Abdul­lah Oca­lan: «La nostra è una rivoluzione di donne»

L’accordo tra il par­tito dei kurdi siriani (Pyd) e i kurdi di Oca­lan è al cen­tro dell’esperimento di auto­no­mia demo­cra­tica che coin­volge le pro­vince kurde siriane note come Repub­blica di Rojava

Giuseppe Acconcia,, il manifesto redazione • 10/3/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 878 Viste

La nostra è una rivo­lu­zione di donne», è il mes­sag­gio del lea­der kurdo Abdul­lah Oca­lan, letto ieri nella città siriana di Kobane, libe­rata lo scorso gen­naio dall’assedio dei mili­ziani dello Stato isla­mico (Isis). Il lea­der del par­tito dei lavo­ra­tori kurdi (Pkk) ha ricor­dato che le donne kurde hanno «aperto gli occhi ad una nuova era di civiltà con lo spi­rito e la resi­stenza di Kobane».

Il rife­ri­mento è al ruolo cen­trale delle atti­vi­ste delle Unità di pro­te­zione popo­lare (Ypg), brac­cio armato del Par­tito demo­cra­tico unito (Pyd), come Arin Mir­kan, che hanno dato filo da tor­cere ai jiha­di­sti dell’Isis che lo scorso autunno ave­vano preso il cen­tro della città kurda. L’accordo tra il par­tito dei kurdi siriani (Pyd) e i kurdi di Oca­lan è al cen­tro dell’esperimento di auto­no­mia demo­cra­tica che coin­volge le pro­vince kurde siriane di Afrin, Kobane e Jazeera, meglio note come Repub­blica di Rojava.

Il mes­sag­gio del lea­der kurdo in pri­gione è arri­vato a pochi giorni dall’annuncio del por­ta­voce del movi­mento turco di sini­stra filo-kurdo, il Par­tito demo­cra­tico popo­lare (Hdp), Sirri Sur­reya Onder, sulla volontà poli­tica di Oca­lan di chiu­dere la sta­gione della lotta armata in Tur­chia. Que­sto pro­cesso, già annun­ciato nel 2013, avver­rebbe per gradi se venisse messo in atto dal governo turco un deca­logo in dieci punti che per­met­te­rebbe una più equa inte­gra­zione della mino­ranza kurda turca nelle isti­tu­zioni dello stato. Molti atti­vi­sti hanno defi­nito l’annuncio, dato alla pre­senza del mini­stero dell’Interno e dif­fuso attra­verso i media pub­blici, come un ten­ta­tivo stru­men­tale del pre­si­dente turco Recep Tayyp Erdo­gan di gua­da­gnare voti in vista delle pros­sime ele­zioni par­la­men­tari di giugno.

Pro­prio ieri Erdo­gan ha con­vo­cato al palazzo pre­si­den­ziale il secondo con­si­glio dei mini­stri posto sotto la sua pre­si­denza. Eletto nell’agosto scorso come pre­si­dente, nono­stante la costi­tu­zione turca con­fe­ri­sca alla pre­si­denza della Repub­blica solo poteri sim­bo­lici, Erdo­gan ha messo in chiaro di voler con­ti­nuare a gestire il paese. L’islamista mode­rato, impe­gnato in una cen­sura senza pre­ce­denti della stampa e dei cen­tri di potere con­trol­lati dal suo oppo­si­tore l’islamista radi­cale Fetul­lah Gulen in esi­lio negli Stati uniti, ha chie­sto agli elet­tori di dare un’ampia mag­gio­ranza al suo par­tito (Akp) per con­sen­tir­gli di cam­biare la costi­tu­zione e di isti­tuire un sistema pre­si­den­ziale che gli per­met­te­rebbe di raf­for­zare ulte­rior­mente il suo potere. Secondo la stampa turca indi­pen­dente, le inge­renze di Erdo­gan nel lavoro dell’esecutivo ini­zie­reb­bero a susci­tare ten­sioni con il pre­mier Ahmet Davutoglu.

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