I paladini dell’antiterrorismo

I paladini dell’antiterrorismo

A Tunisi, come a Parigi in gen­naio, una mani­fe­sta­zione di popolo che, dicendo «basta odio e morte», rifiuta non solo il ter­ro­ri­smo ma la guerra di cui esso è il sot­to­pro­dotto. Al cor­teo di Tunisi, come a quello di Parigi, hanno par­te­ci­pato però alcuni dei prin­ci­pali respon­sa­bili delle poli­ti­che di guerra che ali­men­tano la spi­rale di odio e morte.
In prima fila Hol­lande, pre­si­dente di quella Fran­cia che ha fino all’ultimo soste­nuto la dit­ta­tura di Ben Ali, garante degli inte­ressi neo­co­lo­niali fran­cesi in Tuni­sia, che sotto la pre­si­denza di Sar­kozy (oggi tor­nato in auge) ha con­tri­buito con la guerra di Libia alla dif­fu­sione del ter­ro­ri­smo. Non a caso gli autori dell’attacco al museo del Bardo sono stati adde­strati in Libia. E, accanto a Hol­lande, c’era a Tunisi il pre­mier Renzi, in rap­pre­sen­tanza di quell’Italia che ha con­tri­buito a incen­diare il Nor­da­frica e Medio­riente par­te­ci­pando alla demo­li­zione dello Stato libico. Ope­ra­zione per la quale gruppi isla­mici, prima clas­si­fi­cati come ter­ro­ri­sti, sono stati armati e adde­strati da Usa e Nato, che oggi espri­mono a Tunisi il loro appog­gio nella lotta al terrorismo.

Pre­sente alla mar­cia di Tunisi con­tro il ter­ro­ri­smo anche il vice primo mini­stro Kur­tul­mus, in rap­pre­sen­tanza del governo turco che – oltre a for­nire anche all’Isis armi e vie di tran­sito per la guerra in Siria e Iraq – ha fir­mato il 19 feb­braio un accordo con gli Stati uniti per adde­strare ed equi­pag­giare ogni anno 5mila «ribelli» (ossia ter­ro­ri­sti) «mode­rati» da infil­trare in Siria, la cui pre­pa­ra­zione viene curata da 400 spe­cia­li­sti delle forze spe­ciali Usa.

A fianco della Tuni­sia con­tro il ter­ro­ri­smo anche la monar­chia sau­dita, noto­ria­mente primo finan­zia­tore di gruppi ter­ro­ri­stici: il suo mini­stero degli esteri ha inviato un mes­sag­gio in cui sot­to­li­nea che «i prin­cipi di tol­le­ranza della reli­gione isla­mica proi­bi­scono l’uccisione di inno­centi». Men­tre Human Rights Watch docu­menta nel 2015 che «i nuovi rego­la­menti anti­ter­ro­ri­smo, intro­dotti da Riyad, per­met­tono di cri­mi­na­liz­zare come atto ter­ro­ri­stico qual­siasi forma di cri­tica paci­fica alle auto­rità sau­dite», in un paese dove – riporta «The Tele­graph» (16 marzo 2015) – ven­gono ese­guite ogni anno circa 80 con­danne a morte per deca­pi­ta­zione e molti altri sono puniti con la fusti­ga­zione, come il blog­ger Raif Badawi con­dan­nato a 1000 fru­state (50 ogni venerdì). Quanto l’Arabia Sau­dita eviti l’uccisione di inno­centi lo con­ferma nello Yemen, dove sta facendo strage di civili con i suoi cac­cia­bom­bar­dieri for­niti dagli Usa: in base a un con­tratto da 30 miliardi di dol­lari, con­cluso nel 2011 nel qua­dro di uno più ampio da 60 miliardi, Washing­ton sta for­nendo a Riyad 84 nuovi F-15, con rela­tivo arma­mento di bombe e mis­sili, men­tre pro­cede all’upgrade di altri 70. Con que­sti e altri cac­cia­bom­bar­dieri made in Usa, l’Arabia Sau­dita e i mem­bri della sua coa­li­zione con­du­cono, in nome del «comune impe­gno con­tro il ter­ro­ri­smo», una guerra sotto regia e comando Usa per il con­trollo dello Yemen, paese di pri­ma­ria impor­tanza stra­te­gica sullo stretto di Bab al-Mandab (27 km) tra Ara­bia e Africa, da cui pas­sano le rotte petro­li­fere e com­mer­ciali tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.

E Washing­ton, men­tre cerca con tutti i mezzi di bloc­care il pro­gramma nucleare ira­niano, ignora che l’Arabia Sau­dita ha uffi­cial­mente dichia­rato («The Inde­pen­dent», 30 marzo 2015), per bocca del suo amba­scia­tore negli Usa, che non esclude di costruire o acqui­stare armi nucleari, con l’aiuto del Paki­stan di cui finan­zia il 60% del pro­gramma nucleare mili­tare. In nome, ovvia­mente, della lotta al terrorismo.



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