Antipolitica e disagio sociale Il discorso del presidente che spinge per le riforme

 Le parole da «arbitro attento alla divisione dei poteri»

Marzio Breda, Corriere della Sera redazione • 3/2/2015 • Copertina, Politica & Istituzioni • 825 Viste

ROMA «Le riforme sono necessarie per ricostruire un clima di fiducia in Italia e fuori d’Italia». Quelle costituzionali, certo, perché sono indispensabili per dare una maggiore funzionalità a un sistema patologicamente penalizzato da sovrapposizioni di poteri e frantumazioni corporative. Ma anche quelle economiche, da far viaggiare su un binario parallelo e alle quali dare magari la precedenza, tenendo conto che il rilancio dell’economia va legato ai diritti dei lavoratori. Perché se le imprese non trovano la forza — cioè ossigeno finanziario e misure legislative ad hoc — per ripartire e continuano anzi a chiudere i battenti, la proclamazione dei diritti diventa un inutile e platonico esercizio verbale, per i lavoratori. E fatalmente crescono il disagio e si allargano le lacerazioni sociali.
Ruoterà soprattutto intorno a questa riflessione il discorso d’insediamento a Montecitorio di Sergio Mattarella, che oggi diventa il dodicesimo presidente della Repubblica. Un messaggio per incoraggiare le forze politiche e segnalare che il Quirinale accompagnerà gli sforzi di modernizzazione del Paese anche attraverso un aggiornamento della Carta costituzionale, purché non si tradiscano i cosiddetti «principi indisponibili» sanciti nella prima parte del documento scritto all’alba della nostra democrazia.
Né passatista né immobilista, il nuovo capo dello Stato condivide dunque lo slogan per «cambiare verso» coniato dal premier Matteo Renzi: dopotutto, se ci si riferisce alla discussa riforma del Senato, anche Dossetti, che rientra nel suo pantheon ideale, era a favore del monocameralismo. Ne sostiene insomma le ragioni di fondo, convinto che l’urgenza primaria sia appunto quella di mettere la politica in condizione di intervenire in fretta e con energia per ridurre le difficoltà delle fasce più deboli, piegate dalla crisi.
Non basta. Nel suo messaggio, concepito come un manifesto programmatico della propria missione da capo dello Stato, Mattarella rimarcherà il ruolo di garanzia, da «arbitro attento alla divisione dei poteri», che intende esercitare senza supplenze né forme di direzione politica attiva, aprendo le porte a tutti. Avrà quindi un atteggiamento di «ascolto senza pregiudizi» rispetto alle varie opposizioni, politiche e sociali. E lo dimostrano gli inviti che ha fatto recapitare a Silvio Berlusconi e Beppe Grillo (in quanto leader politici e indipendentemente dalle cariche istituzionali che entrambi non hanno) per la cerimonia al Quirinale.
L’apertura alza il velo su uno spirito di riconciliazione nazionale che ispira le prime mosse del presidente della Repubblica, ma che non gli impedirà di affrontare il controverso tema dell’antipolitica. Questa nasce e lievita — dovrebbe dire più o meno così, davanti alle Camere — a causa degli errori della classe politica, che non ha finora saputo compiere una seria autocritica né autoriformarsi secondo un’indispensabile recupero di «moralità». Un esempio? La sequenza di scandali scoperchiati negli ultimi tempi dalla magistratura tra Roma, Milano e Venezia, che hanno confermato livelli insopportabili di illegalità e addirittura di opache alleanze con la criminalità. Ecco la delegittimazione della politica e delle istituzioni. Ecco la vera genesi dell’antipolitica, con le sue pericolose ricadute di qualunquismo e distacco dalla cosa pubblica. Ecco il bisogno di riconnettere il Paese alle istituzioni, in modo che la speranza possa vincere sulla rassegnazione in uno spirito di unità nazionale, dentro la cornice di un’Europa (oggi minacciata dal terrorismo islamico) che deve svolgere anch’essa una parte in questa ripartenza dell’Italia.
Ora, considerando che un capo dello Stato deve anche farsi percepire alla stregua di un «difensore civico», Sergio Mattarella ha scelto di parlare rivolto quasi più agli italiani che ai partiti. Proiettando le sue aspettative sul futuro con un linguaggio piano e sorvegliato (ma non senza sottigliezze), in un intervento che non dovrebbe superare i trenta minuti. Facile prevedere che il discorso piacerà. Veniamo da vent’anni di vaniloqui politici, nei quali la rincorsa all’insulto e la partigianeria arci-faziosa troppo spesso prevalgono su tutto. Per cui, sì, c’è davvero nostalgia di ragionamenti limpidi e di parole chiare e anti-ansiogene.
Marzio Breda

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