Il video di Al Qaeda: «A ordinare l’attacco il capo Al Zawahiri»

Il video di Al Qaeda: «A ordinare l’attacco il capo Al Zawahiri»

WASHINGTON Al Qaeda nella penisola arabica ha rivendicato con un video la battaglia di Parigi. Il dirigente Nasr al Ansi ha salutato gli «eroi della Jihad individuale», Said e Cherif Kouachi, e promesso «nuovo terrore». Minacce che hanno spinto ad innalzare la guardia. Gli Usa hanno annunciato l’arresto di un ventenne nell’Ohio pronto a colpire il Congresso. Un aspirante attentatore incastrato da un agente provocatore dell’Fbi.
Il video fissa alcuni punti che dovranno ora essere verificati da chi indaga. L’attacco è stato pianificato, diretto e finanziato da tre distinte figure: Osama bin Laden, Ayman al Zawahiri, attuale leader della Qaeda-Centrale, e Anwar al Awlaki, referente per molti militanti occidentali ed eliminato nel 2011 da un drone Usa. Un riferimento per avvalorare l’idea di un’operazione elaborata nel tempo e secondo linee gerarchiche, anche se affidata a «lupi solitari». Nel filmato, Al Ansi spiega che l’assalto portato da Amedy Coulibaly è stata una coincidenza, un gesto di un «fratello mujahed». Sottolineatura che confermerebbe la differente affiliazione del killer, dichiaratosi membro dell’Isis e celebrato ieri da un video diffuso dal movimento del Califfo.
Le parole dell’islamista risalgono un sentiero investigativo ritenuto attendibile dall’intelligence Usa. Intanto c’è il viaggio dei fratelli Kouachi nello Yemen nel 2011, una missione usata per un rapido training e un contatto con Al Awlaki. Ambienti della sicurezza statunitense hanno sostenuto che uno dei terroristi sarebbe tornato in Francia con 20 mila euro, denaro poi usato per gli attentati. Indiscrezione che confermerebbe la versione di Al Qaeda.
Lo scenario che si prospetta — ma che dovrà essere verificato — è il seguente. I Kouachi si recano nello Yemen, li preparano in modo veloce, li rimandano in Francia con le risorse necessarie e la raccomandazione a non creare sospetti. In realtà la polizia li tiene d’occhio almeno fino a questa estate, gli americani li inseriscono nella lista nera. Dunque sono nella rete, ma riescono a uscirne. Quindi si lanciano nel raid che realizza la strategia elaborata a partire dal 2010 da Osama: basta piani grandiosi, meglio i «piccoli attacchi».
Il quadro è plausibile, ha un suo filo storico, però è legittimo chiedersi perché abbiano atteso così tanto tempo prima di agire. Dal 2011 al 7 gennaio è un’eternità, potevano essere scoperti e solo gli errori nella sorveglianza lo hanno impedito. Non hanno mai comunicato in questi anni con lo Yemen? O hanno gabbato i controlli usando dei corrieri? C’è stato un ordine d’attacco?
Quanto alla rivendicazione ritardata due ipotesi. La prima, sposata da alcuni esperti, è scontata: i qaedisti vogliono far propria la «vittoria» e usano nomi famosi anche per rispondere alla concorrenza del Califfo. Altri ritengono invece che la fazione sia responsabile, unita da un vincolo leggero con gli esecutori, bombe umane padrone del loro timer.
Guido Olimpio


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