Siria, raid di Israele su Hezbollah Ucciso il figlio del leader militare

Il padre, Imad Mugniyeh, era stato eliminato nel 2008. Morti almeno altri 8 miliziani

Davide Frattini, Corriere della Sera redazione • 19/1/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 629 Viste

GERUSALEMME Tre ore di intervista per minacciare, esortare, intimidire, proclamare piani e strategie. Giovedì scorso Hassan Nasrallah ha ricordato agli israeliani che i trentaquattro giorni nell’estate del 2006 sono solo una battaglia di una guerra che non finisce e ha annunciato di avere la forza per invadere il Golan.
Ieri Tsahal ha colpito su quelle alture, dall’altra parte del confine. Non in Libano, non nel territorio di Hezbollah. Nella Siria dove i miliziani sciiti combattono al fianco delle truppe di Bashar Assad su ordine degli iraniani. Un elicottero ha sparato due missili che hanno centrato il veicolo più importante, quello che portava i comandanti. I morti sono almeno nove — come ammette l’organizzazione libanese — forse undici, come rivela la televisione turca. Il raid uccide un simbolo (Jihad Mugniyeh, figlio di Imad, il capo di Stato maggiore dell’esercito irregolare, già eliminato a Damasco nel 2008) e due obiettivi strategici (Mohammed Issa e l’iraniano Abu Ali Tabatabaie che guidavano le operazioni tra Damasco e l’Iraq). Gli israeliani hanno già colpito in Siria, il governo di Benjamin Netanyahu ha definito le «linee rosse» che non vuol permettere agli avversari di superare, prima fra tutte il passaggio di armamenti dal regime a Hezbollah. L’attacco di ieri sarebbe stato ordinato perché gli ufficiali dell’organizzazione si muovevano ormai liberamente vicino alla frontiera.
Jihad Mugniyeh sarebbe stato incaricato di addestrare le squadre pronte ad attaccare un villaggio israeliano sulle alture conquistate alla Siria nella guerra del 1967 e annesse con un voto del Parlamento nel 1981. Dopo la morte del padre, era stato «adottato» da Qassem Soleimani , il generale iraniano che i servizi segreti occidentali chiamano «il comandante ombra», perché è alla guida delle Al Quds, le forze speciali incaricate delle missioni all’estero, attentati compresi. È Soleimani che nel 2008 invia una lettera al generale americano David Petraeus, allora al comando della forza internazionale, per fargli capire chi muove davvero le pedine: «Come lei dovrebbe sapere, io controllo la strategia iraniana in Iraq, Siria, Libano, Afghanistan, Gaza. L’ambasciatore a Bagdad è un mio uomo». In politica estera i suoi consigli sono i più ascoltati dall’ayatollah Ali Khamenei, più di quelli del ministro Mohammed Javad Zarif e dei suoi predecessori.
Dopo l’attacco la televisione di Hezbollah ha trasmesso a ripetizione sfilate militari e vecchi discorsi di Nasrallah. Per il leader del movimento è la perdita più significativa (per numero di caduti) inflitta da Israele dalla guerra del 2006.
L’intelligence militare israeliana (e il governo che ha deciso sulla base dei suoi rapporti) deve aver scommesso sulle poche probabilità che Nasrallah scelga di aprire adesso un nuovo fronte, di usare l’arsenale di 150 mila tra missili e razzi, migliaia in grado di bersagliare gran parte del Paese. I miliziani di Nasrallah sono già impegnati in Siria dove combattono contro i ribelli sunniti. Gli analisti concordano che la rappresaglia non può non arrivare, i tempi e i modi sono quelli che il capo e i consiglieri stanno decidendo nel bunker a Beirut.
Solo una fonte anonima ha confermato all’agenzia Reuters che l’attacco è israeliano. Come in passato il governo è rimasto in silenzio, è difficile però che questa volta l’ambiguità permetta a Hezbollah di non dover rispondere. «Uccidere il figlio di Mugniyeh è pericoloso — commenta Nabil Boumonsef, editorialista del giornale libanese An-Nahar —. Non credo che l’organizzazione possa restare tranquilla, anche perché il raid mi sembra una rappresaglia per le parole di Nasrallah. Se non reagisce, i proclami e le minacce di pochi giorni fa suoneranno come favole».
Davide Frattini

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