle difficoltà: decisivi saranno gli incontri con Bersani stamattina e con Berlusconi a pranzo

Maria Teresa Meli e Francesco Verderami, Corriere della Sera redazione • 28/1/2015 • Copertina, Politica & Istituzioni • 693 Viste

ROMA È stallo. Nel gioco dei veti incrociati la trattativa sul Quirinale si arena. Il premier dovrà cercare di uscire oggi dalle difficoltà: decisivi saranno gli incontri con Bersani stamattina e con Berlusconi a pranzo. Per il leader del Pd la partita ruota attorno a tre quirinabili: «Amato, Mattarella e Padoan». Per ora sono questi i nomi su cui si concentra la mediazione. Ma proprio su questi tre nomi i kingmaker non riescono a mettersi d’accordo. Il premier si oppone all’ex braccio destro di Craxi: «Non posso accettare che mi venga imposta la candidatura di Amato sulla quale c’è già l’accordo tra Berlusconi e D’Alema». È il segno che Renzi sta cercando di bloccare un’operazione parallela e ostile al suo disegno.
Perciò proverà a rompere l’assedio cercando di convincere l’ex Cavaliere a cambiare verso, e partirà dal nome di Mattarella per verificare se ci saranno poi margini per altre soluzioni. Sarà solo la mossa di apertura ma si capisce che Renzi è ancora intrappolato nel gioco della rosa dei nomi, con le quotazioni dei candidati che variano ogni giorno. L’attenzione ieri si è concentrata su Finocchiaro, che la Lega sostiene in un’evidente manovra d’interdizione, per tentare cioè di rompere l’asse tra Renzi e Berlusconi. Non è chiaro in che modo il premier pensi di trovare un’intesa con il leader di Forza Italia, che da giorni gli fa sapere di essere indisponibile a votare per un candidato di area Pci—Pds—Ds-Pd. Dopo aver sostenuto le riforme e la legge elettorale, Berlusconi chiede un dividendo politico sul nome del prossimo capo dello Stato e non gradisce la lista che gli viene offerta. Non è un caso se persino Verdini, il più filorenziano in Forza Italia, sposa la linea del capo, chiede a Palazzo Chigi segnali di apertura, ed è critico con il premier: «A tutto c’è un limite».
«Sono stretto tra tecnici, comunisti e cattocomunisti», si lamenta il Cavaliere, che ieri è andato su tutte le furie dopo la dichiarazione del ministro Boschi, lieta che l’Italicum fosse passato «con i voti della maggioranza». L’idea di una «autosufficienza» del governo sul nuovo sistema elettorale gli è parsa come un avvertimento di Renzi in vista della corsa al Colle. E per certi versi è così: «Berlusconi sta tirando la corda — sostiene Renzi — ma non conviene nemmeno a lui romperla». Questo clima testimonia del muro contro muro tra il segretario del Pd e il capo degli azzurri, che in questa partita gioca all’unisono con Alfano.
L’asse tra Berlusconi e il leader di Area popolare sembra resistere. E agli amici di partito che continuano a dubitare dell’ex Cavaliere, il presidente di Ncd oppone una granitica sicurezza: «Tiene, il dottore tiene». Per questo ieri Alfano si è incaricato di tagliare la strada all’ipotesi Padoan, sostenendo che «il successore di Napolitano dovrà essere un politico, non un tecnico». Se l’opzione Amato è invisa a Renzi, Padoan era (e per certi versi ancora resta) il candidato su cui puntava (e punta) il presidente del Consiglio, perché la sua ascesa al Colle gli garantirebbe un doppio successo: controllare contemporaneamente il Quirinale e il ministero dell’Economia, da affidare a un fedelissimo.
Renzi però non può pensare di stravincere con i voti altrui, cioè con i voti di Berlusconi e di Alfano. Ma nemmeno con quelli di Bersani, che ha in mente una griglia di candidature: nella prima fascia si trovano Amato e Mattarella, ai quali darebbe il proprio consenso; nella seconda fascia ci sono i vari esponenti del Pd, che — in competizione tra loro — rischierebbero di dividere ulteriormente il partito; nell’ultima fascia c’è proprio il titolare dell’Economia, contro cui la minoranza interna esprimerebbe un pubblico dissenso, con effetti drammatici nella «ditta».
Ecco il pericolo che Renzi vuole scongiurare, per questo cercherà un appeasement oggi con Bersani: «Voglio fare un lavoro di coinvolgimento, che è l’unico modo per portare a casa il risultato senza spaccare il Pd». Non si capisce però come mai non abbia abbassato prima la tensione. O forse è chiaro. Il premier confidava in una sorta di caos ordinato dal quale trarre vantaggio per raggiungere l’obiettivo all’ultimo momento, giusto per non smentire il soprannome che gli hanno affibbiato in Consiglio dei ministri: «Last minute».
Il rischio ora è di dover trovare davvero «last minute» una soluzione, che nelle trattative per il Colle non è mai un buon viatico. Però è questa la prospettiva, se oggi non riuscisse a stringere un’intesa con Berlusconi e Bersani. Lo si capisce dal modo in cui il premier ieri ha avvisato i suoi interlocutori nei colloqui al Nazareno: «Sia chiaro, se non si arriva all’elezione del presidente della Repubblica entro la quinta votazione, dalla sesta saremmo liberi tutti». Una minaccia o un segno di difficolta? Il fatto è che il premier ha adottato diversi tipi di approccio nelle consultazioni. E se per un verso ha rassicurato la delegazione di Forza Italia, sostenendo che «non aprirò un altro forno con i grillini», per un altro ha messo sull’avviso i compagni di Sel: «Preparatevi, perché i vostri voti potrebbero diventare indispensabili».
Tre nomi e altrettanti veti. Come se nella sfida per il Colle mancasse ancora il vero quirinabile. O forse questa è la speranza di Renzi, che nonostante le difficoltà ieri spiegava agli alleati la strategia di comunicazione che ha in mente: «Se la scelta cadrà su un candidato popolare, che ci farà conquistare punti nei sondaggi, annuncerò il suo nome giovedì. Altrimenti lo farò venerdì». «Allora ci vediamo venerdì», si è sentito rispondere…

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