Cinema, sport e doposcuola la rieducazione dei jihadisti “Così li guariamo dall’odio e diamo loro un’altra chance”

Cinema, sport e doposcuola la rieducazione dei jihadisti “Così li guariamo dall’odio e diamo loro un’altra chance”

AARHUS. LA RIEDUCAZIONE del jihadista passa anche da Russell Crowe. Andare al cinema a vedere il suo ultimo film può far parte del programma. «Dovevo in qualche modo guadagnarmi la fiducia di Wael che pensava solo ad andare a combattere con lo Stato Islamico», racconta Tamil, il suo mentore. «Ci sono voluti tre mesi per stabilire un vero contatto: due volte alla settimana ci incontravamo per quattro ore al bar o in biblioteca, l’ho aiutato con i compiti a scuola, parlavamo di calcio, di ragazze, gli ho fatto leggere alcuni articoli di giornale e, sì, siamo andati insieme a vedere “Noah”. Era curioso di capire come Hollywood trattasse la storia di Noè». Dopo un anno nel programma, Wael è ancora salafita ma dice che in Siria non ci vuole andare più. Il “modello Aarhus” è anche questo, prevenzione.
Aarhus è la seconda città della Danimarca, 340mila residenti di cui 45mila immigrati di prima e seconda generazione. Ordinata, pulita, attraversata da un piccolo canale che sbocca nel porto, poco traffico, villette di mattoni con tetti a punta sopra i quali svolazzano i gabbiani. Un sistema di welfare che non lascia indietro nessuno: gli studenti universitari ricevono un mensile di 780 euro, gli ospedali sono gratuiti, i disoccupati hanno diritto a due anni di sussidi. L’esatto opposto di una banlieu. Eppure da qui sono venuti fuori 34 foreign fighter.
Il primo è stato un ragazzo nel 2012, nel 2013 sono partiti in 29 tra cui due donne, gli ultimi tre se ne sono andati lo scorso febbraio. Tutti musulmani di origini nordafricane o mediorientali, la maggior parte con cittadinanza danese, di età compresa tra i 16 e i 30 anni. Nella perfetta e tranquilla Aarhus, dunque, c’è un jihadista ogni 10mila abitanti, un numero che impressiona: con la stessa proporzione, per dire, in Italia avremmo una lista di 6mila foreign fighter invece dei 65 individuati dal Viminale. Ecco cosa ha spinto il municipio guidato dal socialdemocratico Jacob Bundsgaarde e la polizia locale a convertire un vecchio progetto sociale del 2007 contro l’estremismo politico neofascista in un massiccio sistema per monitorare i presunti fondamentalisti islamici e reintegrare i reduci, rientrati dalla Siria o dall’Iraq dopo aver imparato a sparare e ad uccidere. Un approccio troppo morbido secondo i partiti di destra, a maggior ragione dopo gli attentati di Copenaghen di metà febbraio contro il centro culturale Kruttonden e la sinagoga: vorrebbero la galera immediata per chi abbraccia la Guerra Santa, qui invece li aiutano a riprendersi la loro vita di prima.
Dei 34 foreign fighter di Aarhus, 5 sono morti in battaglia e 16 sono di nuovo in città. Vivono tutti, o quasi, a Gellerupparken, quartiere della periferia ovest dove al posto delle villette stile “Lego” ci sono enormi parallelepipedi-alveari costellati di parabole tv alle finestre e graffiti sui muri. Lo chiamano “ghetto”, ma è lontano anni luce dal degrado di certe zone delle metropoli europee. «In Danimarca non è reato andare a combattere in un altro Paese — spiega il soprintendente della East Jutland Police Allan Aarslev — a meno che non si tratti di gruppi terroristici come Al Nusra o l’Is». I 16 che sono tornati, per evitare il processo, sostengono tutti di essersi arruolati con il Free Syrian Army o di essere partiti solo per motivi umanitari. Non è vero, naturalmente. Altra caratteristica comune: sono delusi da quello che hanno vissuto in Siria. «Sei di loro hanno accettato di essere seguiti da uno dei nostri tutor — continua Aarslev — l’assistenza dura almeno un anno». Gli operatori non svolgono indagini di tipo investigativo su questi ragazzi, non insistono per sapere con chi siano in contatto, non vogliono convertirli o cancellare il loro sentimento religioso. Le poche informazioni che raccolgono le condividono, anche se ufficialmente lo negano, con i servizi segreti civili danesi.
Hamisi, 22 anni, somalo e salafita, aveva l’omero spezzato da un proiettile di kalashinkov quando è riapparso l’anno scorso in un ospedale di Aarhus. «Mi hanno sparato mentre facevo la guardia a un convoglio di profughi — ha spiegato — stanno realizzando il Califfato nel modo sbagliato, con la violenza e l’odio. Ho visto troppi morti ammazzati». È stato visitato da uno psicologo e da un dottore, poi affidato a un mentore. Due incontri alla settimana, contatti telefonici ogni due giorni, ore e ore a par- lare davanti a una tazza di caffè. Lo hanno aiutato a iscriversi di nuovo alla scuola superiore e a prendere il diploma, poi hanno riempito per lui i moduli per cercare lavoro.
Ma si può davvero ritarare sui valori occidentali la mente di chi ha condiviso l’ideologia di Al Baghdadi, considerandola l’unica strada percorribile da un buon musulmano? Tamil, cingalese di poco più di trent’anni che fa parte del team di dieci mentori, lo spiega disegnando pallini e frecce su un foglietto di carta. «Chi entra in un processo di radicalizzazione religiosa, allontana da sé la famiglia, il lavoro, gli amici, lo sport. Niente ha più importanza. Ho seguito già 4 ragazzi, uno di loro tornava da scuola senza ricordare niente di quello che i professori gli avevano spiegato, aveva una specie di amnesia. Quello che facciamo noi è riavvicinare gradualmente la persona a questi “pallini”, agli aspetti importanti della vita». Tamil ha un master in studi religiosi, sa come sostenere una discussione sull’Islam, introduce punti di vista diversi sulla religione, li sfida sul terreno in cui si sentono solidi. «La prima cosa che dico loro è: “non sono un amico, sono un mentore”».
A ben vedere, la parte più interessante del “ modello Aarhus ”, seguito con interesse da altri Paesi dell’Unione Europea e in procinto di essere applicato in tutta la Danimarca, è quella della prevenzione. Le autorità hanno costruito, di fatto, un’enorme e articolata rete di “informatori” civili: durante le centinaia di incontri pubblici organizzati con cittadini, associazioni e scuole, invitano a fare segnalazioni nel caso qualche amico o conoscente stia avendo comportamenti sospetti. A fatica è stato creato un legame anche con la moschea salafita di Grimhoj, a Gellerupparken. È frequentata da 400-500 musulmani che ascoltano le parole dell’imam Ousama El-Saadi, un danese di origini palestinesi che ti accoglie con il sorriso nel suo ufficio e poi ti dice serenamente: «Non condanno né l’Is né Al Qaeda, quello che fanno è solo una reazione alle violenze e alle bugie dell’Occidente. Conosco sette ragazzi che sono rientrati, il mio compito è non farli sentire dei criminali». El-Saadi sostiene di non incoraggiare nessuno a partire, eppure 23 dei foreign fighter di Aarhus frequentavano la sua moschea. Da un anno e mezzo collabora con il programma di de-radicalizzazione: «Cosa ne penso? Può funzionare solo se ci trattano con rispetto e finora non l’hanno fatto».
Attraverso questa rete sono arrivate alla polizia, dal 2012 ad oggi, 155 segnalazioni di presunti fondamentalisti, 30 delle quali nei giorni seguenti alla strage di Charlie Hebdo. Spesso sono falsi allarmi, ma in un centinaio di casi i soggetti individuati sono stati invitati a un colloquio alla “ information house” del Municipio, davanti a due agenti e due assistenti sociali. È nato addirittura un comitato di genitori dei foreign fighter. «Durante le riunioni — racconta ancora il soprintendente Aarslev — spieghiamo cosa devono dire ai figli via Skype per persuaderli ad abbandonare la guerra civile. Sono le famiglie poi ad avvertirci quando qualcuno torna». Nelle scuole superiori si sono tenuti già 150 workshop, l’ultimo dei quali mercoledì scorso alla Egaa Gymnasium. Ai 17 partecipanti sono stati spiegati, con slide, foto ed esercizi pratici, alcuni concetti base per evitare di cadere in pregiudizi e riconoscere invece l’estremismo religioso nelle varie forme che può assumere. «Non abbiamo dati scientifici per dimostrare l’efficacia del nostro programma», ammettono però gli operatori, quando viene chiesto di fare un bilancio. Ed è difficile credere che un potenziale terrorista, convinto e non disilluso, si metta volontariamente nelle mani di un mentore. «I reduci seguiti finora non hanno creato problemi e siamo riusciti a fermare altre partenze». Non nel caso di Reymond, però.
È uno studente di ingegneria di 23 anni, di origini libanesi, i cui genitori, professionisti, hanno chiesto aiuto preoccupati per quella sua ossessione di andare a combattere con Al Nusra. «Ci aveva già provato tre volte senza però riuscire a oltrepassare il confine turco — ricorda il tutor che lo ha assistito per un anno — si sentiva di non appartenere né alla società danese, né a quella libanese da cui proveniva. Si era dissociato da tutto ciò che non fosse la sua visione univoca dell’Islam». Non c’è stato verso di trattenerlo, a febbraio è sparito, portandosi con sé la moglie 21enne. Qualche volta Russell Crowe non basta.


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