Droghe, il buon senso dell’anti­ma­fia

La decen­nale per­vi­ca­cia dell’ideologia repres­siva, e del con­nesso grumo di inte­ressi, che con­di­ziona i governi di diverso colore e che ha pro­dotto, o tol­le­rato, l’obbrobrio della legge inco­sti­tu­zio­nale Fini-Giovanardi, è dura da estir­pare

Sergio Segio, il manifesto redazione • 18/3/2015 • Copertina, Droghe & Dipendenze • 1064 Viste

C’è anti­ma­fia e anti­ma­fia, come ricorda spesso don Ciotti. Ce n’è una che fa della lega­lità un fetic­cio intan­gi­bile e un’altra che per­se­gue il cam­bia­mento, anche delle leggi ingiu­ste. C’è quella che si affida alla tor­tura del 41 bis e dell’ergastolo osta­tivo e quella che vor­rebbe si inve­stisse su cul­tura, edu­ca­zione, poli­ti­che sociali, respon­sa­bi­lità della politica.

C’è l’antimafia delle pas­se­relle e quella del buon senso. Quest’ultima, con la recente Rela­zione della Dna di Franco Roberti, ha bat­tuto un colpo. Tanto più signi­fi­ca­tivo data la fonte, certo non sospetta di «per­mis­si­vi­smo» o di «cul­tura dello sballo», per usare gli epi­teti con cui i tifosi della «war on drugs» usano stig­ma­tiz­zare chi non fa della tol­le­ranza zero verso i con­su­ma­tori di sostanze una crociata.

La Rela­zione annuale (datata gen­naio 2015 e rela­tiva al periodo 1° luglio 2013–30 giu­gno 2014), nel capi­tolo rela­tivo alla cri­mi­na­lità trans­na­zio­nale e al con­tra­sto del nar­co­traf­fico, giu­sta­mente prende le mosse dalla dimen­sione sta­ti­stica. Va detto che i numeri di rife­ri­mento, di fonte Unodc, non sono fre­schis­simi (2010–11, mar­gi­nal­mente 2012) e anche ciò è indi­ca­tivo di come all’enfasi allar­mi­stica di orga­ni­smi Onu non cor­ri­sponda poi uno sforzo ade­guato e tem­pe­stivo di moni­to­rag­gio, né una suf­fi­ciente esau­sti­vità: per quanto con­cerne le dro­ghe sin­te­ti­che, defi­nite «feno­meno in grande espan­sione che rap­pre­senta la nuova fron­tiera del nar­co­traf­fico», la Rela­zione Dna afferma che «né l’Unodc né altri orga­ni­smi inter­na­zio­nali dispon­gono di dati sicuri».

Ma, al là delle cifre e sia pure a par­tire da esse, la Rela­zione è netta nella valu­ta­zione: rite­nere che il traf­fico di dro­ghe «riguardi un popolo di tos­si­co­di­pen­denti, da un lato, e una serie di bande cri­mi­nali, dall’altro, è forse il più grave errore com­messo dal mondo poli­tico che, non a caso, ha model­lato tutti gli stru­menti inve­sti­ga­tivi e repres­sivi sulla base di que­sto stolto pre­sup­po­sto». Si tratta, invece, di feno­meno che riguarda e attra­versa l’intera società, la sua eco­no­mia, la tota­lità delle cate­go­rie pro­fes­sio­nali. Dun­que, ne con­se­gue, irri­sol­vi­bile con lo stru­mento penale.

Per quanto riguarda l’Italia, e in spe­cie le dro­ghe leg­gere, i ricer­ca­tori della Dna scri­vono di un «mer­cato di dimen­sioni gigan­te­sche», sti­mato in 1,5–3 milioni di chili all’anno di can­na­bis ven­duta. Una quan­tità, viene sot­to­li­neato, che con­sen­ti­rebbe un con­sumo di circa 25–50 grammi pro capite, bam­bini com­presi. Coe­rente la con­clu­sione: «senza alcun pre­giu­di­zio ideo­lo­gico, proi­bi­zio­ni­sta o anti-proibizionista che sia, si ha il dovere di evi­den­ziare a chi di dovere, che, ogget­ti­va­mente si deve regi­strare il totale fal­li­mento dell’azione repressiva».

Nel caso si volesse con­ti­nuare a fare al riguardo come le tre pro­ver­biali scim­miette, la Rela­zione non si sot­trae dall’indicare espli­ci­ta­mente, pur nel rispetto dei ruoli, la strada: «spet­terà al legi­sla­tore valu­tare se, in un con­te­sto di più ampio respiro (ipo­tiz­ziamo, almeno, euro­peo ) sia oppor­tuna una depe­na­liz­za­zione della materia».

Inu­tile dire che la Rela­zione è rima­sta sinora priva di rispo­ste da «chi di dovere».

La decen­nale per­vi­ca­cia dell’ideologia repres­siva, e del con­nesso grumo di inte­ressi, che con­di­ziona i governi di diverso colore e che ha pro­dotto, o tol­le­rato, l’obbrobrio della legge inco­sti­tu­zio­nale Fini-Giovanardi, è dura da estir­pare. Ma il buon senso e i fatti hanno la testa dura: il muro cri­mi­no­geno del proi­bi­zio­ni­smo si sta sgre­to­lando in più di un paese, come ha rie­pi­lo­gato qui Gra­zia Zuffa («il mani­fe­sto» dell’11 marzo 2015).

Verrà il momento anche dell’Italia, dove ancora, come diceva il com­pianto Gian­carlo Arnao, è proi­bito capire.

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