La « terapia Ale­sina » va rovesciata

Euroshock. Il Pd rompa il tabù del rigore: si deve aumentare il deficit fino al 6% a vantaggio del lavoro e dei redditi medio-bassi

Gabriele Pastrello, il manifesto redazione • 3/1/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 718 Viste

Cari Ber­sani, Civati, Cuperlo e Fas­sina, vor­rei avan­zare una pro­po­sta seria, ancor­ché «inde­cente»: espan­dere il defi­cit di 2–3 punti per­cen­tuali di defi­cit per inver­tire l’indebolimento della domanda interna, che ci sta por­tando al collasso.

Par­tiamo dalle dichia­ra­zioni del pre­si­dente della Com­mis­sione Junc­ker e di Weid­man (pre­si­dente della Bun­de­sbank). Il primo ha minac­ciato san­zioni «dolo­rose» se non obbe­diamo senza riserve alle regole del fiscal com­pact. Il secondo ha riba­dito la sua posi­zione nota, per quanto smen­tita dai fatti, sull’inderogabile neces­sità di rigore fiscale. Cioè: obbe­dite, o saranno guai peg­giori. Ma i guai peg­giori sono già per strada
In que­sto momento solo negli Usa c’è cre­scita; ma nep­pure la Fed crede alla sua durata. Il Giap­pone è in reces­sione, il ritmo di cre­scita della Cina cala, e quindi quello di Bra­sile e Austra­lia. Anche la Ger­ma­nia ral­lenta. E il quasi dimez­za­mento del prezzo del petro­lio, avrà pesanti riper­cus­sioni negative.

In que­sto qua­dro, l’azione del governo ita­liano non aiuta. Il decreto Poletti aumenta la pre­ca­rietà in entrata fino a rischiare di farne pra­ti­ca­mente l’unica forma in ingresso. E le misure annun­ciate di incen­ti­va­zione all’assunzione, in un clima di domanda depressa, non cree­ranno occu­pa­zione netta. Il tutto, quindi, farà calare la massa salariale.

La sini­stra Pd è stata sostan­zial­mente inef­fi­cace, ridotta a una poli­tica di rin­corsa dell’iniziativa poli­tica ren­ziana, limi­tan­dosi a emen­da­menti mar­gi­nali, mai in grado di inver­tire il segno delle misure.

Quindi: primo, con­ti­nuerà la caduta di domanda interna.

Secondo: ci vuole uno shock di domanda per fermarla.

Para­dos­sal­mente, pro­prio Ale­sina, l’autore della teo­ria dell’«austerità espan­siva» a base del fiscal com­pact, sug­ge­ri­sce una solu­zione, soste­nendo, con Gia­vazzi, che siamo di fronte a una crisi di domanda, e che quindi c’è biso­gno di uno sti­molo quan­ti­fi­ca­bile in 40 miliardi di euro. Ovvia­mente aggiun­tivi al deficit.

Terzo: per aumen­tare il defi­cit oltre il 3 fino al 5 o al 6%, biso­gnerà affron­tare uno scon­tro duris­simo con Bru­xel­les. Inol­tre, i due dicono che la domanda va spo­stata dal pub­blico al pri­vato. Biso­gna, invece, aumen­tare la domanda pub­blica, volano alla pri­vata; che in reces­sione fatica a ripar­tire (anche avendo soldi).

Ma c’è un altro limite alla solu­zione di Ale­sina e Gia­vazzi: è social­mente di destra. I 40 miliardi ser­vi­reb­bero a finan­ziare sgravi, che andreb­bero mag­gior­mente ai red­diti alti e meno ai red­diti bassi. Sgravi da recu­pe­rare poi con i soliti tagli sui red­diti medio-bassi.

C’è anche un risvolto inter­na­zio­nale. Il nome di Ale­sina (docente a Har­vard) lo sug­ge­ri­sce. Da tempo è in corso una vio­lenta pole­mica tra Usa e auto­rità euro­pee sull’austerità, fino al recente scon­tro aperto tra il pre­si­dente Obama e la Mer­kel. Anche quello tra Dra­ghi e Weid­man s’inserisce nel qua­dro. Come pure la recente presa di posi­zione franco-tedesca con­tro le clau­sole del Trat­tato Transatlantico.

La posi­zione della sini­stra è dif­fi­cile. Con Fran­cia e Ger­ma­nia con­tro gli effetti sociali del Trat­tato, ma con gli Usa con­tro l’austerità è più facile a dirsi che a farsi.

Ma potrebbe essere l’unica strada. Avrà mai il corag­gio la sini­stra di rom­pere il tabù euro­peo del rigore; rispetto a cui ha pagato troppi prezzi di subal­ter­nità poli­tica? Dicendo l’economia va rilan­ciata, punto. Con più spese, e sgravi, ma solo ai red­diti bassi. E il recu­pero nell’immediato che sia redi­stri­bu­tivo dall’alto verso il basso (e una vera patri­mo­niale sui capi­tali; vedi gli accordi con la Sviz­zera fatti da Usa e Ger­ma­nia); e suc­ces­si­va­mente basan­dosi sull’aumento di get­tito dovuto alla ripresa.

Per­ché l’ipotesi che il Governo possa avan­zare una variante della pro­po­sta di Ale­sina è sul tap­peto. E sarebbe neces­sa­ria­mente una variante vicina alla filo­so­fia di Bru­xel­les (e di Ale­sina). Il mag­gior defi­cit farebbe aumen­tare la disu­gua­glianza distri­bu­tiva; e le grandi opere lasce­reb­bero l’Italia in preda di tutte le emer­genze ter­ri­to­riali di que­sti anni (allu­vioni, crolli etc. etc.), senza con­tri­buire un gran­ché all’occupazione; e facendo rica­dere suc­ces­si­va­mente l’onere dell’aggiustamento sui red­diti medio bassi.

Ma se si vuole risol­le­vare il paese biso­gna inver­tire la cre­scita della disu­gua­glianza; e attuare opere dif­fuse a com­pen­sare la tra­scu­ra­tezza ormai ven­ten­nale del ter­ri­to­rio: nes­sun farao­nico Ponte di Mes­sina, o simili, ma strade, ponti, scuole, manu­ten­zione del patri­mo­nio pae­sag­gi­stico e artistico.

Se l’austerità ha pro­dotto danni, la tera­pia di Ale­sina aggiunge i danni della cura a quelli della malat­tia. Deve essere con­tra­stata. Così facendo la sini­stra potrebbe porre un pro­blema poli­tico che l’Europa non può rin­viare: l’austerità uccide i paesi euro­pei, l’euro e l’Europa. Per­ché l’Europa si salva sal­vando l’Italia. Dopo il ripe­tuto no euro­peo alla fles­si­bi­lità, lo shock di spesa potrebbe essere l’unica carta a dispo­si­zione del nostro paese.

Non c’è più tempo. L’attendismo è sui­cida, per la sini­stra e per il paese.

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