L’antropologo Chebel: giovani abbandonati seguono i fanatici

Malek Chebel. Parte della gioventù delle banlieues si sente abbandonata ed è facile preda del fanatismo. Sono come dei born again, ritrovano un senso e un’identità. La sola soluzione è lavorare per l’integrazione. La radicalizzazione in carcere. Il peso del clima culturale del momento

Anna Maria Merlo, il manifesto redazione • 11/1/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale, Libri & culture • 968 Viste

Malek Chebel è un antro­po­logo delle reli­gioni e filo­sofo, che ha dedi­cato la sua opera a far cono­scere l’islam all’occidente e a pro­porre un “islam illu­mi­ni­sta” (Mani­fe­ste pour un islam des Lumiè­res, Hachette, 2004). Nel 2009 ha pub­bli­cato una nuova tra­du­zione del Corano e lungo la sua lunga car­riera di sag­gi­sta si è occu­pato anche dell’erotismo e del rap­porto tra islam e corpo. Lunedi’ sarà in libre­ria il suo nuovo libro, L’inconscient de l’islam (ed.Cnrs).

Di fronte alla set­ti­mana tra­gica fran­cese, quale è la sua inter­pre­ta­zione? Ci vuole una let­tura più sociale o religiosa?

“C’è un dop­pio livello di let­tura, fran­cese e inter­na­zio­nale. In Fran­cia, parte della gio­ventù musul­mana si sente abban­do­nata da anni e cosi’ si è messa ad ascol­tare ideo­lo­gici fana­tici. A livello inter­na­zio­nale, l’islam in crisi svi­luppa un’ideologia della morte inte­gra­li­sta. Poi­ché la cac­cia all’uomo è finita come è finita, adesso biso­gnerà riflet­tere a come rista­bi­lire i legami con la gio­ventù musulmana”.

La mar­cia di dome­nica sarà un momento impor­tante, anche per vedere la mobi­li­ta­zione dei fran­cesi di reli­gione musul­mana? Oppure è assurdo sof­fer­marsi su que­sto, chie­dere di pren­dere la distanze dalle derive estremiste?

“C’è una debo­lezza del sistema. C’è un avver­sa­rio, che non viene nomi­nato, ma che è ben pre­sente: è la comu­nità musul­mana. Tocca quindi ai musul­mani dimo­strare che non si puo’ dare cau­zione a que­sti avve­ni­menti. Ma la via d’uscita sarà tro­vata – oppure no – sul ter­reno quo­ti­diano: cosa farà che domani i gio­vani saranno mag­gior­mente inte­grati? Oppure che lo saranno sem­pre meno? Solo quando si sen­ti­ranno mag­gior­mente fran­cesi si vin­cerà. In caso con­tra­rio, per­de­remo. Ma per il momento siamo sotto il domi­nio dell’emozione. E i musul­mani ne hanno abba­stanza di essere assi­mi­lati al terrorismo”.

Come mai sono i gio­vani di cul­tura musul­mana oppure dei con­ver­titi all’islam che si fanno sedurre dall’estremismo reli­gioso, nel senso che le altre reli­gioni non pro­du­cono que­sti effetti?

“C’è una cro­no­lo­gia occi­den­tale fatta di de-ritualizzazione. La chiesa cat­to­lica fa di tutto per con­ser­vare i fedeli, men­tre l’islam è in fase ascen­dente. Con una deriva set­ta­ria e fon­da­men­ta­li­sta. I gio­vani non si rico­no­scono né nell’ateismo, né nel mar­xi­smo, non sono mas­soni, ma diven­tano cre­denti. Con tutta l’opacità di un’ideologia reli­giosa della morte. L’occidente non capi­sce, abbiamo dif­fi­coltà a com­pren­dere que­sta scelta”.

I due fra­telli Koua­chi e Cou­li­baly erano fran­cesi, ave­vano fre­quen­tato le stesse scuole dei nostri figli. Cosa non ha funzionato?

“Fino a che punto sono andati a scuola? Come sono stati accolti? Hanno sod­di­sfatto le loro ambi­zioni? Sono pas­sati all’atto, tra­gi­ca­mente. Ma se non fac­ciamo niente, se la sola alter­na­tiva che viene pro­po­sta loro è o di vivere come dei pove­racci in una ban­lieue, di essere disoc­cu­pati o di farsi sedurre dai fana­tici, avremo un feno­meno desti­nato ad acce­le­rarsi con la crisi economica”.

Il socio­logo Farhad Kho­sko­ha­var li defi­ni­sce dei born again. E’ una spie­ga­zione che condivide?

“Si, pen­sano di rina­scere dalla deso­cia­liz­za­zione di cui si sen­tono vit­time. La resur­re­zione avviene con i viaggi in Yemen o altrove, si sen­tono esi­stere di nuovo, tor­nano, sono ben nutriti e ben allog­giati. Sarà molto dif­fi­cile lot­tare con­tro que­sto fana­ti­smo. Il corpo sociale non è un mec­ca­ni­smo ben oliato, è un insieme com­plesso, con velo­cità dif­fe­renti, matu­ra­zioni dif­fe­renti, muci­che diverse, atmo­sfere diverse. Non si puo’ chie­dere a tutti i gio­vani di rea­gire allo stesso modo”.

C’è poi il ruolo cen­trale svolto dal car­cere nella radi­ca­liz­za­zione di que­sti individui.

“Della radi­ca­liz­za­zione in car­cere si parla da anni. Ma poi non viene fatto nulla. Troppe cose sono con­tro di noi, il mes­sag­gio del magni­fico vivere assieme come cit­ta­dini respon­sa­bili non passa. Dopo le rea­zioni di oggi, c’è il rischio che tra due-tre set­ti­mane tutto venga dimen­ti­cato e tra 6 mesi o un anno ci siano altri Koua­chi, per­ché nes­suno avrà fatto il neces­sa­rio per venire incon­tro a que­sti dispe­rati. Siamo di fronte a un’inadempienza col­let­tiva. Ma per farvi fronte ci vogliono soldi, delle strut­ture pub­bli­che deter­mi­nate. Invece, gli estre­mi­smi get­tano olio sul fuoco. L’atmosfera era pesante in que­sto periodo, con le prese di posi­zione di Eric Zem­mour o il libro di Houel­le­becq, con un raz­zi­smo ormai mostrato alla luce del sole, senza che nes­suno reagisca”.

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