Il Vaticano rinuncia al segreto bancario Accordo entro marzo, soldi tassati in Italia

by redazione | 7 Marzo 2015 10:41

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ROMA . L’ultimo muro del segreto bancario e della opacità fiscale sta per cadere. Dopo l’annuncio di Matteo Renzi, nell’intervista all’»Espresso», sulle trattative in corso con il Vaticano per la firma di un protocollo d’intesa, ieri sono giunte conferme. Il direttore della Sala stampa della Santa Sede Federico Lombardi ha dichiarato che sono in corso «interlocuzioni» con l’Italia per andare verso il traguardo di «una più ampia e completa trasparenza e dello scambio di informazioni ai fini fiscali». Dal Tesoro gli uomini di Pier Carlo Padoan parlano di colloqui e contatti diplomatici e aggiungono che il dossier-Vaticano è nelle mani della direttrice del Dipartimento per le politiche fiscali, Fabrizia Lapecorella. L’intesa, assicurano fonti del governo, è ad un buon stato di definizione e potrebbe essere firmata entro il mese di marzo.
Una vera rivoluzione spinta dalla voglia di trasparenza impressa da Papa Bergoglio all’assetto economico e finanziario della Santa Sede e promette di lasciare alle spalle anni oscuri della Prima Repubblica, quando lo Ior veniva utilizzato per il transito di denaro nero e come sponda per il parcheggio di tangenti. Si completa il processo di riforma già iniziato da Ratzinger, che per sorvegliare lo Ior aveva creato una sorta di «banca centrale», l’Aif, l’Autorità di vigilanza finanziaria. Se, come pare, l’intesa andrà in porto, per il governo italiano si tratterebbe del quarto accordo messo a segno nelle ultime settimane sullo scambio di informazioni bancarie ai fini fiscali. In rapida successione sono state firmate intese con Svizzera, Principato di Monaco e Liechtenstein. A costringere questi paesi, considerati a tutti gli effetti «paradisi fiscali», a giungere a patti con l’Italia è stato soprattutto il protocollo europeo del G5, firmato a Berlino nell’autunno dello scorso anno, cui hanno aderito ad oggi 91 paesi, comprese Svizzera ed altre nazioni «opache» sul piano fiscale, che scatterà nel 2017 e costringerà tutti i partecipanti a mettere in pratica lo scambio delle informazioni bancarie su richiesta dell’amministrazione fiscale del paese a caccia di evasori.
L’Italia, con il ministro dell’Economia Padoan, ci ha messo del suo. A gennaio ha varato una norma, la cosiddetta voluntary disclosure, che facilita il rientro dei capitali dai «paradisi fiscali» garantendo il dimezzamento delle sanzioni e uno scudo sui reati fiscali. La norma prevede che i paesi, pronti a firmare un’intesa bilaterale con l’Italia per lo scambio di informazioni prima del 2017, possono essere cancellati dalla black list, l’elenco dei «cattivi» fiscali, e possono passare nella «white list». L’occasione è stata colta al volo e, poco prima del 2 marzo, data ultima per la firma, paesi tradizionalmente riottosi come Svizzera, Monaco e Liechtenstein, si sono affrettati a firmare. Per l’Italia si tratterà di un incasso che viene valutato come gettito netto in 5 miliardi.
La strada che si è convenuta con il Vaticano nasce del clima di riforma voluto da Bergoglio e avrà caratteristiche tecniche diverse. Il risultato sarà lo stesso: un trattato internazionale che porterà all’introduzione del sistema della doppia imposizione su standard Ocse e lo scambio di informazioni bancarie.
L’idea sarebbe quella di «trasportare» il Vaticano all’interno dello schema delle intese internazionali. Il primo obiettivo, che trova conferma negli ambienti italiani, è quello di siglare un protocollo sulla doppia imposizione fiscale, come avviene con quasi tutti i paesi, in modo che chi investe o deposita i propri denari nella Città del Vaticano debba pagare le tasse anche nel paese di residenza, cioè in Italia. Linea che sembrerebbe già accettata dal Vaticano: «Tutti i clienti in futuro dovranno pagare le tasse nei propri paesi d’origine», aveva dichiarato nel luglio scorso l’allora presidente dello Ior Ernst von Freyberg. L’altro passo, che deriverebbe dall’adesione allo schema dei protocolli europei del G5, sarebbe quello di garantire lo scambio automatico di informazioni bancarie su semplice richiesta dell’Agenzia delle entrate, in pratica la fine del segreto, e non più affidandosi alle difficili rogatorie a caccia di capitali italiani nascosti al fisco attraverso lo Ior.
«Spero di recuperare un po’ di denari anche dal Vaticano», ha detto Renzi. Naturalmente nessuno è in grado di fare stime: chi osserva le vicende al di là del Tevere ricorda che dopo l’intervento della società di revisione Promontory sono stati cancellati circa 3.000 conti correnti sospetti. Ma sul totale dei restanti 16 mila, che oggi possono essere intestati solo a dipendenti, ecclesiastici, enti religiosi e alle Case generalizie degli ordini religiosi che gestiscono grandi flussi di denaro dal e verso molte aree del mondo, ci possono essere posizioni a rischio. Non è escluso dunque che qualche sorpresa potrebbe esserci già nel corso di quest’anno, almeno fino a settembre, quando sarà possibile regolare il rientro dei capitali con la voluntary, con sanzioni dimezzate e scudo per i reati fiscali. Potrebbe esserci chi vorrà mettersi a posto con la coscienza, sapendo che il ciclone-Bergoglio ormai sembra deciso ad abbattere il segreto in accordo con la Repubblica italiana.
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