Solo trenta giorni per evitare il default Atene ha le casse vuote

Solo trenta giorni per evitare il default Atene ha le casse vuote

L’EUROPA ha un mese di tempo per decidere se salvare la Grecia o se abbandonarla al suo destino, costringendo Atene a uscire dall’euro. Il conto alla rovescia è iniziato venerdì quando il ministro alle Finanze, Yanis Varoufakis, ha detto no all’ultima tranche di 7 miliardi di aiuti della Troika. «Devo rispettare i miei elettori cui ho promesso la fine dell’austerità», ha spiegato Alexis Tsipras. E visto che l’assegno di Bce, Ue e Fmi era condizionato a nuovi tagli per 2 miliardi, il governo ellenico l’ha rispedito al mittente prima ancora che venisse firmato. La decisione – come dimostra il vorticoso giro di incontri nelle cancellerie continentali delle ultime ore e le telefonate di Tsipras a Mario Draghi e a Jeroen Dijsselbloem – ha fatto scattare l’allarme rosso in tutta le Ue. La Grecia ha in cassa pochi soldi, quanto basta per tenere in piedi per quattro settimane la macchina dello Stato, continuando a pagare interessi, stipendi, pensioni e a onorare i prestiti in scadenza. La speranza di raccogliere nuovi capitali, senza gli aiuti di Bce, Ue e Fmi, è quasi nulla. Il Paese è tagliato fuori dal mercato dei titoli di Stato perché nessuno è disposto a investire sul rischio ellenico (i rendimenti dei titoli triennali viaggiano al 19%) e perché ha già raggiunto il tetto di emissioni a breve termine consentito dai creditori. Le banche – messe in ginocchio da una fuga di capitali che da inizio gennaio, secondo Bloomberg, viaggia al ritmo di 400 milioni al giorno – hanno chiuso i rubinetti. E la Bce, marcata a uomo sul tema dalla Bundesbank, non sembra disposta ad aprire di nuovo i cordoni della Borsa: «Senza un accordo non garantiremo altri finanziamenti da fine febbraio» è stato il chiaro messaggio di Erkki Liikanen, membro del consiglio di Eurotower. La strada così è segnata. O si arriva in tempi stretti a un nuovo accordo per salvare la Grecia o a decidere sul futuro di Atene saranno i mercati, costringendo la banca centrale ellenica a stampare dracme per tenere in piedi il Paese.
Nessuno, ovviamente, osa immaginare uno scenario così apocalittico. Ma tutti hanno capito che il tempo per trovare una soluzione è pochissimo. E nelle ultime ore i negoziati hanno subito una rapidissima accelerata. Le posizioni di partenza delle parti sono chiare e distanti. Tsipras non vuole nuove mi- sure di austerità, anzi vuole far marcia indietro su alcuni tagli imposti dalla Troika. Merkel ma in fondo tutto l’Eurogruppo – non sono disposti a concedere al governo di Atene il taglio al debito chiesto da Syriza. «La palla – dicono i pontieri di Bruxelles – è nel campo della Grecia». «Noi siamo pronti a presentare a breve il nostro piano di riforme. Un progetto ragionevole cui sarà difficile dire di no», ripete in queste ore Varoufakis. A quel punto a muovere sarà l’Eurogruppo: se il progetto – come promette il vulcanico ministro delle finanze ellenico e come sperano Draghi e Merkel – sarà credibile e realizzabile e se affronterà davvero alla radice (anche se non con il copione scritto dalla Troika) i problemi della Grecia – corruzione, evasione, una burocrazia inefficiente – i creditori potrebbero tendere un primo ramoscello d’ulivo. Garantendo ad Atene i finanziamenti necessari per evitare il default mentre si finalizza un’intesa definitiva sul debito.
Anche qui, al di là dei toni forti di questi giorni, le distanze potrebbero essere meno ampie di quanto sembri. Respinta la Troika, stracciato il memorandum e avviati alcuni interventi “umanitari” per tamponare la crisi sociale interna, Tsipras potrebbe accettare con più facilità un compromesso. Non un taglio tout court del debito ma una soluzione creativa (ieri Atene ha nominato come consulente la banca d’affari francese Lazard) che consenta a tutti di cantare vittoria. Le soluzioni tecniche, dicono fonti vicine alle trattative informali avviate da tempo, sono sul piatto: un allungamento delle scadenze del debito, un taglio ai tassi d’interesse già rivisti al ribasso lo scorso autunno e la conversione di parte del debito in bond legati alla crescita del Pil. E soprattutto vincoli di bilancio molto più generosi: il piano imposto dalla Troika obbligava Atene a chiudere ogni anno con un “utile” di circa 9 miliardi per rimborsare la sua esposizione. Ora Bruxelles potrebbe abbassare le sue pretese. «Il combinato disposto di questi provvedimenti libererebbe almeno una dozzina di miliardi in più da investire sulla crescita», dicono gli uomini vicino a Varoufakis. Quanto basta, forse, per mettere d’accordo tutti e tenere la Grecia nell’euro.


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