Droni, il futuro è un volo solitario

Dal campo militare a quello civile, dal ludico al professionale. E ora gli aeromobili a pilotaggio remoto entrano a pieno titolo nell’armamentario della polizia di Stato, dei vigili urbani, della forestale e della protezione civile

Eleonora Martini, il manifesto redazione • 26/2/2015 • Copertina, Criminalità, controllo & sicurezza, Guerre, Armi & Terrorismi • 970 Viste

Cosa pos­sono fare le forze dell’ordine se, come è avve­nuto per la seconda notte con­se­cu­tiva a Parigi, alcuni droni sco­no­sciuti (poi iden­ti­fi­cati e per i quali ieri sera sono stati arre­stati tre gior­na­li­sti di Al Jazeera) sor­vo­lano peri­co­lo­sa­mente la città e alcune strut­ture sen­si­bili come l’ambasciata Usa, Place de la Con­corde e la Torre Eif­fel? «Fer­marli in aria è l’ultima azione pos­si­bile», spie­gano gli addetti ai lavori. «Meglio sarebbe se i corpi di poli­zia aves­sero il con­trollo dei codici di tutti gli Apr immessi sul mer­cato in modo da poter inter­ve­nire da una ground sta­tion per inter­cet­tare il drone e con­trol­larlo». È una delle tante pro­po­ste avan­zate durante la Roma Drone Con­fe­rence orga­niz­zata dall’associazione Ifi­me­dia e da Mediarkè per fare il punto sull’impiego degli aero­mo­bili a pilo­tag­gio remoto (Apr) nelle forze armate, nei corpi di poli­zia e nella pro­te­zione civile in Italia.
Nati e svi­lup­pa­tisi soprat­tutto in ambito mili­tare fin dalla prima metà del ’900, quando veni­vano usati come aero­ber­sa­gli per l’addestramento delle bat­te­rie aeree, i droni cono­scono oggi un vero e pro­prio boom in ogni campo, da quello della sicu­rezza civile e del con­trollo del ter­ri­to­rio a quello ludico e com­mer­ciale. Pos­sono pesare nove grammi ed essere pic­coli come micro­spie o supe­rare i 150 chili di peso, pos­sono sor­vo­lare grandi aree gra­zie ad ali fisse e motori a scop­pio oppure muo­versi agil­mente con pale rotanti in spazi angu­sti, ed essere silen­ziosi più del fri­go­ri­fero di casa. Pos­sono resi­stere a raf­fi­che di vento e alla piog­gia, volare di notte, sfi­dare il fuoco, pene­trare in nuvole di fumo, sor­vo­lare aree disa­strate e inci­denti, entrare in tun­nel ostruiti, moni­to­rare fiumi in piena, salire sui pen­dii di una mon­ta­gna durante una bufera di neve. Dotati di tec­no­lo­gie sofi­sti­cate, pos­sono rile­vare calore umano anche a grande distanza, fare rilievi per­fetti di inci­denti auto­mo­bi­li­stici con map­pa­tura del ter­ri­to­rio, inse­guire per­sone o cose in volo o su strada, con­trol­lare spe­cie fau­ni­sti­che o flo­reali, o moni­to­rare l’erosione delle coste, o sco­vare disca­ri­che abu­sive, avvi­ci­narsi a fonti radioat­tive e anche tra­spor­tare merci.

Ecco per­ché se l’ultima evo­lu­zione dei droni in campo mili­tare è stata ren­derli di capa­cità offen­siva — «l’Italia però non pos­siede Apr armati per­ché gli Usa, da cui pro­ven­gono i mezzi in dota­zione ai nostri mili­tari, non hanno ancora con­cesso l’autorizzazione a farlo», rac­conta Luciano Castro, esperto del set­tore e pre­si­dente della Roma Drone Con­fe­rence, «anche se Obama recen­te­mente, davanti al mon­tante ter­ro­ri­smo inter­na­zio­nale, ha pro­spet­tato un’apertura in que­sto senso» — la vera rivo­lu­zione a cui stiamo assi­stendo in que­sti ultimi anni, da quando la tec­no­lo­gia è diven­tata più eco­no­mica e quindi più dif­fusa, è il pas­sag­gio dal campo mili­tare a quello civile.

Per gioco o per lavoro

Un vero e pro­prio boom, anche in Ita­lia dove il primo codice di rego­la­men­ta­zione vige da meno di un anno.
Se con gli aero­mo­delli soprat­tutto si gioca, l’applicazione dei più sofi­sti­cati e costosi Apr non cono­sce limiti ed è in con­ti­nua evo­lu­zione in ogni campo pro­fes­sio­nale, dal drone jour­na­lism all’agricoltura di pre­ci­sione, fino alla ricerca scien­ti­fica. Usati per spiare, anche, ven­gono sem­pre più spesso impie­gati nel con­trollo di oleo­dotti, gasdotti o linee fer­ro­via­rie. «Sulla scia della moda — con­ti­nua ancora Castro — migliaia di microa­ziende hanno com­pe­rato pic­coli o medi Apr, magari un foto­grafo che fa matri­moni oppure un con­ta­dino per la sua azienda; ma poi si sono dovuti con­fron­tare con il rego­la­mento, l’assicurazione, la cer­ti­fi­ca­zione della mac­china, l’abilitazione del pilota e spesso ope­rano nella com­pleta illegalità».

Nei garage o nelle fabbriche

A pro­durli sono aziende sto­ri­che, di decen­nale espe­rienza nel campo dell’aeronautica che stanno guar­dando con inte­resse a que­sto mondo nuovo, come l’Alenia Aer­mac­chi e Selex Es del gruppo Fin­mec­ca­nica, la Piag­gio o la Ids del gruppo Agu­sta. C’è anche chi li costrui­sce da sé, in garage, usando pro­getti abba­stanza sem­plici da repe­rire on line, ma sono molte soprat­tutto le start up pro­mosse negli ultimi dieci anni da inge­gneri soli­ta­mente gio­vani che ven­gono dal mondo dell’informatica e della robo­tica e si appli­cano a que­sto nuovo busi­ness, come Fly­top, Sky­ro­bo­tic o Ital­drone. Quest’ultima impresa, di Ravenna, con una ven­tina di dipen­denti, assem­bla per esem­pio telai pro­dotti in Cina, motori sviz­zeri e cen­tra­line tede­sche, come rac­conta un suo mana­ger Gian­luca Rovi­tuso. Un busi­ness, quello dei droni, in cui eccel­lono gli Sta­tes e Israele, ma che oggi vede l’Asia cor­rere in fretta verso la vetta. Spiega Castro che «il più grande pro­dut­tore mon­diale di Phan­tom, il più ver­sa­tile dei pic­coli droni, che a seconda dei sen­sori mon­tati può rap­pre­sen­tare la fascia bassa dell’Apr pro­fes­sio­nale o quella alta del ludico, è la Dji di Hong Kong».

I droni sono «una parte inno­va­tiva dell’aviazione — ha detto il vice pre­si­dente del Copa­sir, Giu­seppe Espo­sito, durante la con­fe­renza — con que­sta indu­stria dei veli­voli si pos­sono creare tra i 60 e i 70 mila posti di lavoro nei pros­simi tre anni. È una grande oppor­tu­nità per l’Italia, ed è que­sta la fron­tiera della nostra sicu­rezza interna ed esterna. Occorre però — ha aggiunto — a livello euro­peo una diret­tiva comune che rego­la­rizzi l’utilizzo di que­sti stru­menti: dal 2008 esi­ste un diret­tiva che sta­bi­li­sce che i droni sono un’opportunità per la sicu­rezza delle nazioni, ma fino ad ora nes­sun Paese ha rice­vuto dei finanziamenti».

In cerca di…

La novità in Ita­lia è che i droni entrano ora a pieno titolo nell’armamentario della Fore­stale, di alcune poli­zie muni­ci­pali e di quella di Stato, che a Roma ha pre­sen­tato uffi­cial­mente il Fly­se­cur, un pic­colo aero­pla­nino super­si­len­zioso di un paio di metri di aper­tura alare, pro­dotto dalla romana Fly­top, che veste la livrea blu della poli­zia, «stu­diato appo­si­ta­mente per le atti­vità di ricerca e di intel­li­gence nella guerra al ter­ro­ri­smo».
«Gra­zie ai droni siamo potuti inter­ve­nire in luo­ghi inac­ces­si­bili dopo il ter­re­moto dell’Emilia Roma­gna o ad Olbia, dopo l’alluvione, — rac­conta Ales­san­dro Cor­rias, della poli­zia locale di Alghero — li usiamo per il con­tra­sto all’edilizia abu­siva, per con­trol­lare l’erosione delle coste o i volumi di traf­fico». Il pro­blema, aggiunge il suo col­lega Umberto Ruzittu di Foli­gno, «è che il rego­la­mento Enac non pre­ve­deva la pos­si­bi­lità di uti­liz­zare droni per ser­vizi di poli­zia stra­dale “in house”. Ma oggi dopo un lungo car­teg­gio con l’autorità pre­po­sta, abbiamo otte­nuto l’autorizzazione e pos­siamo usare gli Apr per ope­ra­zioni di poli­zia locale».

Anche la Pro­te­zione civile della regione Umbria ha dovuto otte­nere — prima in Ita­lia tra le strut­ture nazio­nali — l’autorizzazione Enac per uti­liz­zare un esae­li­cot­tero radio­co­man­dato che pesa 5 chili e ha un’autonomia di volo di 40 minuti per «moni­to­rare alcune frane peri­co­lose come quella che da un anno circa blocca via Fla­mi­nia all’altezza di Foli­gno» o per altre atti­vità di pro­te­zione civile.
Il Corpo fore­stale dello Stato invece non li ha ancora com­pe­rati ma usa i droni in via spe­ri­men­tale per fare inda­gini sugli incendi. «Ogni anno inve­sti­ghiamo su circa 500 incendi di bosco — dice Marco Di Fonzo, respon­sa­bile del Nucleo Inve­sti­ga­tivo Antin­cendi Boschivi (Niab) — e con gli Apr abbiamo mol­ti­pli­cato l’efficacia e ridotto l’impiego di uomini. I sen­sori per­met­tono di peri­me­trare l’incendio e rile­vare anche i para­me­tri del vento e altri dati. Lan­ciando poi un algo­ritmo si può riu­scire a risa­lire alla causa del rogo e dun­que anche più facil­mente agli autori». C’è però «un pro­blema di qua­li­fi­ca­zione degli ope­ra­tori — con­ti­nua Di Fonzo — per­ché oggetti che costano decine di migliaia di euro, con il vento e le fiamme sono a rischio, se non ben pilotati».

L’ambulanza che vola

«Ci stiamo per­fe­zio­nando nei soc­corsi spe­ciali e non pote­vano non pren­dere in con­si­de­ra­zione l’utilizzo dei droni: i nostri volon­tari già li ave­vano uti­liz­zati per con­trol­lare i campi pro­fu­ghi in Kur­di­stan». Maria Teresa Letta, vice pre­si­dente nazio­nale della Croce Rossa ita­liana, ha pre­sen­tato uffi­cial­mente a Roma, durante la con­fe­renza sui droni, il pro­getto — in capo al comi­tato cen­trale della Croce Rossa, dun­que all’ente pub­blico — che pre­vede l’uso siste­ma­tico dei Sapr (il sistema inte­grato dei droni con rela­tive cen­tra­line e appa­rati di terra) per le atti­vità di ricerca e soc­corso in caso di disa­stri e cata­strofi, in Ita­lia e anche all’estero. «Saranno utili in sce­nari post-terremoto per ren­dersi conto dell’entità dei danni e ci faci­li­te­ranno molte altre ope­ra­zioni di pro­te­zione civile, di pace e di soc­corso», ha aggiunto Maria Teresa Letta. Dun­que, dopo il progetto-pilota svol­tosi nello scorso anno a Bolo­gna, La Croce rossa pre­vede l’attivazione in tempi brevi delle prime 10 unità ope­ra­tive sul ter­ri­to­rio nazio­nale, che saranno dotate di una ven­tina di piloti e altret­tanti droni mul­ti­ro­tori. «Abbiamo creato anche un sala ope­ra­tiva nazio­nale — ha rac­con­tato Roberto Anto­nini, dele­gato tec­nico nazio­nale del soc­corso in emer­genza — che sovrin­tende ai tre coor­di­na­menti di area Nord, Cen­tro e Sud».
Dun­que tutto è pronto: il futuro, come recita il titolo del sag­gio di Roberto Alfieri, è sopra di noi.

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