La République delle dif­fe­renze

La République delle dif­fe­renze

Alcuni dicono che un evento sia quella cosa che, com­pien­dosi, eccede le deter­mi­na­zioni sto­ri­che da cui è pro­dotto. Se que­sto è vero, oggi la Fran­cia si trova davanti a un evento vero e pro­prio. Una serie di fatti (le stragi del 7 e del 9 gen­naio), ricon­du­ci­bili a una radi­ca­liz­za­zione estrema dell’Islam che, sep­pur asso­lu­ta­mente mino­ri­ta­ria rispetto a quel pezzo impor­tante del paese rap­pre­sen­tato dai cin­que milioni di fran­cesi musul­mani, chiede urgen­te­mente di essere ana­liz­zata. Ma anche e soprat­tutto una mani­fe­sta­zione di quat­tro milioni di fran­cesi che nes­suno si aspet­tava – né quan­ti­ta­ti­va­mente né qua­li­ta­ti­va­mente. La que­stione aperta è la con­si­stenza di que­sto sog­getto poli­tico che si è mani­fe­stato nelle piazze di Parigi. Sem­pre ammesso che ci tro­viamo di fronte a un sog­getto politico.

Incom­men­su­ra­bi­lità dell’evento, si diceva. Oggi, si aprono vari sce­nari per la gestione di un’eccedenza che va in qual­che modo tra­dotta in ter­mini poli­tici, qua­lora non fosse imme­dia­ta­mente rias­sor­bita. In que­sti giorni, ciò che tutti si sono accor­dati a voler respin­gere è stato, non a caso, la recu­pé­ra­tion (la stru­men­ta­liz­za­zione); e l’immagine inquie­tante del «G50» improv­vi­sato e comi­ca­mente schie­rato a mo’ di mani­fe­sta­zione dei potenti, ha con­cre­ta­mente incar­nato quella realtà. Sar­kozy, sgo­mi­tando per essere in prima fila, Neta­nyahu, non invi­tato e auto-impostosi al cen­tro con tanto di scorta armata, e tanti altri per­so­naggi osceni la cui lista è ampia­mente girata in rete, ne sono stati il sim­bolo tremendo.

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In Fran­cia, que­sto poteva – e può ancora – avve­nire. Ma la prima sor­presa che l’11 gen­naio ci ha fatto è che non è suc­cesso. Le voci le più «lai­carde», come dicono i fran­cesi, sono state let­te­ral­mente anne­gate dal fiume in piena delle voci che invece chie­de­vano fra­ter­nité e con­vi­venza. Si va defi­nendo un’altra lai­cità pos­si­bile – e un’altra Repub­blica pos­si­bile -, quella della com­pre­senza e della soli­da­rietà delle dif­fe­renze, della loro valo­riz­za­zione, della loro pari dignità. Una fra­ter­nité delle dif­fe­renze in quanto tali.

Certo, non si tratta solo del Front Natio­nal – e qui, arri­viamo al secondo sce­na­rio. Il pro­blema del rife­ri­mento ambi­guo alla lai­cità attra­versa tanto più la destra sar­ko­ziana e la sini­stra socia­li­sta quanto più l’una e l’altra sono in que­sto momento elet­to­ral­mente deboli. Sar­kozy ha già ini­ziato la rin­corsa verso destra, met­tendo sul piatto uno «scon­tro di civiltà» e una difesa dell’Occidente pen­sati per spa­lan­care la porta all’elettorato di estrema destra. A sini­stra, la piega libe­rale dell’attuale governo e a mag­gior ragione la sua disa­strosa poli­tica estera pote­vano far temere il peg­gio – eppure Manuel Valls, di cui tutti aspet­ta­vano una rea­zione da «sce­riffo», ha per il momento respinto la pos­si­bi­lità di un Patriot Act alla fran­cese. Quello che chia­ra­mente emerge è che su quel ter­reno si deter­mi­nerà nei pros­simi due anni una lotta interna al par­tito socia­li­sta. Esi­stono per­sone che, talune per cini­smo, altre per con­vin­zione, hanno per­fet­ta­mente capito quanto una tra­sfor­ma­zione dell’indignazione di tutti in una poli­tica per tutti, in un nuovo pro­getto sociale, potrebbe costi­tuire per il governo Hol­lande una seconda chance.

 

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Se invece tra­sfor­miamo l’11 gen­naio e fac­ciamo dell’indignazione – aggiun­gen­dovi la parola d’ordine poli­tica della fra­ter­nité — un «motore delle lotte»; se, su scala euro­pea, riven­di­chiamo come ele­mento della cit­ta­di­nanza incon­di­zio­nata — con­tro il ritorno delle fron­tiere, delle iden­tità e delle cul­ture nazio­nali — il comune come com­po­si­zione delle dif­fe­renze; se esi­giamo infine tutto ciò che deve costi­tuire un vero e pro­prio Wel­fare del comune — cioè che garan­ti­sca ai sin­goli una vita social­mente e poli­ti­ca­mente qua­li­fi­cata, la dignità, il diritto alla feli­cità — allora, forse, una banda di anar­chici, ero­to­mani, miscre­denti, sur­rea­li­sti, bla­sfe­ma­tori non saranno morti in vano.

Qual­cuno dirà: quei quat­tro milioni espri­mono il ceto medio fran­cese, la sua whi­te­ness, la sua nor­ma­lità sociale. No: le piazze, dome­nica, non mostra­vano quello spet­ta­colo. Pro­viamo dun­que a scom­met­tere su una nuova com­po­si­zione sociale, pro­viamo ad accet­tare la sfida della novità. In quella novità, com’è stato sot­to­li­neato giu­sta­mente, le ambi­guità sono enormi, e può darsi che non fun­zio­nerà. Ma se non pro­viamo a caval­care l’onda dell’11 gen­naio, se non chie­diamo un 11 gen­naio euro­peo, una nuova fra­ter­nité del comune, ci rimarrà solo il pic­colo e tre­mendo pia­cere di aver avuto ragione, di aver saputo impar­tire belle lezion­cine di purezza poli­tica a chi, quella poli­tica, pro­vava a inven­tarla all’altezza della vita.



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