Meno privacy sui pc la polizia potrà spiarci anche a distanza

Secondo l’Authority per la privacy si va nel senso opposto a quello indicato dalla Corte di Giustizia europea, che ha annullato con una sentenza la discussa direttiva sulla “data retantion”

FABIO TONACCI, la Repubblica redazione • 26/3/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 753 Viste

Nella corsa a modificare “al rialzo” il decreto antiterrorismo emanato il 19 febbraio scorso, che va in scena in questi giorni nelle commissioni Difesa e Giustizia della Camera dove il testo è approdato per la conversione in legge, è stata introdotta per la prima volta la possibilità per la polizia di fare intercettazioni telematiche da “remoto”. L’emendamento è stato voluto dal governo con la giustificazione del «necessario adeguamento tecnologico». Il cambiamento che introduce, però, non è di poco conto e il Garante della privacy ha già espresso «serie preoccupazioni» sui suoi effetti.
Viene consentita, per i reati indicati all’articolo 266 del codice di procedura penale (delitti per i quali è previsto l’ergastolo o la reclusione superiore a cinque anni, quali quelli contro la pubblica amministrazione, droga, traffico di armi e sostanze esplosive, contrabbando, usura, ingiuria, minacce), «l’intercettazione telematica anche attraverso l’impiego di programmi informatici da remoto e dei dati presenti in un sistema informatico». Significa che la polizia potrà utilizzare software spia, trojian horse, keylogger, per acquisire informazioni da social network e piattaforme quali “whatsapp” usati dai cittadini su cui gravano forti indizi di colpevolezza. «Non sono intercettazioni preventive — spiegano dalla Commissione — perché comunque c’è sempre bisogno dell’autorizzazione di un giudice, su richiesta del magistrato». Secondo gli esperti di Internet, però, il controllo “da remoto” diventa molto più pervasivo e mette a rischio la privacy di tutti.
Il deputato di Scelta Civica Stefano Quintarelli, intervistato da repubblica. it, sostiene: «Così si introduce per la prima volta la possibilità di spiare dentro il computer di ogni singolo cittadino sospettato di qualsiasi reato e non solo di quelli di matrice terroristica». Tant’è che Quintarelli ha presentato un emendamento per ridurre l’utilizzo dei software spia solo per questioni di terrorismo, ma al momento è stato accantonato.
Non è la sola modifica apportata, finora, al testo licenziato dal governo a febbraio. Gli operatori telefonici e i provider sono obbligati a conservare i dati delle comunicazioni (telematiche e telefoniche, comprese le chiamate non risposte), fino al 31 dicembre 2016. Una norma a tempo, che è andata a sostituire la previsione di allungare a 24 mesi il periodo, rispetto ai 12 mesi di cui si parla del decreto originario anti-terrorismo. Su questo punto si è già espresso il Garante per la privacy Antonello Soro, sentito in audizione, secondo il quale «si sta alterando il necessario equilibrio tra privacy e sicurezza». Secondo l’Authority si va nel senso opposto a quello indicato dalla Corte di Giustizia europea, che ha annullato con una sentenza la discussa direttiva sulla “data retantion”, in quanto indiscriminata, potenzialmente applicabile a chiunque, a prescindere dai reati e dal tipo di comunicazioni tracciate.
Altre novità, l’aumento della pena dai 5 agli 8 anni di reclusione per i “foreign fighters” e obbligo di arresto in flagranza per gli scafisti. Ancora in discussione, invece, la cosiddetta norma “anti-Greta e Vanessa” che specifica l’esclusiva responsabilità individuale» sulle conseguenze di chi fa viaggi all’estero in zone pericolose.

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