L’omaggio dei neonazisti ucraini a Ban­dera

Kiev. Un gennaio di celebrazioni in favore del leader collaborazionista e antisemita. Il Washington Post preoccupato: l’estrema destra riponga le insegne «nella capitale»

Fabrizio Poggi, il manifesto redazione • 23/1/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1016 Viste

Già l’inizio d’anno non aveva annun­ciato niente di buono in Ucraina. Lo scorso 1 gen­naio, con una fiac­co­lata per le strade di Kiev, un paio di migliaia di nazio­na­li­sti ucraini ave­vano cele­brato il 106° anni­ver­sa­rio della nascita, il 1 gen­naio 1909, del capo del cosid­detto Eser­cito insur­re­zio­nale ucraino (Upa), Ste­pan Ban­dera che, nella seconda guerra mon­diale, si schierò con l’esercito nazi­sta e per­pe­trò, insieme alle SS tede­sche, cri­mini con­tro i pro­pri con­na­zio­nali, per lo più ebrei. Il capo di dell’organizzazione di destra “Svo­boda”, Oleg Tja­gni­bok, chiese nell’occasione che il governo resti­tui­sca a Ban­dera il titolo di eroe dell’Ucraina (attri­bui­to­gli sotto la pre­si­denza Jushenko nel 2010 e subito annul­lato dal Tri­bu­nale cen­trale) e che venga rico­no­sciuta uffi­cial­mente l’Organizzazione dei nazio­na­li­sti ucraini (Oun) da lui creata.

Insieme a «Svo­boda», alla mani­fe­sta­zione di Kiev ave­vano preso parte, in tute mime­ti­che e con sten­dardi di Upa e Oun, anche rap­pre­sen­tanti di «Pra­vyj sek­tor» e del bat­ta­glione neo­na­zi­sta «Azov». Al Mini­stero degli Esteri russo, com­men­tando la mani­fe­sta­zione di Kiev, ave­vano dichia­rato che «non si tratta di una qual­che peri­co­losa ten­denza neo­na­zi­sta nel cen­tro dell’Europa, bensì di un’azione con­creta che, per forma e con­te­nuto, rico­pia le tra­di­zioni nazi­ste. I nostri part­ner occi­den­tali dichia­rano rego­lar­mente che “la parte russa esa­gera le mani­fe­sta­zioni di neo­na­zi­smo in Ucraina, ma essi non vedono alcun fatto. Ma essi non li vedono, per­ché i canali occi­den­tali non tra­smet­tono mai le fiac­co­late nel cen­tro di Kiev e non rac­con­tano i fatti con­creti della bio­gra­fia di Ste­pan Bandera».

È invece The Washing­ton Post che, in un ser­vi­zio di Adrian Karat­ni­tski dal titolo «Azov e Ajdar – una minac­cia per la nuova Ucraina», men­tre da un lato fa il pane­gi­rico del «nuovo atti­vi­smo civile», della «lotta alla cor­ru­zione», di quella che chiama «riforma dell’esercito» (finora, secondo il Post, «infil­trato di agenti russi»), delle «misure per respin­gere la minac­cia russa», ecc., dall’altro mette in guar­dia con­tro una «nuova minac­cia»: l’attività dei coman­danti dei bat­ta­glioni e delle for­ma­zioni armate. Quanto poco filo-russa sia l’impostazione del ser­vi­zio dell’autorevole gior­nale ame­ri­cano lo dice la cro­ni­sto­ria trac­ciata, in cui non si parla di golpe, bensì di «caduta del regime di Janu­ko­vic» e della «aggres­sione russa», che costrin­sero il governo, data la «cat­tiva pre­pa­ra­zione dell’esercito», a «ricor­rere all’aiuto di migliaia di volon­tari», che «agi­vano sull’impeto del sen­ti­mento patriot­tico». Una «pic­cola parte dei reparti volon­tari», scrive ancora il Washing­ton Post, era costi­tuita da «rap­pre­sen­tanti dei movi­menti di ultra­de­stra, che com­bat­te­vano con moti­va­zioni ideali. Tra essi, l’ultraconservatore “Pra­vyj sek­tor” e il famoso bat­ta­glione “Azov”»; altre bri­gate, tipo il bat­ta­glione “Dnepr-1?, erano state costi­tuite e finan­ziate dagli oli­gar­chi. Molte di que­ste for­ma­zioni hanno dimo­strato valore e hanno con­tri­buito a respin­gere l’attacco delle forze filorusse».

Ora, tut­ta­via, scrive il Post appena dopo l’esaltazione della rivolta di Maj­dan, «alcune for­ma­zioni mostrano i loro lati peg­giori. Negli ultimi mesi hanno ter­ro­riz­zato o atten­tato alla vita di fun­zio­nari sta­tali, hanno minac­ciato di pren­dere il potere se Poro­shenko non rie­sce a vin­cere la Rus­sia». Lo scorso ago­sto, «il bat­ta­glione “Dnepr-1” seque­strò il Pre­si­dente del Comi­tato sta­tale per l’agricoltura, affin­ché non nomi­nasse un fun­zio­na­rio sco­modo» che avrebbe potuto nuo­cere ad alcuni inte­ressi. E «il 15 dicem­bre, que­ste for­ma­zioni hanno bloc­cato il con­vo­glio uma­ni­ta­rio diretto nel Don­bass, dove esi­ste una seria minac­cia di cata­strofe uma­ni­ta­ria». Il 23 dicem­bre, «il bat­ta­glione “Azov” ha dichia­rato di voler pren­dere con­trollo del porto di Mariu­pol»; «nei con­fronti del solo “Ajdar” la pro­cura ha avviato 38 pro­ce­di­menti» e lo stesso pre­si­dente Poro­shenko avrebbe sol­le­vato la que­stione dei bat­ta­glioni, lo scorso novem­bre, al Con­si­glio nazio­nale di difesa.

Esperti mili­tari russi ipo­tiz­zano che il rifiuto di «Pra­vyj sek­tor» — al cen­tro di una sorta di sol­le­va­zione a Khar­kov, lo scorso dicem­bre — e del suo lea­der Dmi­trij Jarosh, a sot­to­stare allo Stato mag­giore, uni­ta­mente al basso morale delle truppe costrette a com­bat­tere con­tro pro­pri con­na­zio­nali civili nel Don­bass, possa pro­vo­care un gene­rale rifiuto della disci­plina nell’esercito ucraino e nella guar­dia nazionale.

Ecco che allora il gior­nale sta­tu­ni­tense veste i panni del con­si­gliere e fa i nomi di coloro che destano mag­gior pre­oc­cu­pa­zione: il mini­stro della Difesa Arsen Ava­kov, che, «invece di con­tra­stare tali azioni dei bat­ta­glioni», pro­pone addi­rit­tura di rifor­nirli di mezzi coraz­zati e li eleva «al rango di bri­gata. Crea scon­certo che a set­tem­bre egli abbia nomi­nato il coman­dante del neo­na­zi­sta “Azov” alla carica di capo della poli­zia per la regione di Kiev». E, accanto ad Ava­kov, l’oligarca Kolo­mo­j­skij che «dopo aver gio­cato un ruolo ono­re­vole nella sta­bi­liz­za­zione a est, ora ignora il potere centrale».

Evi­den­te­mente a Washing­ton ci si pre­oc­cupa di dare una veste «rispet­ta­bile» ai gol­pi­sti di Kiev e quindi «cosa si deve fare in que­sta situa­zione? Poro­shenko vuole risol­vere il pro­blema, ma non si decide ad agire», anche per­ché deve con­cor­dare le azioni col pre­mier Jatse­n­juk, «di cui Ava­kov è il prin­ci­pale alleato». L’inviato del Post sem­bra chie­dersi: si dovrà allora inter­ve­nire dall’esterno in modo deciso?

La voce dei «tutori finan­ziari occi­den­tali», della Nato la cui stra­te­gia di allar­ga­mento ha non poche respon­sa­bi­lità ed è peri­co­lo­sa­mente arri­vata al con­fine russo, esige che si metta ordine e si con­tra­stino i «germi della dit­ta­tura mili­tare» costi­tuiti dalle mosse troppo avven­tate dei bat­ta­glioni, i quali, oltre­tutto, «sol­le­vano le rea­zioni nega­tive della stampa mon­diale». Il mes­sag­gio appare fin troppo chiaro: occhio ragazzi, ciò che fate nel Don­bass non pre­oc­cupa nes­suno, per­ché la stampa occi­den­tale si ferma a Kiev e non arriva fino a Done­tsk. Però, almeno Kiev biso­gna vestire gli abiti buoni: le mime­ti­che e gli sten­dardi nazi­sti lascia­moli per con­ti­nuare le stragi di civili nella Novo­ros­sija, cioè nel Don­bass insorto.

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