L’attacco di Parigi spaventa l’Europa impreparata alla guerra lanciata dalla jihad

Errori nella sicurezza, indagini ancora in alto mare e previsioni dell’Intelligence spesso smentite Il Vecchio Continente scopre di non essere pronto alla sfida lanciata dai terroristi

BERNARDO VALLI, la Repubblica redazione • 9/1/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 1506 Viste

PARIGI. L’EUROPA è smarrita, perché si sente impreparata, dopo l’attentato di mercoledì, 7 gennaio, al settimanale Charlie Hebdo. È significativa la confessione di un uomo dell’intelligence preso dal panico nel vedere il presidente della Repubblica francese muoversi tra automobili di sconosciuti e non controllate dalla polizia, a pochi metri dalla casa in cui neppure due ore prima era avvenuta la strage. Un’imprudenza inconcepibile. Una tattica ben conosciuta dei terroristi è quella di attirare soccorritori e autorità sul luogo appena insanguinato da un attentato e di fare esplodere automobili o altri congegni per moltiplicare le vittime. L’uomo dell’intelligence ha avuto la pelle d’oca nel vedere François Hollande cosi esposto, senza che i servizi incaricati di proteggerlo se ne preoccupassero. E l’ha raccontato ai giornalisti (di Le Monde) per spiegare come la guerra dichiarata dai jihadisti colga l’Europa impreparata.
Eppure non si può dire che la Francia non abbia cercato di aggiornare gli strumenti incaricati di prevenire il terrorismo. Il 2 maggio dello scorso anno la vecchia Direzione centrale di informazione interna (DCRI) è stata sostituita dalla Direzione generale della sicurezza interna (DGSI). Pare che la riforma, oltre al cambio delle sigle, dovesse rendere più efficienti i servizi incaricati del territorio nazionale, e fino allora secondari rispetto quelli impegnati all’estero. Ma il terrorismo è bicefalo in un paese che conta un’importante comunità musulmana.
I dodici morti in pieno giorno, nel cuore di una grande capitale la cui sicurezza era ed è affidata a una polizia e a servizi di informazione di lunga esperienza, sono apparsi le vittime, i caduti, di un conflitto che le società democratiche non sanno come affrontare. La strage ha colto di sorpresa, benché tanti segnali, non soltanto in Francia, annunciassero attentati imminenti. Ma dove ? Quando? Preparati da chi? Le varie capitali erano e sono coscienti di dover combattere un fenomeno jihadista sempre più intenso, diffuso, e spesso imparabile. La guerra è di tipo asimmetrico, perché i belligeranti non usano le stesse armi e gli stessi metodi. I terroristi si annidano nella popolazione e non hanno regole. Gli organismi istituzionali degli Stati democratici hanno regole che non è facile violare.
Come è un’ardua impresa coordinare le politiche economiche, nell’Unione europea è altrettanto laborioso stabilire uno scambio regolare di informazioni sul terrorismo tra i vari governi. La volontà esiste ed è ribadita nei frequenti incontri tra gli addetti ai lavori, ma le leggi non sono le stesse. E la sensibilità morale cambia secondo il colore del governo. La strage nella redazione di Charlie Hebdo ha probabilmente segnato una svolta. Il 19 gennaio, al prossimo Consiglio europeo dei ministri il terrorismo sarà all’ordine del giorno. E una settimana prima, il 12 gennaio, ci dovrebbe essere un dibattito in Parlamento. C’è anche chi chiede una riunione straordinaria dei capi di Stato e di governo.
L’Europa del XXI secolo non è fatta per i conflitti. Non solo per quelli convenzionali. Ed è una fortuna. Anzi una conquista. Non le vanno neppure decisioni che, sebbene proposte per motivi di sicurezza, e senza una carattere offensivo, potrebbero ledere le libertà civili. La commissione incaricata a Bruxelles di difendere queste ultime ha ad esempio respinto l’idea di applicare il PNR (Passage name record), vale a dire la schedatura dei dati riguardanti i passeggeri di trasporti aerei. Schedatura che dovrebbe permettere di individuare coloro che vanno o ritornano dalle zone in cui il jihadismo imperversa. E si calcola che circa quattromila combattenti islamisti siano ritornati dalla Siria.
Suscita perplessità anche il progetto di limitare la propaganda terroristica su Internet. Ed altrettanto quello di rendere più frequenti, cioè quasi sistematici, i controlli di frontiera nell’area Schengen. Abbiamo paragonato la strage nell’11esimo arrondissement parigino, all’11 settembre newyorkese. Sul piano simbolico l’accostamento calza, ma le reazioni europee non saranno come quelle di Bush, allora alla Casa Bianca. Certo, non ne abbiamo i mezzi, ma non vogliamo comunque cedere nulla della nostra democrazia. Se la lotta al terrorismo implicasse una rinuncia a dei diritti civili sarebbe una sconfitta. Una battaglia perduta per l’Europa.
Il problema della sicurezza non sarà tuttavia di agevole soluzione. Benché traumatizzata, la Francia ha reagito con dignità ai morti di Charlie Hebdo . Nelle prime ore si è creata un’esemplare unione nazionale. Nicolas Sarkozy, adesso capo dell’UMP, il maggior partito di centro destra all’opposizione, si è consultato all’Eliseo, di primo mattino, con François Hollande, il rivale socialista che tre anni l’ha sfrattato dalla presidenza della Repubblica. Persino Marine Le Pen non ha approfittato troppo della strage jihadista ed è stata prudente nel ribadire le sue tesi contro l’immigrazione. Ha persino espresso stima per i cittadini musulmani che rispettano le leggi. L’union sacrée rischia tuttavia di avere una vita corta. Sia Sarkozy, sia Le Pen hanno chiesto misure più ferme per la sicurezza. Una richiesta che implica una denuncia della mollezza del governo socialista. Un dirigente del Front National ha chiesto il ripristino della pena di morte. Che del resto era nel programma elettorale di Marine, presidente del suo partito.
Disegnare una strategia difensiva senza conoscere bene l’avversario, e soprattutto senza poter valutare le sue reali ramificazioni sul territorio francese, non è semplice. Gli assassini dei giornalisti di Charlie Hebdo si sono dichiarati uomini di Al Qaeda. Ma il loro modo di agire fa pensare che appartengano a un gruppo collegato o influenzato da Daesh, il califfato, che è un concorrente di Al Qaeda. Ma quest’ultima umiliata dal successo in Siria e in Iraq dal califfato ha creato un’organizzazione, il gruppo Khorassan, il cui compito sarebbe quello di promuovere il terrorismo in Europa, in concorrenza con quelli del califfato. Gli americani lo sanno e per questo hanno bombardato in Siria i campi del gruppo Khorassan, giudicando i suoi uomini ancor più pericolosi di quelli di Al Qaeda e del califfato. Il rischio è che l’Europa diventi, oltre che vittima, un campo di battaglia tra terroristi rivali. Intanto la Francia cerca di capire a chi sono affiliati gli assassini dei giornalisti di Charlie Hebdo.

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