Le ombre nere di Angela Merkel

Le ombre nere di Angela Merkel

La stampa euro­pea ci ha messo del tempo a regi­strare la rile­vanza del feno­meno. Eppure è da 11 set­ti­mane, ogni lunedì, che migliaia di per­sone mani­fe­stano a Dre­sda, richia­mate da un movi­mento dal nome deci­sa­mente allar­mante: «Patrioti euro­pei con­tro l’islamizzazione dell’Occidente», in sigla Pegida. Ancora lunedì scorso erano in 18.000 a sven­to­lare ban­diere tede­sche e scan­dire slo­gan xeno­fobi nella capi­tale della Sas­so­nia. Vero è anche, tut­ta­via, che il ten­ta­tivo di allar­gare il movi­mento ad altre città tede­sche, a comin­ciare da Ber­lino e Colo­nia è andato incon­tro a un pla­teale fallimento.

Poche cen­ti­naia di “patrioti” si sono tro­vati di fronte nume­rose con­tro­ma­ni­fe­sta­zioni par­te­ci­pate da migliaia di per­sone. Ad Amburgo i mani­fe­stanti anti Pegida hanno per­fino deciso di coniare una nuova, bef­farda sigla: Tegica, che sta a signi­fi­care «Euro­pei tol­le­ranti con­tro l’instupidimento dell’Occidente». A Ber­lino e Colo­nia è stata spenta l’illuminazione dei monu­menti che avreb­bero dovuto fare da sfondo alla con­cen­tra­zione degli isla­mo­fobi, tenuti a bada da folte con­tro­ma­ni­fe­sta­zioni. Le chiese, la can­cel­liera e gli espo­nenti poli­tici dei prin­ci­pali par­titi hanno con­dan­nato il movi­mento e invi­tato i cit­ta­dini a non parteciparvi.

Ma la que­stione è tutt’altro che archi­viata e cir­co­scritta. Diversi diri­genti di «Alter­na­tive für Deu­tschland», la for­ma­zione anti­eu­ro­pea che ha otte­nuto il 6,5% alle ultime ele­zioni per il Par­la­mento di Bru­xel­les, si sono pro­nun­ciati a favore delle ragioni del movi­mento o vi hanno addi­rit­tura par­te­ci­pato, negando i tratti di estrema destra che visi­bil­mente lo carat­te­riz­zano. E non sono man­cate, tra le fila demo­cri­stiane o libe­rali, voci che, pur met­tendo in guar­dia dall’estremismo, chie­de­vano ascolto per le pre­oc­cu­pa­zioni che ave­vano con­dotto nume­rosi cit­ta­dini a rispon­dere alla chia­mata di Pegida.

Da tempo la destra Cdu-Csu lamenta l’eccessivo cen­tri­smo di Angela Merkel.

Sep­pure polo di attra­zione per tutto il radi­ca­li­smo nero tede­sco, che vi par­te­cipa con entu­sia­smo, Pegida rap­pre­senta quella clas­sica con­fluenza di fru­stra­zioni e risen­ti­menti, fobie e mala­nimo, accen­tuati da una crisi che si fa sen­tire anche in Ger­ma­nia, soprat­tutto nelle regioni dell’est. La sin­tesi poli­tica di que­sti stati d’animo si sedi­menta nella parola d’ordine: «prio­rità all’interesse nazio­nale» che non solo coin­cide con la ragione sociale di «Alter­na­tive für Deu­tschland», ma è a suo modo con­so­nante con l’arroganza della poli­tica tede­sca in Europa. Gli «isla­mici», in realtà c’entrano fino a un certo punto, e il raz­zi­smo espli­cito anche.

Nel nazio­na­li­smo, assai meno cir­co­scritto, sta la vera insi­dia. Quante volte il governo di Ber­lino, la corte di Karl­sruhe e i fal­chi della Bun­de­sbank hanno riba­dito che l’interesse nazio­nale, le tasche dei con­tri­buenti e la com­pe­ti­ti­vità delle imprese tede­sche dove­vano essere difesi da un eccesso di euro­pei­smo soli­da­ri­stico e di con­di­vi­sione della crisi con i part­ner più svan­tag­giati dell’Unione?

Ovvia­mente, la que­stione si fa imba­raz­zante quando il les­sico del pri­mato tede­sco sci­vola nel lin­guag­gio della più aperta xeno­fo­bia, nelle teo­rie del com­plotto «plu­to­cra­tico» glo­bale, cui i nume­rosi neo­na­zi­sti pre­senti nelle file di Pegida non esi­tano ad affib­biare lo stigma «giu­daico». La poli­tica tede­sca deve essere pre­ser­vata da ogni sospetto di nazio­na­li­smo aggres­sivo, i suoi dik­tat devono appa­rire come pure espres­sioni razio­nali e ogget­tive della cosid­detta eco­no­mia sociale di mer­cato. E’ per que­sta ragione che Angela Mer­kel si è affret­tata a scen­dere in campo con­tro Pegida, soprat­tutto per­ché que­sto movi­mento com­pro­met­te­rebbe l’immagine della Ger­ma­nia nel mondo, salvo poi ser­virsi degli umori che vi cir­co­lano per raf­for­zare le ragioni, anche poli­ti­che, del rigore da imporre ai mem­bri più deboli dell’Unione.

Accanto alle ban­diere tede­sche e agli stri­scioni anti­sla­mici, cir­cola insi­sten­te­mente tra i mani­fe­stanti di Dre­sda l’immagine di Vla­di­mir Putin. Il pre­si­dente russo, dal Front natio­nal alla Lega «nazio­na­liz­zata» di Mat­teo Sal­vini, sem­bra essere diven­tato il sim­bolo di ogni nazio­na­li­smo «no glo­bal», di ogni sogno di «governo forte». Quello stesso volto cir­co­lava con altret­tanta fre­quenza nelle mani­fe­sta­zioni che, dalla scorsa pri­ma­vera, inne­scate dalla vicenda ucraina, ave­vano ani­mato il movi­mento per la pace delle cosìd­dette Mah­n­wa­chen che, rifiu­tando di lasciarsi clas­si­fi­care nello schema destra-sinistra, aveva di fatto assunto una colo­ra­zione rosso-bruna. Il tema dell’antiamericanismo (com­bi­nato con l’ostilità verso Israele) è stato sem­pre un ter­reno comune tra il radi­ca­li­smo di destra e le frange più dog­ma­ti­che e dot­tri­na­rie della sini­stra extra­par­la­men­tare. Non è un caso che l’avvocato Horst Mahler, pas­sato dalla Raf ai neo­na­zi­sti, riven­di­casse pro­prio que­sto ter­reno come la sua linea di coe­renza. Certo, l’accentuazione anti­sla­mica e xeno­foba di Pegida la distin­gue visi­bil­mente dal movi­mento delle Mah­n­wa­chen, ma non si può esclu­dere, come qual­cuno ha voluto sot­to­li­neare, che un qual­che tra­vaso tra i due movi­menti possa esserci stato. Magari sotto il segno del neo­zar Vla­di­mir Putin.

La que­stione di Pegida è tutt’altro che mar­gi­nale. Indica come la crisi euro­pea e l’incapacità dell’Europa di rag­giun­gere una reale auto­no­mia geo­po­li­tica, apra la strada, da una parte a un nazio­na­li­smo soste­nuto da pul­sioni auto­ri­ta­rie, dall’altra all’uso for­mal­mente demo­cra­tico di quelle stesse pul­sioni a favore della sta­bi­lità finan­zia­ria e della rendita.

Il fatto che in così tante città tede­sche migliaia di per­sone siano scese in piazza pre­clu­dendo ai «patrioti» ogni libertà di movi­mento ci indica una nuova qua­lità, un nuovo con­te­nuto e un nuovo com­pito dell’antifascismo, sot­tratto alla sua ritua­lità vuoi isti­tu­zio­nale, vuoi cruenta. Ma attento alle nuove forme post­de­mo­cra­ti­che di governo delle società euro­pee e alla cre­scita di movi­menti nazio­na­li­sti e xeno­fobi nel vec­chio continente.

A ben vedere la nostra Lega, rim­pol­pata dalla destra più o meno post­fa­sci­sta che vi vede giu­sta­mente la sua occa­sione, non è poi tanto diversa, quanto a com­po­si­zione e a parole d’ordine, dai «patrioti» di Dre­sda. Sia pure rap­pre­sen­tata in par­la­mento (come del resto i neo­na­zi­sti greci di Alba dorata) dovrebbe essere giu­di­cata allo stesso modo e trat­tata di conseguenza.



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