Per Renzi c’è un boom del lavoro, in realtà aumenta la disoc­cu­pa­zione

Un tweet del Presidente del Consiglio festeggia l’aumento degli occupati a dicembre, ma confonde il dato annuale (+109 mila) con quello mensile (+93 mila). In realtà la disoccupazione è aumentata nel

Roberto Ciccarelli, il manifesto redazione • 31/1/2015 • Copertina, DIRITTI ECONOMICI, Studi, Rapporti & Statistiche • 1092 Viste

Istat. . Per i giovani è un dramma. Il governo non si sofferma nemmeno sul peggioramento del tasso di inattività tra i «Neet» e si affida allo stellone del Jobs Act. E Ignazio Visco (Bankitalia) gli dà ragione

Basta un sus­sulto dell’Istituto nazio­nale di sta­ti­stica sull’aumento dell’occupazione a dicem­bre per far urlare il governo, affac­cen­dato nelle trame qui­ri­na­li­zie: piove nel deserto!. Ecco il tweet di Renzi «100mila posti di lavoro in più in un mese. Bene. Ma siamo solo all’inizio. Ripor­te­remo l’Italia a a cre­scere». In realtà l’aumento di 109 mila occu­pati è sull’ultimo anno, a dicem­bre è stato di 93 mila. E non può essere dovuto al Jobs Act le cui dele­ghe lan­guono. Renzi ne è con­sa­pe­vole e si è limi­tato all’ottimismo di fac­ciata, ormai tipico della sua nar­ra­zione.
La ripresa è un segno del destino. Basta un dato, e non la ten­denza annuale, per far urlare 100 mila urrà davanti all’altare della Leo­polda? Il verso sta cam­biando, si sono com­pli­men­tati anche gli atten­denti del Pd dal quar­tier gene­rale del Naza­reno, orfano momen­ta­neo del men­tore Ber­lu­sconi: «Cre­scono i posti di lavoro, cala la disoc­cu­pa­zione, comin­cia a pro­fi­larsi una inver­sione di ten­denza anche tra i gio­vani» ha detto Filippo Tad­dei, respon­sa­bile eco­no­mico Pd.

L’ordinario eser­ci­zio di pro­pa­ganda è stato smen­tito dai dati prov­vi­sori comu­ni­cati ieri dall’Istat. È vero, tra novem­bre e dicem­bre 2014 gli occu­pati sono cre­sciuti, e la disoc­cu­pa­zione è scesa al 12,9% (-0,4%). Ma nell’ultimo anno il tasso di quest’ultima è cre­sciuto di 0,3 punti. Su base annua e non men­sile – cioè l’orizzonte in cui si muove il governo – il numero dei disoc­cu­pati è aumen­tato del 2,9%: 95 mila per­sone. Il numero medio degli occu­pati nel 2014 è infe­riore rispetto a quello del 2013. In altre parole, il verso non è cam­biato e invece con­ti­nua nella stessa direzione.

Capire la dif­fe­renza tra la con­giun­tura e la ten­denza — cioè la varia­zione di un dato rispetto al mese (tri­me­stre) o all’anno pre­ce­dente — può essere un eser­ci­zio che va oltre gli inte­ressi della pro­pa­ganda di un governo che affronta una crisi di pro­por­zioni deva­stanti. Leg­gere il bol­let­tino dell’Istat (sette pagine) potrebbe essere utile anche per com­pren­dere la natura dell’occupazione che si vuole creare e della disoc­cu­pa­zione che si vuole sconfiggere.

Il dato sen­si­bile è quello sull’inattività. A dicem­bre il numero degli inat­tivi tra i 15 e i 64 anni è aumen­tato dello 0,2% rispetto a novem­bre, quando l’inattività aveva regi­strato un’analoga cre­scita, dopo il calo avviato ad aprile. In un anno gli inat­tivi sono però calati dell’1,9%. Cosa è suc­cesso allora? L’Istat atte­sta che il numero dei gio­vani occu­pati tra i 15 e i 24 anni con­ti­nua a dimi­nuire: 0,2%, –7 mila in un mese; 3,6%, cioè meno 34 mila in un anno. Il numero totale dei «Neet» ita­liani è pari a 4 milioni 382 mila. In un anno sono aumen­tati di 17 mila unità (+0,4%). Tra novem­bre e dicem­bre sono addi­rit­tura aumen­tati di 37 mila unità.

È vero che il loro tasso di disoc­cu­pa­zione è calato di un punto, cioè al 42%, tra novem­bre e dicem­bre. Ma il pro­blema è il suo aumento di 0,1 punti nell’ultimo anno. Per chia­rire il ten­ta­tivo di depi­stag­gio che il governo e il suo par­tito di mag­gio­ranza hanno cer­cato di fare ieri sera, basta citare que­sta con­si­de­ra­zione dei tec­nici dell’Istat: «Il dato di dicem­bre inter­rompe il calo di occu­pa­zione regi­strato per due mesi, dimi­nu­zione che di con­se­guenza non si è con­so­li­data. Così come il mese di luglio non con­so­lidò l’aumento degli occu­pati avuto ad aprile e mag­gio». Un periodo in cui Renzi cele­brò le sorti delle sue riforme del lavoro (il «con­tratto a ter­mine» Poletti) che anche in quel caso non erano ancora attive. «Sia quando cala l’occupazione, sia quando aumenta – con­ti­nuano dall’Istat – Non basta un’unica occor­renza», ovvero il dato men­sile. «Ne ser­vono tre con­se­cu­tive, affin­ché si possa par­lare di con­so­li­da­mento». Dun­que: appun­ta­mento in pri­ma­vera. Quando le del­ghe del Jobs Act saranno state appro­vate, men­tre le imprese avranno con­ti­nuato a licen­ziare i lavo­ra­tori in attesa di rias­su­merli con le nuove norme del con­tratto a tutele cre­scenti. Un’occasione imper­di­bile per incas­sare gli incen­tivi stan­ziati dal governo e per licen­ziare nuo­va­mente i lavo­ra­tori prima della loro sca­denza. È quello che sta già acca­dendo in molte parti d’Italia. È pos­si­bile che i pros­simi dati regi­stre­ranno que­sto anda­mento pro­vo­cato dal Jobs Act.

Un altro aspetto di que­sta vicenda è l’asimmetria tra gio­vani e anziani pro­vo­cata da un mer­cato del lavoro dete­rio­rato. Con­fron­tando i dati dell’ultimo anno sull’inattività si capi­sce che l’inoccupazione col­pi­sce la fascia di popo­la­zione attiva tra i 25 e i 44 anni, men­tre dimi­nui­sce tra i 55 e i 64 anni. Pren­dendo sul serio le dichia­ra­zioni del governo, si arri­ve­rebbe al para­dosso che le sue «riforme» gio­vano ai lavo­ra­tori più che maturi e non ai gio­vani per i quali dice di spendersi.

Il gover­na­tore della Banca d’Italia Visco è inter­ve­nuto ieri per rimuo­vere que­sto tra­gico anda­mento e incen­sare il Jobs Act (e la pre­ce­dente riforma For­nero): «Vanno nella giu­sta dire­zione» sostiene Visco che rico­no­sce «i costi sociali della disoc­cu­pa­zione». «Il Jobs Act riduce la seg­men­ta­zione tra diverse cate­go­rie di lavo­ra­tori, aumenta la fles­si­bi­lità in entrata e in uscita, ampliale misure a soste­gno dei lavo­ra­tori disoc­cu­pati con le poli­ti­che attive». Per l’economia ita­liana l’Istat ha regi­strato a gen­naio «segnali di un pos­si­bile recu­pero della domanda interna», ovvero i con­sumi, anche se l’inflazione resterà debole nei primi sei mesi del 2015.

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