Pene domiciliari, tradito l’impegno con l’Ue

Carcere. Il governo Renzi fa scadere la delega sulle riforme promesse a Strasburgo. Vince la linea Salvini

Eleonora Martini, il manifesto redazione • 29/1/2015 • Carcere & Giustizia, Copertina • 652 Viste

 

Il governo Renzi l’aveva pre­sen­tata al Con­si­glio d’Europa, nel giu­gno scorso, come una delle misure «strut­tu­rali» riso­lu­tive del pro­blema del sovraf­fol­la­mento car­ce­ra­rio per il quale l’Italia era stata con­dan­nata dalla Corte euro­pea dei diritti umani. San­zioni evi­tate per­ché il Comi­tato dei mini­stri euro­pei, oltre ad apprez­zare i «signi­fi­ca­tivi risul­tati» già otte­nuti, aveva accolto «posi­ti­va­mente l’impegno delle auto­rità ita­liane», dimo­strate attra­verso «le varie misure strut­tu­rali adot­tate per con­for­marsi alle sen­tenze» di Stra­sburgo. Ma l’esecutivo ha fatto sca­dere la delega rice­vuta dal Par­la­mento che lo obbli­gava a rifor­mare entro il 17 gen­naio 2015 il nostro sistema penale intro­du­cendo l’arresto e la deten­zione domi­ci­liare come pena prin­ci­pale, ossia da com­mi­nare anche nella forma pre­ven­tiva, e poten­zial­mente appli­ca­bile ai reati puni­bili fino a cin­que anni di reclusione.

Un fatto rite­nuto da gran parte del mondo giu­di­zia­rio ita­liano di estrema gra­vità. Tanto più per­ché, come spiega l’avvocato Vale­rio Spi­ga­relli, ex pre­si­dente dell’Unione delle camere penali ita­liane, «si evi­den­zia il carat­tere poli­tico della scelta, che con­trad­dice peral­tro tutte le aper­ture fatte su que­sto tema negli ultimi tempi. E a pen­sar male — aggiunge Spi­ga­relli — evi­den­te­mente i boa­tos del leghi­sta Mat­teo Sal­vini con­tro que­sto tipo di impo­sta­zione fanno brec­cia anche nel governo Renzi».

A que­sto punto, governo e par­la­mento dovranno tro­vare una solu­zione alter­na­tiva, per­ché l’anno di tempo che il Con­si­glio d’Europa ha dato all’Italia per veri­fi­care che le misure riso­lu­tive pro­messe siano state dav­vero appli­cate scade nel giu­gno prossimo.

E pen­sare che alla legge delega 67, appro­vata dal Par­la­mento il 28 aprile 2014 ed entrata in vigore il suc­ces­sivo 17 mag­gio, che dava all’esecutivo un tempo limi­tato per «adot­tare uno o più decreti legi­sla­tivi per la riforma del sistema delle pene», si arrivò dopo un lungo lavoro della Com­mis­sione mini­ste­riale com­po­sta di magi­strati, giu­ri­sti e avvo­cati, pre­sie­duta dal pro­fes­sor Fran­ce­sco Palazzo, isti­tuita nel giu­gno 2013 dall’allora mini­stro di Giu­sti­zia, Anna Maria Can­cel­lieri, e con­fer­mata suc­ces­si­va­mente anche da Orlando. La legge delega, che ricalcò lo «schema di prin­cipi e cri­teri diret­tivi» con­se­gnati da quella Com­mis­sione nel feb­braio 2014, con­te­neva due dik­tat per il governo in mate­ria di giu­sti­zia: la non puni­bi­lità delle con­dotte di lieve entità e una serie di pene alter­na­tive tra le quali, oltre alla messa alla prova, c’erano — molto impor­tanti per l’impatto che avreb­bero avuto sui pro­blemi strut­tu­rali del sovraf­fol­la­mento car­ce­ra­rio — l’introduzione dell’arresto e della deten­zione domi­ci­liare come pene prin­ci­pali, da appli­care obbli­ga­to­ria­mente per i reati puni­bili con pene edit­tali fino a tre anni e a discre­zione dei giu­dici per quelli fino a cin­que anni.

Ma il governo Renzi, che per que­ste norme aveva un tempo limite mas­simo impo­sto dalla legge delega di otto mesi, sca­duti appunto il 17 gen­naio scorso, si è limi­tato invece a varare, nel con­si­glio dei mini­stri dell’1 dicem­bre scorso, solo il decreto legi­sla­tivo che incide sulle con­dotte di «par­ti­co­lare tenuità» e per il quale i ter­mini si allun­ga­vano fino a 18 mesi con sca­denza pre­vi­sta a novem­bre prossimo.

Ma se quelle norme fos­sero state intro­dotte, la custo­dia cau­te­lare domi­ci­liare si sarebbe potuta appli­care ad una pla­tea di circa 14 mila dete­nuti, por­tando in que­sto modo la popo­la­zione car­ce­ra­ria addi­rit­tura al di sotto della capienza mas­sima, secondo i cal­coli ripor­tati ieri da Radio Radi­cale che ha citato fonti mini­ste­riali. D’altronde è ormai asso­dato che un prov­ve­di­mento di decar­ce­riz­za­zione effi­cace non può non par­tire da quel circa 40% di dete­nuti in custo­dia cau­te­lare che costi­tui­scono il tri­ste record ita­liano tra i Paesi euro­pei (la media Ue si ferma al 25%).

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