Nella fab­brica modello si muore sulle linee

Pomigliano. Luigi è deceduto dopo aver lavorato per due notti consecutive. Un infarto alla fine del turno. Il secondo decesso in un anno. Oggi sciopero contro lo straordinario: «Serve un terzo turno, così lavoreremo tutti»

Adriana Pollice, il manifesto redazione • 28/3/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Salute & Sicurezza sul lavoro • 1978 Viste

Luigi Noto aveva 49 anni, lavo­rava nello sta­bi­li­mento Fca Giam­bat­ti­sta Vico di Pomi­gliano d’Arco. Era addetto alla manu­ten­zione nel reparto stam­pag­gio, aveva smesso di lavo­rare dome­nica mat­tina e aveva riat­tac­cato lo stesso giorno alle 22 per il turno di notte, alle sei di lunedì avrebbe dovuto smon­tare e tor­nar­sene a casa, ma alle cin­que si è sen­tito male: ha avuto appena il tempo di dire «non respiro» e si è acca­sciato. Morto per infarto. Lo hanno por­tato nella cli­nica Villa dei Fiori, ma secondo qual­che col­lega era già dece­duto in fab­brica. La Fiom ha chie­sto all’azienda un incon­tro per cono­scere quali siano i dispo­si­tivi medi­cali pre­senti nei reparti e quali siano i tempi di inter­vento in caso di inci­dente o malore. Ma intanto i col­le­ghi rac­con­tano che l’infermeria il sabato e la dome­nica di solito è chiusa e anche quando è aperta il per­so­nale non è all’altezza di emer­genze serie. In quanto al defri­bil­la­tore, pare che per Noto non sia stato utilizzato.

La denun­cia

Il Comi­tato cas­sin­te­grati e licen­ziati Fiat ieri ha pre­sen­tato denun­cia al tri­bu­nale di Nola: «Ricor­diamo che un altro inci­dente mor­tale avvenne meno di un anno fa nello stesso sta­bi­li­mento e coin­volse l’operaio Vin­cenzo Espo­sito Moce­rino, che morì dis­san­guato per la quasi ampu­ta­zione di un brac­cio in con­se­guenza di una caduta. L’operaio morì per man­canza di soc­corsi. Sull’accaduto sono ancora in corso inda­gini e ci sono diversi inda­gati ma, al momento, non si sa a che punto sono giunte. Noi rite­niamo che i ritmi di lavoro assurdi, la man­canza di riposi razio­nali tra un turno e un altro, per gli ope­rai coin­volti siano un enorme motivo di stress fisico e mentali».

Chie­dono che si inda­ghi e sta­mat­tina sono davanti ai can­celli per pro­te­stare con­tro l’ennesimo sabato di straor­di­na­rio quando ci sono ope­rai in cassa inte­gra­zione dal 2008. «Sono stato respon­sa­bile della sicu­rezza al Vico per oltre dieci anni – rac­conta Mimmo Mignano -, il Lin­gotto ha sem­pre coperto tutte le maga­gne all’interno della fab­brica, ogni ince­dente o è colpa dell’operaio o è suc­cesso fuori. I cara­bi­nieri che dovreb­bero inda­gare si pre­oc­cu­pano invece di man­ga­nel­larci se protestiamo».

Dome­nico Lof­fredo lavora nello stam­pag­gio, Luigi era un suo amico: «Lui era alla manu­ten­zione impianti, io a quella degli stampi. Era un ragazzo sim­pa­tico, un pia­cere farci due chiac­chiere, non abbiamo mai saputo che avesse pro­blemi di salute o di cuore». Nel reparto si lavora su tre turni, mat­tina, pome­rig­gio e notte dal lunedì al venerdì, la set­ti­mana comin­cia dome­nica alle 22. L’organizzazione pre­vede un ciclo fatto di due giorni al primo turno, due al secondo, due al terzo, smonto e riposo. Natu­ral­mente può capi­tare che l’azienda comandi i sabato lavo­ra­tivi o ti con­vo­chi se c’è un’emergenza sulle mac­chine. «Alla manu­ten­zione impianti lo stress è molto alto – pro­se­gue Lof­fredo — per­ché un gua­sto può bloc­care tutto il ciclo pro­dut­tivo, i capi ti stanno addosso, devi fare pre­sto». Nel seg­mento B si pro­du­cono i pezzi da mon­tare nel set­tore A, c’è biso­gno di fare un turno in più per for­nire il mate­riale che serve sulle linee, dove invece si lavora su due turni. Le mac­chine fanno una quan­tità sta­bi­lita di bat­tute, ogni bat­tuta un pezzo rea­liz­zato. Se ci sono pic­chi pro­dut­tivi, capita che il pro­cesso venga spinto oltre la velo­cità indi­cata per la mac­china: chi rac­co­glie i pezzi per divi­derli nei con­te­ni­tori deve muo­versi a ritmi più alti, la testa e il fisico spre­muti; ma si spreme anche la mac­china e, spesso, si deve ricor­rere alla manutenzione.

«E’ un set­tore impe­gna­tivo, sei a con­tatto con presse alte come un palazzo di due piani. I capi ti con­trol­lano, sei sem­pre sotto pres­sione. Il risul­tato è che per fare in fretta non rispetti tutti gli stan­dard di sicu­rezza, nono­stante il rischio di venire tagliati o rima­nere schiac­ciati sia molto alto». Ad esem­pio può capi­tare che lo stampo non venga tolto dalla mac­china ma ripa­rato in sede: «Si può fare – pro­se­gue — ma a patto di rispet­tare delle pro­ce­dure, ad esem­pio inse­rire quat­tro pun­telli nella pressa per avere il tempo di scan­sarsi se si dovesse chiu­dere. Se ti met­tono fretta, di pun­telli ne sistemi uno o due e poi pre­ghi che non suc­ceda niente, per­ché certo non bastano per non farti schiac­ciare un arto». Nel set­tore B c’è un’altissima rota­zione di per­so­nale da quando sono comin­ciati i con­tratti di soli­da­rietà, c’è chi lavora 17 giorni al mese e chi solo due per­ché magari ha la tes­sera del sin­da­cato che non piace all’azienda: «Così non rie­sci a entrare nel ritmo, è più com­pli­cato con­cen­trarti e, di con­se­guenza, più facile farti male».

Il set­tore A

Nel set­tore A invece non ci sono i con­tratti di soli­da­rietà, chi è alle linee di mon­tag­gio lavora tutti i giorni dal 2010: sono circa di 2.300 su 4.764 dipen­denti. Circa 1.800 sono in soli­da­rietà; 296 invece sono quelli in cassa inte­gra­zione perenne nel reparto logi­stico di Nola (di que­sti solo 70 sono tor­nati a lavo­rare). Ai 1.056 dell’Ex Ergom era stato pro­messo che sareb­bero stati assor­biti al Vico, ma solo 200 sono stati sal­vati, per gli altri si va avanti in cig straor­di­na­ria. Così c’è chi sta fuori e chi lavora veloce come un cen­to­me­tri­sta. Ogni turno pro­duce 420 Panda, una al minuto. Nelle posta­zioni con­tras­se­gnate dal bol­lino verde l’ergonometria è mas­sima, uno stan­dard rag­giunto appli­cando il modello World class manu­fac­to­ring: tutti i com­po­nenti arri­vano in posta­zione, nes­sun movi­mento è richie­sto all’operaio oltre il gesto indi­cato dalla sua fun­zione. Il risul­tato dell’automazione è che la Fca inca­mera il mas­simo del pro­fitto dall’operaio, che però satura quasi al 100% il suo tempo di lavoro: in ogni minuto lavo­rato nep­pure un secondo viene spre­cato, devi cor­rere appresso alle mac­chine. C’è per­sino chi lavora su una piat­ta­forma che scorre, la testa ti gira e così vai avanti con il nime­su­lide in tasca.

Non ti fermi mai, la pausa pranzo di mez­zora non c’è più da quando Mar­chionne l’ha spo­stata a fine turno: sei al tuo posto per 7 ore e mezza filate, ai solo tre inter­ru­zioni col­let­tive da 10 minuti. Che fai? Ci sono 40 sedie per 1.300 ope­rai a turno, sedersi è impos­si­bile. Puoi com­prare una bot­ti­glietta d’acqua o andare in bagno ma il capan­none è enorme e, se sei lon­tano dai box ristoro e dai wc alla turca, magari non ci rie­sci. Arrivi a con­tare per­sino quanti secondi ci vogliono per asciu­gare le mani con l’asciugatore elet­tro­nico. Il risul­tato è che esci dall’auto la mat­tina alle 5.30 per mon­tare alle sei e ti risiedi solo alle 13.40, quando ti ritrovi di nuovo nella tua vettura.

Sul lavoro il tempo è fre­ne­tico. Lo spa­zio è diviso in domini: ogni domi­nio ha sei ope­rai e un team lea­der, se qual­cosa non fun­zione devi pre­mere un bot­tone, da ogni sezione parte una can­zone diversa per ogni team lea­der, un brano pop che esplode a tutto volume per atti­rare la sua atten­zione. Se il pro­blema è ricor­rente la can­zone esplode a ripe­ti­zione per l’intero turno, men­tre suc­cede lo stesso negli altri domini. Il capan­none diventa un circo dove si ali­menta l’angoscia col­let­tiva. «Alla fine – rac­con­tano – quella can­zone la odi». Ogni volta che esplo­dono le note è un colpo: il sala­rio (quello base è di circa 1.200 euro) varia in base al pun­teg­gio rag­giunto nella scala del Wcm, se non rag­giungi l’obiettivo porti a casa meno soldi. Se ti infor­tuni, ti rimet­tono in sesto come pos­sono in infer­me­ria, ti por­tano in cli­nica e alla fine risulta che ti sei fatto male a casa: nes­suna denun­cia all’Inps però per un po’ fini­sci su una posta­zione di lavoro più comoda. Se ti lamenti che a terra è bagnato e puoi sci­vo­lare la rispo­sta è: “Se rompi le sca­tole pren­diamo un altro”».

Straor­di­na­rio e ope­rai fuori

Prima della ristrut­tu­ra­zione si pro­du­ce­vano 330 Alfa 147 a tre e cin­que porte più il Gt coupé a turno. Con le attuali strut­ture si potreb­bero rea­liz­zare 1.050 vet­ture su tre turni da 350. Ma la dire­zione pre­fe­ri­sce far fare lo straor­di­na­rio e tenere gli ope­rai fuori. Il motivo uffi­ciale è che non sono bravi come quelli che fanno la Panda nel set­tore A: gente che pro­du­ceva le Alfa, non sarebbe in grado di avvi­tare i bul­loni di una uti­li­ta­ria, però secondo Fca può andare a Melfi a pro­durre la Rene­gade o la 500X. «Ma se si pre­ve­dono altri sabato a lavoro – ragiona Anto­nio Di Luca, ope­raio Fiom – allora non è più un dato ecce­zio­nale ma strut­tu­rale, quindi l’azienda dovrebbe intro­durre il terzo turno. Così si distri­bui­rebbe in modo più equo sia il ritmo di lavoro che il salario».

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2 Responses to Nella fab­brica modello si muore sulle linee

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